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giovedì 23 aprile 2026

Consumi in calo e frenata della produzione, impatto shock della guerra sull'Italia

Il conflitto scatenato nel Golfo dagli Stati Uniti di Trump qualche settimana fa rischia di avere un impatto feroce sull'economia in generale ed anche su quella italiana. Consumi, risparmio, investimenti risentiranno notevolmente di quanto sta succedendo in Medio Oriente.

L'analisi della situazione e l'impatto sui consumi

La fotografia della situazione attuale è stata scattata dal Centro Studi di Confindustria, che ha illustrato la congiuntura flash di aprile, evidenziando che lo scenario economico italiano è notevolmente peggiorato. Gli effetti del conflitto in Medio Oriente già stanno diventando visibili, e la discesa della fiducia delle famiglie anticipa la forte frenata che ci sarà nei consumi.

Secondo Confindustria ciò che sta succedendo in Medio Oriente, ma in particolar modo lo shock energetico provocato dalla guerra, innescherà una serie di effetti che saranno pesanti per l'economia italiana. Oltre alla frenata dei consumi, ci aspetta un rialzo dei tassi sovrani e un abbassamento delle attese sull'industria, proprio quando cercava di risalire e faticosamente. Inoltre ci sarà una forte frenata nel settore dei servizi.

I dati evidenziano i primi scricchiolii

Il Centro Studi sottolinea che gli ultimi dati macroeconomici più importanti, quelli congiunturali, forniscono un segnale di tenuta da parte degli investimenti ma il tasso di risparmio è sceso poco sopra il livello pre-pandemico. Inoltre le vendite al dettaglio si sono contratte, soprattutto per quanto riguarda i beni alimentari. La produzione industriale è aumentata a malapena, mentre il turismo ha subito una brusca frenata a causa della guerra.

L'impatto dei costi energetici

Uno degli elementi di maggiore criticità è l'aumento delle bollette energetiche che grava sulle imprese italiane. Se la guerra dovesse finire In tempi rapidi, le imprese pagherebbero comunque 7 miliardi di euro in più in bolletta quest'anno. A risentirne sarebbero chiaramente soprattutto le piccole e medie imprese

Ben peggiore è lo scenario se la guerra dovesse andare avanti per tutto il 2026. In quel caso le aziende pagherebbero circa 21 miliardi in più, ma anche le famiglie subirebbero un fortissimo contraccolpo che innescherebbe un crollo dei consumi.

mercoledì 11 febbraio 2026

Consumi alimentare e sprechi, buttiamo via una montagna di cibo ogni anno

Il fenomeno degli sprechi alimentari deve farci riflettere per via dell'impatto ambientale, sociale ed economico che ha. Una larga fetta dei nostri consumi in realtà finisce nella pattumiera, e il conto a fine anno è pesantissimo.

Gli sprechi sui nostri consumi alimentari

Secondo un rapporto dell'osservatorio Waste Watcher International, ogni anno in Italia buttiamo via cinque milioni di tonnellate di cibo. Significa circa 13 miliardi e mezzo di euro di prodotti alimentari che anziché finire effettivamente nei nostri consumi, finiscono nella pattumiera.

Nel corso del 2025 ogni cittadino italiano ha sprecato in media poco più di mezzo chilo di cibo ogni settimana. Sebbene ci sia una riduzione di circa il 18% rispetto all'anno precedente, restiamo ben oltre la media europea e ancor più lontani dall'obiettivo fissato dall'agenda ONU per il 2030.

Dove si spreca di più e di meno

La maglia nera dello spreco va al Sud e alle Isole, dove si buttano circa 630 grammi di cibo a testa, rispetto ai 515 grammi del Nord e ai 490 del Centro Italia, la zona più virtuosa.
Nell'indagine sugli sprechi viene evidenziato come i consumi delle famiglie siano programmati meglio per evitare gli sprechi, confermando una maggiore attenzione dei nuclei con figli alla pianificazione dei propri acquisti.

Un conto salato anche a livello economico

Lo spreco alimentare ha un impatto economico enorme. Come abbiamo detto si buttano circa 13 miliardi e mezzo di euro di cibo. Basta pensare che quasi il 30% del cibo che viene preparato, alla fine non finisce tra i nostri consumi. Il 17% rimane nei piatti e il 13% finisce ancora integro nella pattumiera senza essere recuperato.

Il costo di questa pratica scriteriata è anche indiretto, perché circa un terzo del cibo che viene sprecato contribuisce a 10% delle emissioni protagoniste del climate change, e quindi contribuiscono agli eventi climatici estremi che provocano enormi danni (lo scorso anno 12 miliardi di euro di perdite agricole). In questo senso il problema è doppio: non solo c'è un danno economico ma anche un danno a livello ambientale.

mercoledì 7 agosto 2024

Consumi di olio d'oliva, il picco estivo sarà minore a causa dei prezzi

Generalmente il periodo estivo si accompagna ad un incremento dei consumi di olio extravergine di oliva, perchè che viene utilizzato come condimento per insalate e verdure fresche che sono un must alimentari di questo periodo. Ma stavolta potrebbe accadere diversamente.

L'impatto dei prezzi sui consumi

Sappiamo che l'olio extravergine di oliva è un elemento essenziale della dieta mediterranea. Per questo motivo, anche per il forte afflusso di turisti, l'utilizzo dovrebbe giungere al picco massimo annuale durante questa stagione estiva. 

Eppure le previsioni dicono che rimarremo da consumi distanti rispetto a quelli degli anni passati. La ragione di questo scenario è da cercare nel forte incremento del prezzo dell'olio extravergine di oliva, che indurrà i consumatori ad un utilizzo più parsimonioso di questo condimento.

I dati sull'aumento del prezzo

Secondo i dati diffusi da Eurostat il prezzo dell'olio extravergine di oliva dell'Unione Europea era cresciuto del 50% tra gennaio 2023 e gennaio 2024. Facendo riferimento soltanto ai prezzi in Italia, l'incremento è solo leggermente Inferiore.

Il fattore climatico

Ma a cosa è dovuto l'incremento del prezzo che finisce per ridurre i consumi? Un fattore importante sono i cambiamenti climatici che hanno portato ad una riduzione dei raccolti di olive, e di conseguenza un abbassamento dei volumi di produzione di olio extravergine in tutta l'area mediterranea (Spagna, Grecia, Turchia, Nord Africa e Italia sono i maggiori produttori).

Il caso più eclatante è quello della Spagna, che da sola copre il 63% dell'intera produzione Europea, grazie soprattutto al territorio dell'Andalusia. Proprio in quest'area c'è stata una forte riduzione produttiva. A questo si aggiungono anche altri fenomeni, come la diffusione di patogeni alieni come la Xylella fastidiosa, che ha colpito soprattutto vaste area dell'Italia meridionale.

I costi di produzione

La combinazione di una produzione ridotta e i costi elevati per ottenere un litro di olio EVO (servono circa cinque sette chili di olive) ha spinto verso l'alto il prezzo della bottiglia. Chiaramente ci riferiamo a prodotti di qualità, ed in questo senso l'olio prodotto in Italia ha caratteristiche organolettiche assolutamente uniche.

lunedì 15 luglio 2024

Consumi, boom dei surgelati nel 2023: oltre un milione di tonnellate

Lo scorso anno è stato da record per i prodotti surgelati. In base al rapporto annuale realizzato da IIAS (Istituto Italiano Alimenti Surgelati), emerge infatti che i consumi hanno superato la stratosferica cifra di un milione di tonnellate di prodotti, segnando una lieve crescita rispetto all'anno precedente e fissando un nuovo record storico di consumo pro capite annuo (oltre 17 kg).

Prodotti surgelati e consumi

Il valore di mercato di questi consumi è stato pari a 5,8 miliardi di euro, segnando una crescita del 6,5% rispetto a quello registrato nel 2022. Il comparto dei surgelati raggiunge così vette mai esplorate in precedenza, grazie soprattutto alla spinta del "fuori casa", che ha registrato una crescita del 5,3% rispetto al 2022. 

Ciò ha permesso di compensare la riduzione che c'è stata negli altri 3 canali attraverso cui i prodotti surgelati vengono distribuiti al consumatore: Retail (-1,1%), door-to-door (-8%) ed e-commerce (-5%).

Corsa nonostante i problemi

Eppure l'ultimo anno è stato irto di difficoltà per il settore. Ci sono stati problemi nei processi di approvvigionamento delle materie prime (soprattutto a causa di eventi climatici estremi come la siccità), ma anche nella logistica e nei trasporti. Senza dimenticare il forte impatto dell'inflazione, che ha penalizzato in generale i consumi nel comparto alimentare.

Tutto questo conferma che l'apprezzamento degli italiani verso questo genere di prodotti resta molto forte. Le ragioni che spingono i consumi li dice lo stesso IIAS: principalmente sono la praticità (66%), il fatto di averli sempre disponibili (49%) e il fatto che consentono di variare l'alimentazione.

Al top restano i vegetali

Riguardo alle singole categorie merceologiche, il 2023 conferma la leadership dei vegetali, con oltre 215.000 tonnellate du consumi. Gusto e facilità di preparazione sono invece le prerogative che hanno spinto le patate surgelate al secondo posto tra le preferenze degli italiani.

Al terzo posto ci sono invece i prodotti ittici surgelati, seguiti dai piatti pronti. Una precisazione va fatta in merito alle pizze surgelate. Il calo percentuale (-6%) rispetto al 2022 è quasi interamente da attribuire al fatto che i consumi fuori casa sono ripresi dopo il periodo dei lockdown durante l'emergenza Covid. Se però guardiamo al volume di consumi, restano ragguardevoli con 63.500 tonnellate.

martedì 25 luglio 2023

Acquisti in calo il caldo colpisce anche il commercio

L'ondata di caldo che sta attraversando la penisola non fa solo a boccheggiare le persone, ma colpisce anche il mondo del commercio, che lamenta un calo degli acquisti.
Questo è l'allarme lanciato da Confesercenti, che oggi ha anche avuto un incontro al Ministero del Lavoro per affrontare questa situazione.

Temperature e acquisti

Le alte temperature di questo periodo, ben oltre le medie stagionali, in generale scoraggiano le attività all'aperto e di conseguenza colpisce la propensione al consumo delle famiglie.

Per questo gli acquisti si stanno riducendo, tanto che una stima di Confesercenti parla di circa 3,4 miliardi di spesa che sono a rischio. Infatti una settimana di caldo oltre la norma arriva a determinare una contrazione dello 0,2% dei consumi mensili, che quindi potrebbero subire una riduzione di 3,4 miliardi rispetto all’andamento riscontrato nella prima metà del mese.

Mercati e mercatini i più colpiti

Questa situazione si rivela particolarmente pesante soprattutto per il commercio che si svolge nelle aree pubbliche, come quello dei mercati e nei mercatini. Infatti l'ondata di calore ha cambiato le fasce orarie in cui chi deve fare acquisti esce di casa: cittadini e turisti rinunciano allo shopping nelle ore più calde del giorno, concentrandolo nel tardo pomeriggio, in particolare dalle 18.00 in poi. Evitano invece le ore dalla mattina al primo pomeriggio, che sono le più calde del giorno.

Il punto è che nella maggior parte dei casi mercati e mercatini si svolgono proprio la mattina, questo spiega perché lamentano un calo degli acquisti fino al 30% rispetto a luglio dello scorso anno.

Altri settori colpiti

Lo scenario è complesso anche in altri ambiti. La ristorazione patisce un calo della richiesta dei consumi ai tavoli all'aperto. Il danno è doppio, perché questo incremento di coloro che decidono di consumare i pasti all'interno, costringere locali a intensificare l'utilizzo dei climatizzatori, provocando un aumento dei consumi elettrici.

Va aggiunto che per difendersi dalle alte temperature, le famiglie stanno intensificando l’utilizzo di condizionatori o altri strumenti similari. Ma questo comporta una spesa più alta per l'elettricità, che li spingerà in seguito a ridurre altre spese. Insomma gli effetti sul commercio potrebbero avvertirsi anche dopo la fine del gran caldo.

martedì 3 gennaio 2023

Consumi, i saldi invernali rischiano il flop

Uno degli appuntamenti più attesi per il mondo del Commercio sono i saldi invernali che sono pronti a scattare in tutta Italia. Ma quest'anno, complice una crisi che spinge a ridurre i consumi, anche i soldi rischiano di fare flop.

Crisi saldi e consumi

Ufficialmente il periodo delle promozioni post natalizie comincerà il 5 gennaio in tutta Italia. Tuttavia in Sicilia sono già cominciati il 2 gennaio, mentre in Valle d'Aosta iniziano il 3 gennaio e in Trentino Alto Adige soltanto il 7 gennaio.

Secondo un'indagine del centro studi Confimprese, quest'anno la riduzione dei consumi da parte delle famiglie spingerà soltanto il 30% ad approfittare delle promozioni invernali, mentre la gran parte si dichiara molto indecisa.

La notizia confortante arriva dalla fetta di coloro che hanno già comunicato l'intenzione di non sfruttare i saldi. Rispetto all'anno scorso, infatti, questa percentuale si è più che dimezzata, scendendo da quasi 19% fino a poco meno del 8%.

Le ragioni di chi decide di non comprare

La maggior parte di loro dichiara come motivazione principale la decisione di risparmiare per acquisti più interessanti in futuro, ma perché l'attuale situazione di crisi economica spinge a ridurre i consumi in generale.
In generale comunque, gli italiani preferiscono destinare i risparmi non agli acquisti di bene voluttuari, ma alle vacanze (soprattutto in Italia).

La spesa

Nonostante la stretta sui consumi, la spesa prevista per sfruttare i soldi dovrebbe aumentare quest'anno fino a €259 per nucleo familiare. Tuttavia soltanto il 6,9% delle famiglie prevede un aumento rispetto allo scorso anno.

I prodotti più richiesti

Tra le categorie merceologiche, abbigliamento-accessori è la principale voce di spesa per il 68,6% delle famiglie, seguita ad ampia distanza dai prodotti igiene e beauty (37,2%) e dall'elettronica di consumo (35,3%). Nei canali di vendita continua la forte progressione dello shopping cittadino, indicato come prima scelta dal 36,3% delle famiglie. Arretrano sia i centri commerciali (39,5%) sia l'online (12,2%).

lunedì 5 dicembre 2022

Consumi, gli italiani scelgono sempre di più il discount

L'ultima indagine di Nielsen IQ conferma una tendenza che si sta affermando sempre di più. Per i loro consumi gli italiani scelgono prevalentemente le catene di discount.

Indagine Nielsen sui consumi

Nei mesi autunnali il fatturato dei discount ha conosciuto una crescita del 11%. Si tratta di un incremento decisamente superiore rispetto a quello registrato dalle altre tipologie di punti vendita. I supermercati si fermano Infatti al 9,9%, mentre i drugstore specializzati per i prodotti per casa e persona superano appena il 10%.

In base ai dati forniti da Gfk emerge che i discount vengono frequentati dall'85% delle famiglie italiane. Parliamo di una crescita progressiva avvenuta negli ultimi anni, a partire dal 2018, quando tale percentuale si fermava al 79%.

Forse può interessare: la spending review messa in atto dagli italiani.

Non servono le promo

Un aspetto che merita una riflessione profonda riguarda le promozioni. Per attirare i consumi i discount ne hanno bisogno molto meno dei loro concorrenti.
Se si fa il confronto con gli altri punti vendita, emerge infatti che gli sconti sono stati pari al 13,6% nel periodo settembre/ottobre, mentre la media complessiva è addirittura del 22,6%.

I target

Il successo del discount attraversa le intere categorie di target. I consumi in questo tipo di negozio vengono scelti sia dalle famiglie numerose, sia dei single appassionati di cucina, sia delle donne che dagli uomini. Anche i giovani che amano sperimentare in cucina, così come gli Urban taster.

Le ragioni del successo

Alla base di questo vero e proprio boom dei discount ci sono innanzitutto i prezzi molto competitivi. Ma questa è stata sempre una caratteristica di discount.
Ciò che ha attirato ancora di più i consumi è l'evoluzione dell'assortimento, che nel corso del tempo è passato da brand per lo più anonimi a marche affermate e prodotti di nicchia, che sono difficili da reperire.
Un'altra chiave del successo sono state le campagne pubblicitarie. I discount hanno investito molto nella comunicazione sia sui canali tradizionali, che su quelli più moderni ottenendo un grosso ritorno.

venerdì 8 luglio 2022

Consumi mangiati dall'inflazione. Crescita super delle spese obbligate

La lenta ripresa dei consumi rischia di infrangersi contro l'aumento dei prezzi dell'energia ed in generale dell'inflazione. Crescono infatti le spese obbligate delle famiglie, e queste inevitabilmente si mangiano una fetta dei consumi.

Spese e consumi

Nel primo semestre dell'anno il desiderio del ritorno alla normalità ha spinto il consumi delle famiglie. Tuttavia questa crescita non è stata omogenea. In alcuni settori la ripresa è stata forte, basta pensare al turismo oppure al tempo libero. Altri settori invece sono ancora in ritardo, come l'automotive oppure abbigliamento.

In questo quadro generale però c'è il forte rischio di regressione, a causa della folla corsa dell'inflazione, prevista intorno al 7% nel 2022. Incidono soprattutto i rincari dei prezzi dell'energia e l'aumento delle spese obbligate. Queste ultime nel 2022 evidenziano una crescita eccezionale, enfatizzata dagli effetti degli eventi bellici.
La decisa accelerazione dei prezzi registrata dalla metà del 2021, infatti ha colpito essenzialmente le voci incluse tra le spese obbligate, determinando un innalzamento dell’incidenza delle stesse di mezzo punto percentuale rispetto al totale.

L'analisi sulle spese obbligate

Di recente è stata pubblicata un'analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sulle spese obbligate. Secondo gli ultimi calcoli, la quota di queste ultime sul totale è salita al 42,9%, ossia il valore più alto di sempre. Questo significa che su consumi medi pari a €19000 per famiglia, 8.150 se ne vanno per le spese obbligate.

Più della metà di essi riguarda le spese per la casa, che ammontano a €4700.
Ma sono cresciuti in maniera rilevante anche i costi per i consumi di energia, gas e carburanti. In media arrivano a €1854, con una incidenza del 9,7% sul totale dei consumi. Si tratta di un valore record, che inevitabilmente finirà per comprimere la quota di consumi per spese libere, oltre a minare il generale clima di fiducia.

lunedì 8 novembre 2021

Prezzi, l'aumento mette a rischio il Natale e la rirpesa economica

La crescita dei prezzi continua ad essere una minaccia che incombe sul livello dei consumi e sulla ripresa dell'economia italiana post-Covid.
A evidenziarlo è uno studio di Confcommercio sull'inflazione e suoi effetti economici.

La minaccia dei prezzi sui consumi

I numeri elaborati dall'Ufficio Studi della Confederazione delle Imprese, dicono che se i prezzi dovessero crescere del 3%, le ripercussioni sui consumi sarebbero di circa 2,7 miliardi di euro. Se l'inflazione dovesse accelerare ulteriormente fino al 4%, allora la perdita in termini di consumi sarebbe molto più marcata. Si parla di 5,3 miliardi.

Cosa erodono i prezzi

Il fatto è che la crescita dei prezzi ha un immediato effetto sul reddito disponibile, il cui potere di acquisto si riduce immediatamente (inciderebbe per il 70%). Altro effetto del'inflazione è l’erosione della ricchezza finanziaria detenuta in forma liquida, che non è protetta dall’inflazione inattesa.
La riduzione dei consumi inoltre risente dell'aumento di costi obbligati dovuti all’energia, che si è già trasferito sulle bollette di luce e gas. Malgrado gli sforzi del governo per sterilizzare parte di questi incrementi, le famiglie dovendo spendere di più per l'energia, spenderanno di meno per il resto.

Natale a rischio

L'effetto combinato della crescita dei prezzi e dell'incremento delle spese obbligate potrebbero incidere quindi in modo pesante sui consumi dei prossimi mesi.
Questo “spettro” che aleggia sui consumi, è tanto più preoccupante visto l'approssimarsi del Natale, che è il periodo dedicato tradizionalmente agli acquisti e ai regali. In questo scenario, è presumibile che gli acquisti delle famiglie saranno indirizzati dalla prudenza.

La soluzione

Le conseguenze comunque sarebbero più ampie, visto che minori consumi si traducono anche in una frenata della crescita del Paese. La soluzione più immediata per scongiurare questi contraccolpi, è alleggerire il peso fiscale su famiglie (la pressione in 10 anni è salita di 46 miliardi) e imprese.

martedì 19 ottobre 2021

Consumi, boom della pasta durante la pandemia: 17 milioni di tonnellate nel mondo

L'anno della pandemia sarà ricordato anche per diversi picchi per certi tipi di consumi. Abbiamo ancora negli occhi le code ai supermercati agli albori dei primi lockdown, quando gli scaffali vennero assaltati per fare scorta soprattutto di pasta, farina, lievito e conserve.

La crescita dei consumi di pasta

Riguardo ai consumi di pasta, c'è un dato che conferma il vero e proprio boom che si è registrato durante la pandemia.
Lo scorso anno nel mondo sono stati mangiati ben 17 milioni di tonnellate di pasta, un milione in più rispetto al 2019. Ancora più fragoroso il confronto rispetto a un decennio fa, quando le tonnellate consumate nel mondo erano la metà.

L'Italia è una potenza pastaiola

Il dato sui consumi di pasta è stato reso noto da Ipo (International Pasta Organisation), e Uif (Unione Italiana Food), a pochi giorni dalla festività del World Pasta Day, che si terrà il 25 ottobre.
E' facilmente intuibile che l'Italia è una delle prime potenze al mondo quando si tratta di pasta. Tanto per consumi quando per business, visto che secondo ati Istat le esportazioni della nostra pasta nel mondo sono cresciute di circa il 25% lo scorso anno.
Da noi la mangiano regolarmente quasi nove persone su dieci (88%). Una persona su tre la mangia ogni giorno. Del resto stiamo parlando del piatto simbolo della Dieta Mediterranea.

Solidarietà

Eppure, proprio nell'anno della pandemia, una grossa fetta di italiani ha dovuto fare grosse rinunce tagliando i consumi, a causa delle ripercussioni economiche del Covid.
Anche per questo motivo, il World Pasta Day di quest'anni verrà accompagnato da una iniziativa dei pastai italiani: donare un piatto di pasta ai meno fortunati. Per partecipare, basterà postare sui propri canali social, fino al 25 ottobre, lo scatto di un piatto di pasta usando l’hashtag #Haveagoodpasta.
Ogni foto verrà condivisa sul sito dedicato Al Dente e «caricherà» un contatore online fino al raggiungimento di 300 mila piatti di pasta, che gli addetti doneranno alle mense Caritas delle quattro grandi città Milano, Roma, Napoli e Palermo.

lunedì 3 maggio 2021

Consumi, il drastico calo da Covid manda al tappeto il terziario dopo 25 anni

E' pesantissimo il bilancio del Covid sul settore terziario italiano. La pandemia ha drasticamente fatto crollare i consumi degli italiani, con forti ripercussioni sia sul fatturato delle aziende, sia sul mercato del lavoro.

Covid, terziario e consumi

Secondo un report di Confcommercio, ben 130 miliardi in meno nel corso del 2020. Il rapporto dell'Ufficio studi evidenzia la prima grande crisi del terziario di mercato, che dopo 25 anni di crescita ininterrotta, ha subito una battuta d'arresto.
Il profondo calo dei consumi si è peraltro concentrato in pochi settori. Infatti l'83% (ossia 107 miliardi) coinvolge soltanto abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.

La cosa altrettanto grave è che il terziario aveva dato sempre un maggior contributo al Pil italiano e alla nostra occupazione. Il Covid ha inevitabilmente arrestato questo processo, rimettendo in discussione il ruolo del terziano rispetto a manifattura e agricoltura.

Settori più colpiti

I maggiori cali si registrano nella filiera turistica (-40,1% per i servizi di alloggio e ristorazione), che ovviamente hanno risentito più di tutti gli effetti dei lockdown sui consumi.
Ma un calo pesantissimo ha riguardato anche le attività artistiche, di intrattenimento e divertimento (-27%). Forte, ma più contenuto, il calo avvertito nel settore dei trasporti (-17,1%).
Nel commercio le cose sono andate un po' meglio, soprattutto per la tenuta del dettaglio alimentare. Alla fine le perdite sono state del -7,3%.

Forse interessa: turismo in crisi da Covid, per la ripresa ci vorranno anni.

Le ripercussioni sul lavoro

Questo crollo ha avuto conseguenze anche sul mercato del lavoro. Infatti il numero di addetti è sceso di 1,5 milioni di unità, rispetto al totale complessivo di lavoratori persi pari a 2,5 milioni.
Anche in questo caso, la pesantezza della situazione è resa ancora più evidente dall'apporto che il settore dei servizi aveva dato alla nostra economia nel recente passato. Infatti tra il 1995 e il 2019, aveva generato quasi 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

lunedì 1 marzo 2021

Economia, Istat certifica il contraccolpo pesante da Covid

L'economia italiana ha vissuto un tracollo del Prodotto Interno Lordo nel 2020, a causa della pandemia. E' quanto evidenzi l'istituto nazionale di statistica - confermando le stime che prevedevano già un pesantissimo contraccolpo da pandemia.

Situazione pesante per l'economia

La "caduta senza precedenti", così come è stata definita da Istat, è stata pari all'8,9%. In particolar modo ha inciso il declino della domanda interna. I consumi infatti sono precipitati del 10,9%, intesi come spesa delle famiglie residenti (che pesa per quasi il 60% del PIL).
Ed è proprio questo l'aspetto più preoccupante, dal momento che se i nostri stessi cittadini non possono spendere quanto facevano un tempo, non ci potrà mai essere una vera ripresa. Questo è valido in special modo per il ceto medio e medio basso, che ha una maggiore propensione marginale al consumo.

Deficit e debito

Ma ci sono altri dati Istat che fanno venire i brividi. Lo scorso anno ad esempio, il deficit del Paese è lievitato al 9,5% a fronte dell'1,6% del 2019. Complessivamente il nostro debito è cresciuto a 2.569 miliardi di euro. Come percentuale sul Prodotto Interno Lordo è arrivato al 155,6%. Appena un anno fa era al 134,6%.

Forse interessa: cancellazione debito, BCE gela i paesi europei.

Consumi e inflazione

Se i consumi già preoccupano da tempo, inizia ad essere accesa la spia d'allarme anche sull'inflazione. A febbraio è risultata in aumento per il secondo mese consecutivo (+0,1% su base mensile e +0,6% su base annua), in special modo i prezzi del beni energetici.
Tutto questo si traduce in un aumento del costo della vita è pari a 142 euro per una coppia con 1 figlio e di 154 euro per una coppia con 2 figli, secondo l'unione nazionale dei consumatori. Il fatto preoccupante è che se l'inflazione si mette a crescere prima della ripresa dell'economia, finirà per frenarla.

venerdì 20 marzo 2020

Consumi e panico da Covid-19: non serve cambiare durante l'emergenza, la fornitura è regolare

Anche se si sono viste scene di panico ai supermercati, sarebbe bene che i nostri consumi non cambiassero, durante questa fase delicata della lotta al Coronavirus. L'esaurimento di alcuni prodotti non è collegato alla fornitura, ma alle razzie fatte da chi si è lasciato andare all'isteria. La fornitura invece è costante e regolare, a pochi giorni dal decreto del Governo Conte.

Consumi e abitudini

E' chiaro e comprensibile che garantirsi i consumi sia il primo pensiero di chi è costretto a stare a casa tutto il giorno, con l'incubo che da un giorno all'altro gli approvvigionamenti e la disponibilità dei beni di prima necessità possano mancare. Ma non sarà così, a meno di tragiche (e molto improbabili) evoluzioni negative nella lotta al Covid. Il panico ha già portato all’assalto dei supermercati, modificando le abitudini degli italiani rispetto alla spesa.

Secondo una indagine recente dell’ufficio studi di Confagricoltura, i cibi maggiormente acquistati (fonte Nielsen) rispetto allo scorso anno sono quelli a lunga scadenza facilmente conservabili, come riso (+33%), pasta (25%), scatolame (+29%), derivati del pomodoro (+22%), sughi e salse (+19%).

Il lavoro che cambia

Se il rifornimento dei supermercati è ancora possibile, lo si deve a chi di fronte all'emergenza sanitaria continua a lavorare. Perché alcuni settori non possono e non devono fermarsi. La produzione ha sicuramente rallentato anche in questi ambiti, ma viene comunque portata avanti nel rispetto della salute dei lavoratori. Per garantire le distanze di sicurezza, in molti casi le aziende hanno ridotto la presenza oraria del personale, ma rimangono aperte 24 ore al giorno per garantire a tutti noi la costanza dei livelli di consumi. Le maestranze fanno dei turni anche impegnativi, ma almeno sono in sicurezza.

Intanto l'intervento della Commissione europea garantisce che le merci possono circolare, perché non si può spezzare la catena alimentare all’interno dell’Europa. Anche per questo le scorte non preoccupano.

lunedì 17 febbraio 2020

Credito al consumo, aumenta la diffusione in Italia. Ma crescono anche i problemi...

Cresce il credito al consumo in Italia. Nell'ultimo anno l'aumento è stato del 7,4%, per una cifra complessiva che sfiora i 22 miliardi di euro. Ma come vedremo, cresce anche il numero di coloro che si perde e non riesce più a pagare con regolarità le rate del debito.

La crescita del credito al consumo

Ma andiamo con ordine. Il settore del credito al consumo ha avuto una forte spinta dalle motivazioni più disparate. Si richiede per l'acquisto dell'auto, per il pagamento dei viaggi, i prestiti personali, ma anche per estinguere prestiti precedenti e fronteggiare spese sanitarie impreviste. La maggior parte delle richieste è stata fatta per importi moderati, al di sotto dei 5.000 euro, che rappresentano quasi la metà delle richieste di prestiti totali. Perfino un colosso come Amazon ha lanciato un sistema di rateizzazione automatico degli acquisti.

Cambiano i modelli di spesa

Il pagamento rateizzato sembra dunque farsi sempre più strada come comportamento abituale, un po' come accade in un modello consumistico sfrenato come quello americano. Un fatto eclatante è che oggi si preferisce buttare qualcosa di datato e comprare a rate un nuovo sostituto, piuttosto che affrontare in una volta sola le spese di riparazione.

Aumentano i prestiti non rimborsati

Questo tipo di operazioni ha degli indubbi vantaggi, perché consente di pagare immediatamente il bene, il servizio o la prestazione, rimborsando poi gradualmente la cifra ottenuta entro il termine prescelto. C'è però anche una conseguenza poco felice di questo sempre più largo ricorso al credito al consumo. Infatti è cresciuto anche il numero di quelli che non pagano le rate del debito concesso da una banca o da una finanziaria. Secondo gli ultimi dati, circa 16 milioni di persone sono state segnalate ai sistemi di informazione creditizia (Sic).

Il problema è che comprare o pagare tutto a rate, finisce per smaterializzare l’idea del denaro con cui siamo cresciuti ed abbiamo fatto i conti. In pratica perdiamo il contatto con il reale valore del denaro, e di conseguenza perdiamo il controllo delle nostre finanze.

martedì 14 gennaio 2020

Shopping, crescono ancora i numeri dell'online: +8% a Natale, 723 miliardi di dollari il giro d’affari

La stagione dello shopping 2019 è andata molto bene, evidenziando una crescita dell'8%, per un totale di 723 miliardi di dollari in tutto il mondo. Sono questi i dati di Salesforce, azienda quotata nella Borsa americana e leader globale nel CRM.

Vola l'online shopping

Il rapporto si basa su dati e informazioni riguardanti centinaia di milioni di consumatori in oltre 30 paesi. Quello che emerge è che lo shopping viene "stimolato" dai grandi brand qualche tempo prima delle ricorrenze (ad esempio a Natale). Nel periodo della Cyber Week - che comprende Black Friday e Cyber Monday - il traffico digitale è aumentato del 13% rispetto all'anno scorso, e gli ordini digitali sono cresciuti del 9% rispetto allo stesso periodo del 2018.

La Cyber Week 2019 ha fruttato il 15% di entrate in più dello scorso anno, per un totale di 143 miliardi di dollari. Il picco dello shopping si è registrato con il Black Friday (vendite +24% anno su anno). La corsa anticipata allo shopping natalizio, ha depresso quella del periodo immediatamente pre-natalizio, i cui ricavi sono diminuiti del 27% anno su anno. Questa tendenza è dovuta alla riduzione della domanda nel corso dell’intero anno da parte dei consumatori, che hanno acquistato i regali già a partire dal periodo estivo.

Il ruolo della IA

Si evidenzia l'importanza dell'intelligenza artificiale nel processo di acquisto. Infatti i clienti che hanno incertezze durante gli acquisti, le eliminano leggendo le raccomandazioni sui prodotti e i suggerimenti di acquisto basati sull’intelligenza artificiale. Si stima che ciò abbia portato un aumento del 10% degli ordini digitali e il 5% delle entrate digitali hanno avuto questa origine.

Acquisti sempre più in mobilità

Dai dati emerge inoltre che lo shopping viene sempre più effettuato in "mobile". I dispositivi mobili infatti sono lo strumento preferito per fare acquisti online (+65% di ordini digitali). Questo canale si rivela idoneo soprattutto per le persone in viaggio durante le festività natalizie.

mercoledì 13 novembre 2019

Consumi delle famiglie, siamo ancora sotto il livello pre-crisi

Dallo scoppio della crisi più di un decennio fa, i consumi delle famiglie italiane hanno subito una forte battuta di arresto. Sono infatti calati di 21,5 miliardi di euro, come riporta una indagine dell'ufficio studi della CGIA.

L'andamento dei consumi

Lo scorso anno la spesa dei nuclei familiari italiani è stata leggermente superiore ai 1000 miliardi, ed anche se continua a rappresentare la componente maggiore del PIL (60,3%), è in calo rispetto al 2007, l'ultimo anno pre-crisi. I consumi hanno avvertito l'effetto crisi soprattutto nel Meridione, dove il taglio della spesa media per famiglia è stato di 131 euro al mese (1572 annui). Quasi il doppio del taglio ai consumi avvenuto al Nord (78 euro mensili, 936 euro all’anno), e inoltre il quadruplo del Centro (31 euro mensili, 372 euro all’anno).

Il taglio ai consumi, sebbene sia stato trasversale, ha colpito alcune categorie di beni in misura maggiore rispetto ad altre. L'analisi della CGIA infatti evidenzia una contrazione più forte per l’acquisto dei beni (-10,3%), con picchi per quelli non durevoli (-13,6%) come i prodotti per la cura della persona, i medicinali, ecc. Il calo invece ha riguardato in misura inferiore i beni durevoli (-4,5%) come auto, elettrodomestici, ecc. I servizi invece hanno avuto un incremento del 7%, e in questo ambito si sono distinte le spese per le telecomunicazioni (cellulari, tablet e servizi telefonici, etc.) che hanno segnato +20,1% nel periodo 2007-2018.

Gli effetti sul mondo produttivo

Il calo dei consumi ha chiaramente avuto effetti pesanti sul mondo produttivo. In special modo la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio - che faticano più di altri a lasciarsi alle spalle la crisi - è scesa notevolmente, perdendo il 12,1% delle unità. Lo stock dei piccoli negozi è sceso del 3,8%.

Complessivamente la crisi ha favorito la grande distribuzione, dove le vendite al dettaglio sono salite del 6,4%, mentre nei negozi di vicinato sono crollate del 14,5%. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2%, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione è stata dello 0,5%. Questo spiega perché abbiamo perso più di quasi 200 mila negozi di vicinato in 10 anni.

mercoledì 31 luglio 2019

Credito al consumo sempre più diffuso: +8,8% in un anno (dal 2017 al 2018)

Il credito al consumo continua a crescere, e alla fine del 2018 lo stock di prestiti delle famiglie ha raggiunto quota 96 miliardi di euro. Rispetto all'anno precedente, c'è stato un incremento di ben 7,2 miliardi, che equivale ad una accelerazione dell’8,8% (appena meno rispetto al +9,3% messo a segno nel 2017).

I numeri sul credito al consumo

A evidenziarlo è un'indagine della Confesercenti, che ha analizzato i dati messi a disposizione della Banca d’Italia. Con il credito al consumo si intendono tutte quelle attività di finanziamento delle persone fisiche e delle famiglie che hanno lo scopo di sostenere i consumi o di rimandare o rateizzare i pagamenti. Ebbene questa modalità di pagamento dilazionato continua a diffondersi sempre di più, anche per piccoli importi. Ciò conferma che le famiglie italiane vedano ancora nel credito al consumo uno strumento valido per realizzare un progetto di acquisto, preferendolo ad altre forme di finanziamento.

La distribuzione geografica

Dal punto di vista geografico, è il Nord Ovest a segnare il tasso di crescita più elevato (+10,3%), seguito da Nord Est e Centro (+9,8% e +9,6%). Andamenti lenti, invece, per quanto riguarda le macro-aree del Sud e nelle Isole che segnano un +7,3%. A livello di regioni, la Lombardia è quella dove il credito al consumo è cresciuto in misura maggiore in termini assoluti: +1,4 miliardi in un anno, quasi il 20% dell’incremento totale nazionale. Seguono Lazio (+810 milioni di euro) e Veneto (+591 milioni). Il credito al consumo fa invece registrare variazioni ridotte in Valle d’Aosta (+17 milioni), Molise (+27) e nelle Province autonome di Trento e Bolzano (+98 milioni).

Il credito al consumo sta diventando una opzione molto interessante anche per le piccole imprese, anche perché si stanno diffondendo strumenti per favorire acquisti dilazionati anche per importi relativamente bassi, come nei negozi di abbigliamento, che potrebbero avere un'efficacia per rilanciare le vendite in una fase difficile di crisi per il commercio.

giovedì 30 maggio 2019

Produzione e consumi di birra: è boom in Italia. E anche le semine di orzo crescono

Il 2018 è stato un anno particolarmente intenso per il settore della birra. Secondo i dati di AssoBirra infatti, sono cresciuti sia la produzione che i consumi pro-capire. E questo incremento ha funto da traino anche per le semine di orzo, aumentate a loro volta.

I dati su produzione e consumi

consumiPartiamo dai dati. L'AssoBirra, l'associazione che rappresenta i maggiori produttori italiani e il 90% della produzione, ha evidenziato un incremento del consumo di birra pari al 3,2%. In Italia si è passati dal 19 milioni di ettolitri del 2017 fin sopra i 20 milioni. Segno positivo anche per l'export che ha raggiunto il massimo storico superando il tetto dei 3 milioni di ettolitri, in aumento del 6,6%.

Cresce il consumo pro-capite (+3,4%) che si è attestato a 33,6 litri. Una tale domanda ha finito per stimolare l'offerta, che è salita anch'essa. La produzione nazionale infatti cresce del 4,7%, con l'Italia che si posiziona al nono posto in Europa per i volumi mentre è quinta per il numero di birrifici.

Ed a proposito di birrifici, quello a cui si sta assistendo è un vero e proprio boom. Siamo arrivati a 862, per una produzione di 504.000 ettolitri, in crescita del 4,3%. Non stupisce quindi il fatto che sia aumentata anche l'occupazione, che alla fine del 2018 contava ben 140 mila lavoratori.

Le semine di orzo

La maggiore produzione di birra, ha stimolato anche la domanda di materie prime, come l'orzo. Le semine sono aumentate quest'anno del 3% per un totale di 267868 ettari, secondo una analisi di Coldiretti sulla base delle intenzioni di semina divulgate dall'Istat. Un microbirrificio su quattro è agricolo, secondo i dati Coldiretti, anche perché la produzione artigianale Made in Italy si è molto diversificata puntando di materie prime di qualità. La regione in cui sono più presenti i microbirrifici artigianali è la Lombardia, a seguire la Toscana, il Veneto e il Piemonte.

lunedì 15 aprile 2019

Spesa per la Pasqua: i dolci costano 400 milioni agli italiani

A Pasqua si rispetterà anche quest'anno la tradizione culinaria degli italiani. Agnelli, capretti, casatielli e torta pasqualina, lasagne e brodo di gallina saranno presenti sulle nostre tavole, così come lo saranno anche i dolci tipici: colombe, uova di cioccolata e pastiera napoletana. Per questi ultimi si stima che la spesa per la Pasqua da parte degli italiani ammonterà a circa 400 milioni di euro.

La spesa per i dolci pasquali

Il calcolo è stato fatto da da CNA Agroalimentare tra gli iscritti alla Confederazione. E' stato evidenziato come le vendite dei prodotti tipici siano cominciate già a metà marzo. Per quanto riguarda le colombe la spesa degli italiani sarà di 170 milioni di euro. Due famiglie italiane su tre consumeranno perlomeno una colomba, che in prevalenza saranno quelle industriali (90 milioni di euro). Tuttavia, aumenta il numero di coloro che comprano colombe artigianali e semi-industriali (80 milioni di giro d’affari). Per quanto riguarda le preferenze, al colomba più gettonata è quella classica, con glassa di mandorle e granella di zucchero e mandorle pelate.

Ciccolata e pastiera

Ma la spesa per la Pasqua "dolciaria" si indirizzerà anche verso la cioccolata. Saranno oltre 16 milioni le uova che si consumeranno nel periodo pasquale, alimentando un volume di affari pari a 250 milioni di euro (soltanto per le pezzature medio-grandi). Cosa interessante da sottolineare: mentre un tempo l'uovo di cioccolata era un prodotto per bambini, oggi invece è un prodotto per tutta la famiglia o in oggetto da regalo raffinato. Per molte aziende il fatturato in questo periodo vale un quarto degli incassi totali annui. In Italia c'è una differenza forte rispetto al resto d'Europa, visto che il consumo di cioccolato fondente copre la metà del totale.

Chi si sta facendo strada tra i dolci pasquali,è la pastiera napoletana. Di recente è uscita dai confini della tradizione culinaria partenopea, diventando un dolce nazionale al punto che nel 2018 la sua ricetta è stata la più ricercata in rete, secondo Google Trends.

sabato 11 agosto 2018

Spese per beni e servizi, in Italia il 40,7% sono obbligate

Le spese obbligate rappresentano nel 2018 quasi la metà dei nostri consumi. Per la precisione sono il 40,7%, secondo i dati di Confcommercio. Ed anche se il dato è in calo di un punto percentuale rispetto all'ultima rilevazione del 2014, l'incidenza rimane ancora molto elevata. Complessivamente esse pesano per quasi 7.300 euro l'anno pro capite.

L'analisi delle spese e dei consumi

Si tratta di quelle spese rispetto alle quali ogni cittadino ha poca se non nessun scelta. In sostanza, le deve pagare. Ne sono un esempio l'affitto di casa, le bollette, il cibo, i ticket sanitari, ma anche servizi finanziari ed assicurazioni.

La quota che assorbe la maggior parte della spesa riguarda la casa, che a testa "mangia" circa 4200 euro. Anche se in leggero calo, rimane sostenuta anche la spesa per gli alimentari. A testa si spendono 2.681 euro annui, ovvero il 15% totale sui consumi (in calo rispetto al precedente 15,2%). Rimane sostenuta anche la spesa riguardante la sanità. Nel 2018 l'italiano spende circa 629 euro annui a testa, pari al 3,5% sul totale dei consumi. Riguardo a tali spese va evidenziato che le esigenze di finanza pubblica hanno aumentato la quota di partecipazione richiesta ai cittadini. Tra le spese obbligate entrano anche quelle legate alla mobilità, come assicurazioni e carburanti, che sono in leggero aumento (soprattutto a causa dell'aumento dei carburanti).

Spese obbligate, commercializzabili e crisi


L'analisi di Confcommercio evidenzia inoltre che le spese obbligate sono "impermeabili" alla crisi. In sostanza dal 1995 ad oggi hanno oscillato tra il 36,5-41%, addirittura andando in aumento anche nel periodo di crisi.

Durante questo lasso di tempo hanno invece ceduto il passo le spese per "beni commercializzabili", ovvero quelle determinate dai gusti e della abitudini dei singoli consumatori. Va aggiunto che queste ultime sono state altresì ridotte per via dell'incremento delle spese per "servizi commercializzabili".