mercoledì 18 marzo 2026

Inflazione in crescita con la guerra nel Golfo, rincari pesanti per le famiglie

Gli ultimi report sui prezzi al consumo rischiano di diventare soltanto un bel ricordo per i prossimi mesi. Infatti l'ultima revisione al ribasso delle stime sull'inflazione, a causa della guerra del Golfo lascerà spazio presumibilmente a forti aumenti nei prossimi mesi.

Gli scenari geopolitici e la corsa dell'inflazione

L'ultimo rapporto pubblicato da Istat sull'andamento dell'inflazione in Italia ha comportato una revisione al ribasso delle stime dello 0,1% sia su base annua che su base mensile. È stato rivisto al ribasso anche il carrello della spesa, in questo caso dello 0,2% (passa infatti dal 2,2% al 2%).

Purtroppo questi dati, benché freschissimi, rischiano già di sembrare dell'era preistorica dal momento che la guerra in Medio Oriente provocherà un contraccolpo feroce sull'andamento dei prezzi al consumo. I primi effetti li cominceremo a sentire già a marzo, quando secondo il Codacons inizieranno a esserci degli aggravi della spesa per le famiglie che nell'arco di un anno potrebbero arrivare fino a 700 euro.
Ovviamente l'impatto della guerra sull'inflazione dipenderà dalla durata della stessa, che tutti si augurano possa essere ancora relativamente breve.

I problemi per le imprese

Se le famiglie sono destinate a subire dei contraccolpi forti, non sarà diverso lo scenario per le imprese. Si preannunciano infatti aumenti esorbitanti del costo dell'energia, rallentamenti nelle consegne e anche un calo della domanda dovuto alla corsa dei prezzi.

A soffrire maggiormente di questa situazione saranno le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del tessuto imprenditoriale italiano. Mentre l'aggravio dei costi operativi è già divenuto una realtà concreta, si cerca di stimare il possibile contraccolpo sulle vendite. Secondo una recente previsione, nel 2026 la metà potrebbe subire un calo del fatturato compreso tra il 5 e il 15%, è un terzo subire una contrazione superiore al 15%. Una conseguenza grave inoltre sarà la riduzione degli investimenti e di conseguenza anche un impatto negativo sulla competitività delle nostre aziende.

giovedì 12 marzo 2026

Profitto netto, dopo quattro anni di attesa TIM può festeggiare

Era dal 2020 che il gruppo di telecomunicazioni TIM presentava bilanci annuali in perdita. Dopo quattro anni di attesa finalmente è giunto un profitto netto, grazie ad una serie di fattori che si spera possano consolidare questa inversione di rotta anche in futuro.

I dati di bilancio e il profitto

Il gruppo ha chiuso l'anno 2025 con un profitto netto di 519 milioni di euro, ribaltando così la perdita di 364 milioni che era stata registrata lo scorso anno. Circa 297 milioni sono attribuibili agli azionisti della capogruppo, mentre 222 milioni spettano alle minoranze della controllata brasiliana TIM Brasil, che ha chiuso l'anno con un utile netto normalizzato di circa 700 milioni di euro.

Proprio il ruolo sempre più rilevante della controllata sudamericana è stato fondamentale per tornare al profitto netto. Hanno però inciso anche alcune componenti straordinarie di bilancio, come il rimborso del canone concessorio del 1998, che ha generato un effetto positivo vicino al miliardo di euro.

Una svolta incoraggiante

Il ritorno al profitto netto da parte di TIM avviene dopo anni complicati, durante i quali è stata realizzata una profonda riorganizzazione dell'intero gruppo. Il fulcro di questo processo è stata la separazione della rete e la vendita della società della rete fissa NetCo, avvenuta nel 2024.

NB. Anche per i titoli del mercato azionario italiano si può utilizzare lo strumento del ventaglio di Gann fan.

Altri numeri

Per quanto riguarda il business operativo, il gruppo TIM ha realizzato ricavi complessivi per 13,7 miliardi di euro. Questo risultato segna una crescita del 2,7%, rispetto all'anno prima. L'EBITDA after lease è cresciuto del 6,5%, mentre il debito netto after lease è sceso di circa 412 milioni rispetto al 2024.
La nota negativa resta la capogruppo TIM spa, il cui bilancio continua ad essere in perdita per 155 milioni (Tuttavia siamo molto distanti dalla maxi perdita di 1,2 miliardi del 2024).

Il ritorno al profitto netto non ha comunque stupito i mercati, che non stanno premiando le azioni TIM. Il titolo infatti cede circa mezzo punto percentuale a Piazza Affari, a quota 0,59 (per dati aggiornati si vedano Consob broker autorizzati e siti trading). Nelle prime ore del mattino tuttavia aveva piazzato un breve scatto oltre quota 0,60. 

martedì 10 marzo 2026

Aziende agricole del Mezzogiorno sempre più sotto pressione

Sono tantissime e rappresentano un elemento fondamentale per la nostra economia. Proprio per questo il grido di aiuto di molte aziende agricole del Mezzogiorno deve essere ascoltato. L'agricoltura sta facendo i conti con problemi che non sono più congiunturali bensì strutturali, e che mettono sotto pressione l'intero sistema produttivo.

Le difficoltà delle aziende agricole del Mezzogiorno

Il problema fondamentale delle aziende agricole del Mezzogiorno, che nella maggior parte dei casi sono piccole e medie imprese, è la scarsità dell'elemento più importante per produrre: l'acqua. Le imprese si trovano da tempo a dover fare i conti con una siccità che non è più un fenomeno climatico di tipo straordinario, ma un elemento strutturale frenante della produzione. 

In molte zone del Meridione l'acqua è quasi un bene di lusso per le imprese, perché è diventata troppo costosa. In alcuni casi addirittura viene proprio a mancare.

La preoccupante evoluzione degli ultimi anni

Le stagioni negli ultimi anni si sono fatte sempre più secche vengono, soprattutto al Sud. Le aziende agricole devono razionalizzare l'acqua disponibile oppure ricorrere a pozzi privati o sistemi di pompaggio, che sono energivori e quindi molto costosi.. Tutto ciò comporta un aumento dei costi operativi, che già sono sotto pressione per via dei rincari energetici e dell'aumento dei prezzi di molte materie prime.

In un contesto così difficile, la sopravvivenza passa necessariamente per l'innovazione. Ma scegliere questa strada costa, e le aziende in gran parte non possono permettersi ulteriori spese, specialmente quelle che sono alle prese con la scarsità di acqua. Ecco perché si dice che l'agroalimentare avrebbe bisogno anche della finanza.

Qualche numero

Negli ultimi cinque anni soltanto di 12% delle aziende agricole ha realizzato interventi di tipo innovativo. Ma mentre al Nord la percentuale è praticamente doppia rispetto alla media nazionale (si arriva al 24,5%), al mezzogiorno invece si dimezza e crolla al 6,2%. 

Il paradosso è che proprio nelle zone dove gli investimenti servirebbero di più, si finisce per farlo di meno. C'entra anche un fattore strutturale, visto che la capacità di vestire è una prerogativa soprattutto di grandi aziende, che si trovano per lo più al Nord, mentre al Mezzogiorno troviamo imprese di piccole e medie dimensioni, con realtà di piccola scala e con poca capacità di innovare.