mercoledì 29 aprile 2020

Prestazioni sociali, l'Italia torna indietro d trent'anni per la componente sanitaria

Una delle voci più importanti di spesa per uno Stato, è quella per le prestazioni sociali erogate dal settore pubblico. Questa voce include le spese sanitarie, le pensioni e tutte le altre tipologie di prestazioni previdenziali e assistenziali.

I numeri della spesa per prestazioni sociali in Italia

Per quanto riguarda la spesa sanitaria, l'ISTAT rileva come l'Italia sia tornata a quasi trent'anni fa, come percentuale sul complessivo. Questa componente nel 2019 si è ridotta fino a giungere al 22,7% del totale, come non succedeva dagli anni Novanta. La diminuzione della componente "spesa sanitaria" è stato un processo progressivo. Infatti è cominciato dal 2008, ovvero dalla scorsa grande crisi.

E' cresciuta invece la voce dedicata alle indennità di disoccupazione. Queste ultime hanno raggiunto il livello massimo di spesa nel 2019, pari a 12,6 miliardi. La Cassa integrazione guadagni invece è ritornata ai livelli che c'erano prima della crisi economica del 2009, circa 849 milioni. Purtroppo questa componente di spesa è destinata ad aumentare vertiginosamente nei prossimi mesi, per via dell'impatto del coronavirus, che causerà una crescita di indennità di disoccupazione e spese per la Cig.

Confronto Italia UE

Confrontando il dato italiano con quello Europeo, ci si rende conto che siamo in linea. Infatti siamo a 8.041 euro di spesa socio-sanitaria di cui beneficia ciascun residente nel nostro Paese, contro 8.070 di media UE. Bisogna però precisare che ci sono casi estremi che "sporcano" la affidabilità di questa media. Si pensi alla spesa media pro capite di Bulgaria e Romania, che non arriva neppure a 1.500 euro l’anno, o a quella enorme di Lussemburgo (20.514 euro) e Danimarca (15.616 euro l’anno).

Nella classifica della UE, l'Italia è dodicesima per spesa procapite. Siamo invece al settimo posto per spesa in rapporto al Pil (28,0%). Sotto questo ultimo punto di vista, l'Italia è oltre la media UE: in sostanza la nostra spesa in rapporto al prodotto interno lordo è più alta di quel che accade mediamente in Europa. Va precisato che fino al 2008, ultimo anno prima della grande crisi economica, la spesa pro capite era di 6.488 euro in Europa, e ben più alta della media Ue in Italia (7.073 euro).

lunedì 27 aprile 2020

Economia giapponese, la BoJ irrompe con un piano acquisto titoli illimitato

La Bank of Japan si allinea alla FED e mette in campo un quantitative easing illimitato. L'istituto guidato da Kuroda - al termine di una riunione d'emergenza - ha deciso di fronteggiare l'emergenza coronavirus con una mossa forte, mettendo nuovamente mano alla propria politica monetaria per sostenere l'economia giapponese.

Il piano nipponico per l'economia giapponese

La banca centrale giapponese ha così varato un programma di acquisto di titoli di Stato dal quale è stato rimosso il precedente tetto di 80.000 miliardi di yen annui. Tuttavia, la BoJ non si è fermata qui. Per sostenere in modo ancora più forte l'economia giapponese, ha infatti esteso il QE al debito delle imprese industriali e commerciali, introducendo regole volte ad agevolare l’acquisto di obbligazioni.

Previsioni riviste al ribasso

La banca centrale ha rivisto poi le previsioni sull'economia nazionale, tagliando sia la crescita - che in base alle stime dell'istituto centrale è prevista contrarsi tra il 3 e il 5% nel 2020 - che l'inflazione. Quest'ultima, da ormai anni problema insormontabile per la BoJ, a causa della crisi crollerà ben sotto il target del 2% per altri tre anni. “Per il momento è probabile che l’economia giapponese rimarrà in una situazione grave a causa dell’impatto della diffusione di COVID-19 in patria e all’estero", si legge nel comunicato stampa della banca centrale.
L’odierna riunione della Bank of Japan spianerà la strada ai meeting di Fed e BCE, entrambi previsti per questa settimana. La politica monetaria tornerà centrale nei prossimi giorni.

La reazione dei mercati

La decisione della Bank of Japan ha subito spinto con forza la Borsa di Tokyo, che è schizzata oltre il 2%. Sulle migliori piattaforme trading gratuite si vede che l'indice Nikkei è salito del 2,71% a 19.783 punti, mentre il Topix è salito di circa il 2% a 939 punti.

Bene anche Seoul il cui indice principale termina con un +1,82%, disegnando un morning evening star pattern. Le Borse cinesi hanno chiuso la seduta positive, limando i rialzi nel finale: l'indice Composite di Shanghai sale dello 0,25%, a 2.815,49 punti, mentre quello di Shenzhen segna un frazionale progresso dello 0,06%, a 1.738,05. Taiwan cresce del 2,13%, bene anche Hong Kong e Singapore.

giovedì 23 aprile 2020

Negozi di barbieri e parrucchieri chiusi, per molti c'è il rischio di non riaprire più

Da quando è scattato il lockdown, si sono chiusi i negozi di barbieri e parrucchieri. Per molti però, quelle saracinesche rischiano di rimanere abbassate per sempre. E non è cosa marginale, dal momento che parliamo della seconda categoria di lavoratori più numerosa del nostro Paese. E' seconda infatti soltanto a quella dei muratori.

Il Covid e la chiusura dei negozi

Se in generale l'impatto del Covid sui lavoratori italiani è pesante, per parrucchieri ed estetisti è ancora più seria. Sul territorio italiano si contano circa 130mila imprese artigiane di questo tipo. Il loro giro d’affari si aggira sui 6 miliardi di euro l’anno, e in questo settore sono occupati circa 263.000 addetti. Parliamo di 300 mila famiglie che sono in difficoltà. La chiusura forzata dei negozi quindi è un dramma, perché ha causato 1,5 miliardi di perdite.

Il punto è che il 90% di queste imprese è costituito infatti da negozia molto piccoli, dove in media sono occupate da 2 persone. Attività che non generano margini sufficienti a fronteggiare la crisi. Semmai sono appena sufficienti a garantire la gestione giornaliera dell’esercizio. Secondo "Costemica", circa il 25% dei saloni potrebbe non riaprire più. Si tratta di quei saloni più piccoli e meno robusti sotto il profilo finanziario. Per loro un altro mese di chiusura sarebbe catastrofico.

Occorre riaprire subito

E' chiaro che bisogna coniugare l'aspetto economico, ovvero la ripresa dell'attività e il ripristino dell'occupazione, con la sicurezza. Però va tutto fatto con urgenza. Occorre accelerare la ripartenza. Anche perché molte delle misure di sicurezza non sono del tutto nuove per i saloni, in primis l'igienizzazione dei locali e degli strumenti utilizzati. Attuare il distanziamento sociale non dovrebbe essere neppure così complicato. E per evitare gli assembramenti, si può ipotizzare un lavoro solo su appuntamenti in base alla grandezza dei locali, magari con una espansione degli orari per coprire il picco che ci sarà nel primo momento dell’apertura.

venerdì 17 aprile 2020

PIL cinese a picco, prima contrazione trimestrale nella storia del Paese

Per la prima volta della storia del rilevamento del Pil trimestrale (cominciata nel 1992), la Cina affronta una contrazione. Sono queste le evidenti cicatrici della pandemia che è partita proprio dal paese del Dragone, che ha portato il governo a chiudere fabbriche, servizi di trasporto e centri commerciali per contenere la diffusione del virus. Lo stesso destino lo seguirà maggior parte degli altri paesi del mondo, alle prese con la stessa emergenza combattuta con le stesse armi.

Del resto appena 3 giorni fa, il Fondo Monetario Internazionale aveva bollato questa emergenza come "una crisi mai vista. La peggiore dalla Grande Depressione del 1930", Secondo i dati del Fondo l'economia mondiale, quest'anno, a causa del Covid-19 e delle sue conseguenze, dovrebbe contrarsi del 3%, percentuale che supera il -0,6% dello scenario successivo alla crisi Lehman Brothers.

I dati sul PIL cinese

economia cineseSecondo i dati resi noti la scorsa notte, l'economia cinese si è contratta del 6,8% tra gennaio e marzo su base annuale. La contrazione è risultata superiore alla stima del 6,5% formulata dagli analisti. Il precedente trimestre la Cina aveva vissuto una espansione del 6%. Su base trimestrale, il Pil è calato del 9,8% nei primi tre mesi dell’anno, contro le previsioni del -9,9% e con la crescita dell’1,5% nel trimestre precedente. L'ultima battuta d'arresto della Cina risaliva al 1976, fine della Rivoluzione culturale, ma quello era un dato riferito all'intero anno.

Indicatori economici in discesa

Gli indicatori economici diffusi nell'ultimo periodo, sono tutti negativi. Le vendite al dettaglio sono calate del 15,8%, dopo il calo del 20,5% del periodo gennaio-febbraio. La produzione industriale a marzo ha fatto segnare un calo mensile dell'1,1% rispetto al tracollo del 13,5% dei primi due mesi dell'anno. Nel primo trimestre, è complessivamente scesa dell'8,4%. Hanno fatto anche peggio le vendite al dettaglio, crollate del 19% nello stesso periodo. L'export cinese è calato a marzo del 6,6% rispetto a marzo 2019, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,9%.

lunedì 13 aprile 2020

Produzione di rame in calo, il prezzo non salirà fino a dopo l'estate

Non sembra destinata a finire presto la grave difficoltà del settore del rame. Almeno fino a metà di quest'anno, le previsioni dicono che la domanda di metallo rosso continuerà ad essere molto debole. Inutile dire che il fattore che ha innescato questa profonda crisi del settore è lo scoppio della pandemia da Covid-19.

La frenata della Cina provoca un calo della produzione

oroSecondo un'analisi fatta da Capital Economics, a causa dei blocchi e delle restrizioni dovute alla pandemia di coronavirus, il calo della domanda non ha ancora raggiunto il picco. Gli ultimi dati concreti riguardano invece il mese di gennaio, che ha evidenziato una riduzione della domanda del 2,5%. E' chiaro però che i prossimi report saranno ben peggiori, visto che il principale consumatore di rame è la Cina, primo paese duramente colpito dal Covid-19. Nel paese del Dragone si prevede un calo del 16% annuo sul PIL del primo trimestre, e una frenata al 5% nel corso del 2020.

Domanda stabile

Essendo il rame il metallo industriale più utilizzato, la drastica riduzione della produzione colpirà duramente il suo mercato. I vecchi progetti sono fermi, quelli nuovi sono sospesi o comunque ritardati. Se questo è lo scenario dal lato dell'offerta, non si può dire lo stesso dal lato della domanda, che non si è affatto ridotta durante questo periodo. Solo se si verificasse un forte calo nelle produzioni minerarie in paesi come Perù e Cile, allora potrebbe verificarsi un bilanciamento tra offerta e domanda.

Prezzi in declino costante

Dal punto di vista economico, il calo dei prezzi del rame è stato molto intenso. Da inizio anno - sottolinea Helly - siamo attorno al 20%. Se a gennaio il rame era quotato 6.165 dollari per tonnellata, adesso siamo sui 4.700 dollari. Tenuto contro che il picco dovrebbe ancora arrivare, secondo Capital Economics il prezzo del rame scenderà ancora, forse fino a 4.000 dollari. Il prezzo potrebbe riprendere a salire soltanto dopo l'estate, quando la parabola di diffusione del Covid avrà imboccato la via della discesa in tutte le maggiori economie mondiali.

martedì 7 aprile 2020

Lavoro, il coronavirus avrà un impatto durissimo: 420mila posti in meno

Il numero di posti di lavoro che si perderanno a causa dell'emergenza Covid-19 è pari a 420mila unità. Questo dice il rapporto di Unioncamere, che ha pubblicato l'aggiornamento di marzo sul fabbisogno di posti di lavoro nelle imprese private dell'industria e dei servizi. Metà delle unità lavorative che si perderanno, riguardano il settore del turismo, quello in assoluto più flagellato dall'emergenza sanitaria.

Il crollo dei posti di lavoro

I numeri resi noti da Unioncamere chiariscono la portata e gli effetti dell'emergenza che stiamo vivendo. Le conseguenze sul lavoro sono - come era temuto - pesantissime. La crisi verrà in parte mitigata dall'azione del governo, che effettuerà manovre a sostegno dell’economia del Paese. Lo stesso vale per ciò che sta facendo la UE. Al momento però è difficile capire che ripercussioni avranno questi interventi sul mercato del lavoro. Bisognerà aspettare i prossimi mesi per avere un quadro più aggiornato.

Al momento quello che si sa è che rispetto al 2019, il numero di posti di lavoro dovrebbe diminuire del 2,1%, ovvero 422 mila unità. Da questo conteggio vengono peraltro esclusi quei dipendenti che sono stati o verranno messi in cassa integrazione ordinaria o in deroga. La maggior parte dei lavoratori che perderà il posto sono dipendenti, circa 232mila unità. Gli altri 190mila sono gli indipendenti, che però in percentuale subiranno un calo maggiore, ovvero 3,4% rispetto allo scorso anno.

Settori più colpiti, il turismo sta messo peggio

Come detto, il settore più colpito da questa terribile crisi è quello turistico. L'emorragia di posti di lavoro attesa è di 219 mila persone, quindi più della metà del calo occupazione complessivo previsto in tutto il Paese. Un fortissimo contraccolpo lo subirà anche il settore del commercio, che perderà 72.300 posti di lavoro. Gli altri settori subiranno cali più contenuti in termini numerici, ma non per questo meno drammatici. Il settore delle costruzioni subirà probabilmente un calo di posti di lavoro di 30mila unità, mentre nei servizi se ne perderanno 23mila.

Nonostante il boom dell'e-commerce, anche il settore del trasporto, logistica e magazzinaggio subirà una cforte contrazione, circa 18mila occupati in meno. Il settore della moda subirà una contrazione occupazionale di 19mila posti, il settore della gomma e delle materie plastiche e l’industria metallurgica avranno un calo di 10mila posti ciascuno.

venerdì 3 aprile 2020

Eurozona, sfilza di dati macro negativi per effetto dell'epidemia di covid-19

Gli effetti della pandemia si cominciano a vedere in tutta la loro evidenza nei dati macro. Questa mattina sono stati resi noti quelli relativi all'Indice IHS Markit PMI della Produzione Composita, che ha registrato il maggiore crollo mensile per la Eurozona. Il dato segna il record storico minimo di 29,7, dopo che a febbraio era stato di 51,6. Ricordiamo che sotto la soglia di 50, significa contrazione.

Dati pesanti per la Eurozona

Il Covid-19 sta quindi avendo un pesante effetto sull'economia del settore privato dell'eurozona. Per il manifatturiero è stata registrata la 14esima contrazione mensile consecutiva, stavolta la peggiore da aprile 2009. L'Indice PMI IHS Markit dell'Attività Terziaria dell'eurozona di marzo è crollato indicando il nuovo record minimo di 26,4.

Se guardiamo alle singole nazioni, si ha una sfilza di record negativi. In Spagna il Pmi servizi crolla a minimo storico, marzo a 23,0 da 52,1 febbraio. Anche in Italia il settore dei servizi ha subìto un crollo record, è infatti sceso a 17,4 da 52,1 di febbraio. In Germania l'Indice IHS PMI dei servizi a marzo si è attestato a 31,7 punti rispetto ai 52,5 di febbraio, anche qui su livelli minimi record. Anche in Francia nuovo record a 28,9 punti (in pesante flessione rispetto ai 52,6 punti di febbraio).

I riflessi sui mercati

Sul mercato valutario, in attesa dei dati Usa, la diffusione della pandemia fa avanzare il biglietto verde, considerata la moneta più liquida del mondo. L'euro apre in calo a 1,0845 dollari e 117,08 yen. Cresce il dollaro/yen a 107,97. Anche le previsioni dollaro franco svizzero sorridono al biglietto verde. Intanto lo spread tra Btp e Bund segna 190,7 punti base, sul livello della chiusura di ieri, con un rendimento del decennale italiano all'1,45%.

Chi sa come fare trading sul forex ben comprende che l'impatto del Coronavirus - il cui numero di contagiati ha superato la soglia di 1 milione - continua e continuerà ancora per diverso tempo ad essere il freno per l'intera economia globale, nonché il vero driver dei mercati finanziari.

mercoledì 1 aprile 2020

Finanziamenti, cresce il ricorso al "private debt" per le imprese italiane

Durante questo periodo in cui si avverte fortissimo il bisogno di liquidità per le imprese, si scoprono nuove frontiere per soddisfarlo. Ad esempio con il "private debt". Si tratta di veri e propri finanziamenti concessi da investitori privati (anche in forma di obbligazioni), con scadenza lunga (anche 10-15 anni).

La sostanza del private debt

Questo tipo di finanziamento può essere impiegato per diversi scopi. Ad esempio portare avanti delle operazioni di investimento e sviluppo che da soli non si potrebbero realizzare, ma anche ristrutturare debti preesistenti o condurre operazioni di acquisizione. Tra gli operatori che hanno finanziato operazioni di private debt ci sono nomi molto noti come DeA Capital, Azimut Libera Impresa, Equita, Amundi, ma anche banche specializzate come il gruppo Sella e Mediobanca.

E' chiaro che l'accesso a questa forma di finanziamento non è cosa banale, perché le aziende richiedenti devono avere bilanci certificati e in ordine, così come devono sottoporsi a un protocollo d’approvazione. Nel 2019 il tasso medio dei "privat debt" era del 4,9% con una durata media del finanziamento di 4 anni e 8 mesi. Le operazioni di questo tipo hanno avuto un importo medio di 5,3 milioni, ma con un range discretamente ampio: da qualche centinaia di migliaia di euro a fino a oltre 10 milioni.

I numeri del mercato italiano

I numeri del private debt in Italia evidenziano una grossa crescita. Nel 2019 infatti è stato fatto il 75% in più di operazioni (252 nell’anno), per un ammontare complessivo in crescita del 28% (media 1,3 miliardi di euro). Rispetto al 2015, le operazioni totali sono quadruplicate mentre l'ammontare complessivo raccolto è 5 volte maggiore. Metà del private debt concesso lo scorso anno è stato con finanziamenti, l'altra parte con obbligazioni. Le regioni da dove sono partite le richieste maggiori sono state Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige.