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mercoledì 11 febbraio 2026

Consumi alimentare e sprechi, buttiamo via una montagna di cibo ogni anno

Il fenomeno degli sprechi alimentari deve farci riflettere per via dell'impatto ambientale, sociale ed economico che ha. Una larga fetta dei nostri consumi in realtà finisce nella pattumiera, e il conto a fine anno è pesantissimo.

Gli sprechi sui nostri consumi alimentari

Secondo un rapporto dell'osservatorio Waste Watcher International, ogni anno in Italia buttiamo via cinque milioni di tonnellate di cibo. Significa circa 13 miliardi e mezzo di euro di prodotti alimentari che anziché finire effettivamente nei nostri consumi, finiscono nella pattumiera.

Nel corso del 2025 ogni cittadino italiano ha sprecato in media poco più di mezzo chilo di cibo ogni settimana. Sebbene ci sia una riduzione di circa il 18% rispetto all'anno precedente, restiamo ben oltre la media europea e ancor più lontani dall'obiettivo fissato dall'agenda ONU per il 2030.

Dove si spreca di più e di meno

La maglia nera dello spreco va al Sud e alle Isole, dove si buttano circa 630 grammi di cibo a testa, rispetto ai 515 grammi del Nord e ai 490 del Centro Italia, la zona più virtuosa.
Nell'indagine sugli sprechi viene evidenziato come i consumi delle famiglie siano programmati meglio per evitare gli sprechi, confermando una maggiore attenzione dei nuclei con figli alla pianificazione dei propri acquisti.

Un conto salato anche a livello economico

Lo spreco alimentare ha un impatto economico enorme. Come abbiamo detto si buttano circa 13 miliardi e mezzo di euro di cibo. Basta pensare che quasi il 30% del cibo che viene preparato, alla fine non finisce tra i nostri consumi. Il 17% rimane nei piatti e il 13% finisce ancora integro nella pattumiera senza essere recuperato.

Il costo di questa pratica scriteriata è anche indiretto, perché circa un terzo del cibo che viene sprecato contribuisce a 10% delle emissioni protagoniste del climate change, e quindi contribuiscono agli eventi climatici estremi che provocano enormi danni (lo scorso anno 12 miliardi di euro di perdite agricole). In questo senso il problema è doppio: non solo c'è un danno economico ma anche un danno a livello ambientale.

mercoledì 29 ottobre 2025

Produzione di castagne, questo 2025 è l'anno del riscatto

Dopo dopo la crisi vissuta nel 2024, per la produzione di castagne l'anno in corso è un vero e proprio boom. Sia dal punto di vista numerico che dal punto dii vista qualitativo, erano anni che non si vedeva un prodotto così.

Come procede la produzione di castagne

Questo scenario attraversa tutte le principali regioni produttive italiane: dalla leader nazionale Campania (dove però procede a macchia di leopardo), al Piemonte e alla Toscana. Pressoché ovunque c'è entusiasmo per come sta procedendo la stagione di produzione della regina del bosco. Entro la prossima settimana dovrebbero essere disponibili le prime stime produttive regionali.

Il merito principale è del clima più favorevole, che consente un incremento del raccolto nell'ordine di alcune decine di punti percentuali. Le piogge generose che sono cadute nel mese di agosto hanno agevolato la fruttificazione, dopo la grande fioritura che c'era stata in primavera. Uno scenario praticamente opposto a quello che c'era stato nel 2024, quando la siccità aveva provocato la caduta a terra dei frutti. Sono gli effetti del climate change che stiamo vivendo. Quest'anno la produzione di castagne ha ricevuto anche un altro regalo, ossia la minore diffusione di insetti patogeni come il cilipede galligeno, che negli anni scorsi aveva creato danni enormi.

Più prodotto, minor prezzo

La grande produzione di castagne comporta anche una conseguenza: il maggiore raccolto comporta anche una pressione ribassista sui prezzi, che dovrebbero spingere i consumatori a sfruttare questa maggiore abbondanza sul mercato. Peraltro, a causa delle temperature ancora calde per la media del periodo, gli acquisti verso prodotti tipicamente autunnali ancora sono limitati.

Secondo l'analisi di Borsa Merci telematica italiana, c'è un calo di prezzo per tutte le pezzature, ma in particolare per quella media (60-65 unità /kg) dove la discesa è stata di circa il 17%, passando da 4,70 euro a 3,90 euro. Per quella da 48-50 unità per chilogrammo, che è la più pregiata, il prezzo è sceso dai 5 euro al chilo del 2024 ai 4,70 euro della campagna 2025, con una diminuzione su base annua del 6%.

La vivacità imprenditoriale

La speranza espressa da Coldiretti è che questo boom possa alimentare anche un ritorno alla castanicoltura da parte di giovani imprenditori e imprenditrici, dal momento che ci sono numerosi castagneti abbandonati che non aspettano altro che essere riportati alla produzione e alla fruttificazione.