martedì 6 ottobre 2026

Bilancio delle Big Tech sotto i riflettori, ottobre caldo per Wall Street

Le prossime settimane saranno veramente calde per gli investitori del mercato azionario americano. Durante ottobre infatti saranno pubblicati i resoconti trimestrali delle società quotate a Wall Street, e il bilancio delle Big Tech potrebbe indirizzare notevolmente il percorso del mercato USA nel prossimo futuro.

Cosa aspettarsi dal bilancio delle Big Tech

big techI colossi della tecnologia come Alphabet, Amazon e Microsoft daranno un'indicazione importante su come procede il business e potrebbero anche offrire delle indicazioni su quello che succederà nel 2027.
Nel bilancio delle Big Tech ci sono investimenti per centinaia di miliardi di dollari, soprattutto nell'infrastruttura dedicata all'intelligenza artificiale (cosa che limenta la domnada e quindi il prezzo del rame, vicino a record storici). Il mercato vuole capire quale sarà il livello della spesa nel prossimo anno e se la crescita dei costi sarà accompagnata da una maggiore crescita dei ricavi.

Una questione di equilibrio

Se questa settimana i mercati finanziari penseranno soprattutto ai verbali FED e BCE, dalal prossima l'aspetto più importante non sarà la lettura del bilancio delle Big Tech nelle sue cifre fondamentali, ma soprattutto capire se l'espansione degli investimenti sarà accompagnata da una crescita dei ricavi e del redditività. Il problema delle grandi aziende tecnologiche è proprio questo, ossia muoversi su un sottile equilibrio tra grandi investimenti e sufficienti ritorni economici.

Le conseguenze sono enormi

La lettura del bilancio delle Big Tech Non servirà soltanto a indirizzare l'andamento delle singole società ma avrà un effetto importante lungo tutta la filiera. Una maggiore spesa per Data Center e sistemi di intelligenza artificiale coinvolge anzitutto i produttori di chip a semiconduttori. Ciò vuol dire che ne risentiranno i conti di Nvidia, Taiwan Semiconductor Manufactoring e Broadcom. In sostanza l'intero comparto tecnologico (che ha creato molti nuovi ricchi e ne creerà ancora, visto che una ricerca sostiene che nel 2031 avranno un patrimonio miliardario quasi 4.000 persone) risentirà dei bilanci delle Big Tech come Alphabet, Amazon e Microsoft.
Inoltre il peso di queste società sull'indice S&P500 rende rilevanti le loro trimestrali per l'intero mercato e può condizionarne l'umore. 
Dopo un settembre chiuso con un rialzo contenuto, gli investitori sperano che il mese di ottobre possa portare delle buone notizie.

martedì 29 settembre 2026

Mercato valutaio, euro sotto pressione e scivola sui minimi di 18 mesi

È da un po' di tempo che la valuta unica europea sta attraversando una fase di debolezza. Rispetto al dollaro statunitense sul mercato delle valute l'euro è scivolato attorno ai livelli più bassi degli ultimi 16 mesi. Non è un dato di poco conto perché - come vedremo - questo ha conseguenze rilevanti per il nostro portafogli.

Perché l'euroscivola sul mercato

euroAnzitutto partiamo dal dato nudo e crudo. Il cambio tra euro e dollaro è sceso negli ultimi giorni sotto quota 1,134 come non si vedeva da maggio 2025. Allo stesso tempo, il biglietto verde americano continua a rafforzarsi visto che l'index è salito quasi a quota 101,5 (dati ricavati dai broker opzioni binarie Italia).

Il motivo di questo andamento dell'Euro/Dollaro risiede principalmente in ciò che sta accadendo nel Golfo, dove il conflitto USA-Iran ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz e al crollo dei rifornimenti di petrolio. Il prezzo del barile è schizzato oltre i 100 dollari e i costi dell'energia hanno cominciato a volare, alimentando il rischio di una forte fiammata inflazionistica.

Valute e rendimenti obbligazionari

Dal momento che per contrastare l'inflazione le banche centrali devono alzare i tassi di interesse, il rendimento dei titoli di Stato ha cominciato a crescere. Quello dei Treasuries americani ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla crisi del 2007-2009. L'incremento dei rendimenti di titoli di Stato americani spinge quindi gli investitori all'acquisto e quindi aumenta la domanda di dollari. Il biglietto verde cresce mentre l'euro si spegne (peraltro ci sono vendite su oro e argento per i timori di inflazione e le strette monetarie).  

Il fattore petrolio

C'è un aspetto che va considerato in questo scenario, ossia l'aumento del prezzo del petrolio. L'Europa è un'importatrice netta di greggio, il cui prezzo è denominato in dollari. Ciò significa che la svalutazione dell'Euro sul mercato delle valute aggrava ulteriormente la crescita del prezzo del petrolio rendendo molto più costose le importazioni. 
Il cambio sfavorevole quindi è una forma di pressione aggiuntiva. Sono maggiormente esposte le imprese che importano energia, materie prime o componenti pagati in dollari e vendono principalmente sul mercato europeo (quindi incassano euro).

Per le famiglie invece c'è poco da fare, un cambio sfavorevole l'aumento dei prezzi dell'energia e l'inflazione incidono senza dubbio sulle scelte domestiche. E non è una cosa recente, perché già a marzo parlavamo di inflazione in crescita con la guerra nel Golfo e rincari pesanti per le famiglie. Nulla è cambiato, e la pressione aumenta.

giovedì 24 settembre 2026

Economia italiana, cosa cambia con la nuova bocciatura UE

Uno scostamento minimo, eppure determinante per lasciare ancora l'Italia sotto la scure della procedura di infrazione dell'Unione Europea a causa dei conti ancora imperfetti della sua economia.

L'obiettivo mancato dalla nostra economia

economiaLa verifica sui conti pubblici del nostro paese ha mancato l'obiettivo di pochissimo. Il rapporto Deficit-PIL avrebbe dovuto scendere almeno alla soglia del 3%, e invece siamo scesi al 3,1%. Il disavanzo di bilancio dell'Italia rimane quindi eccessivo secondo l'Unione Europea, e quindi resta la procedura di infrazione nei nostri confronti. La conseguenza per l'economia italiana è quantificabile in circa 2 miliardi di euro, che magari non modificherà in modo sostanziale la prossima finanziaria, ma comunque si farà sentire.

Le voci decisive sullo sforamento

Il mancato raggiungimento dell'obiettivo di questi dati macroeconomici e indicatori si deve soprattutto ai 700 milioni di investimenti realizzati da RFI e ANAS e quasi un miliardo riconducibile ai partenariati tra pubblico e privato. Sul fronte dei crediti di imposta fittizi connessi al Superbonus, le verifiche hanno portato a contabilizzare 3,2 miliardi senza però arrivare all'intero ammontare che aveva appesantito i conti lo scorso anno.

Le spese su difesa ed energia

Va precisato che l'Italia potrebbe giocarsi ancora la carta del compromesso per quanto riguarda le spese su difese ed energia, come del resto ha fatto anche il Belgio, che si trova anch'esso sotto procedura di inflazione.

Il rapporto difficile tra Italia ed Europa

La permanenza dell'Italia nella procedura di infrazione agita nuovamente il dibattito sul rapporto tra Italia ed Europa. C'è chi auspica l'uscita dell'Italia dalla moneta unica. Il partito di Vannacci, in grande ascesa, ha tra le sue fila Antonio Maria Rinaldi, grande teorico del Italexit. È un tema ricorrente, e nel 2016 il Nobel Stiglitz pronosticò che l'Italia sarebbe stato il prossimo paese a uscire dalla Eurozona.

Quello che sembra evidente è che in 30 anni di euro l'Italia non ha avuto vantaggi ne' trattamenti di particolare favore, anzi spesso si è scontrata con la UE. Va però aggiunto che il bilancio di un decennio di Brexit per l'economia britannica è negativo. Magari all'Italia non sarebbe andata meglio.

martedì 15 settembre 2026

Lavoro , il 70% degli italiani lo cambierebbe volentieri

Il rapporto degli italiani con la propria occupazione non è dei migliori. Si capisce da un'indagine condotta da Censuwide per Indeed, dalla quale emerge che ben sette su dieci cambierebbero volentieri il proprio lavoro. Nella maggior parte dei casi però diversi fattori finiscono per lasciare questo desiderio puramente come tale.

Chi vorrebbe cambiare lavoro

lavoroIl desiderio di cambiare il proprio posto di lavoro è manifestato dal 69% degli intervistati. Addirittura il 26% di chi ha già un posto (tempo pieno o part time non fa differenza) afferma che il cambiamento della propria preoccupazione è un pensiero costante.

Ci sono diverse sfaccettature all'interno di questa grande fetta di lavoratori che desidera un cambiamento. Un terzo sogna una carriera in costante evoluzione, mentre circa una persona su 7 vorrebbe cambiare completamente il settore, almeno una volta nella vita. Una persona su dieci invece cambierebbe settore più volte nell'arco della propria vita lavorativa. Il 40% degli intervistati ha in mente un percorso professionale ideale che vorrebbe si concretizzasse. Va anche sottolineato che il 28% dei lavoratori intervistati a manifestato una grossa preoccupazione riguardo il proprio futuro lavorativo a lungo termine.

Cambiare, ma per andare dove?

Se il desiderio di cambiamento è estremamente diffuso, ci sono alcuni settori lavorativi che sono preferiti rispetto ad altri in caso di cambiamento. Il posto di lavoro più ambito è quello nella pubblica amministrazione, visto che lo vorrebbe un terzo degli intervistati. Il 26% desidera un posto nel settore vendite e il 23% nell’informatica, seguono logistica e settore manifatturiero.

A proposito di lavoro, sai che in Italia lo svolgiamo 5 anni in meno rispetto al resto d'Europa?

Cosa frena il cambiamento

Per molti lavoratori il desiderio di cambiamento è destinato a rimanere tale, perché un tentativo concreto di cambiare il proprio posto di lavoro neppure lo farà mai.
Il motivo non è unico, ma ce ne sono diversi che agiscono insieme. Il freno maggiore è la propria età, seguita dalla prospettiva di ricominciare tutto da capo. Questi due aspetti sono indicati da un terzo dei lavoratori. Circa un quinto ha invece paura di fallire nel nuovo lavoro, mentre un quarto sente il peso dell'incertezza finanziaria che deriverebbe dal cambiamento (specia i giovani neolaureati che hanno retribuzioni già basse).

Le responsabilità familiari sono il fattore frenante per un lavoratore su cinque, anche perché nella maggior parte dei casi vive senza lavoro, anche soltanto per un paio di mesi, metterebbe seriamente a rischio la tenuta finanziaria del proprio nucleo familiare. Del resto siamo in un Paese dove quasi metà reddito se ne va per le spese obbligate a causa dei costi sempre più alti.  

sabato 5 settembre 2026

Investitori, al centro della scena ci sono BCE e inflazione USA

Sarà un'altra settimana molto intensa per gli investitori, che dovranno tenere sotto controllo tanto l'evoluzione degli aspetti geopolitici quanto i dati macro in arrivo soprattutto dagli Stati Uniti. Senza dimenticare la riunione della Banca Centrale Europea che si pronuncerà sui tassi di interesse.

Gli appuntamenti negli USA per gli investitori

mercatiI fari del mercato saranno puntati soprattutto sugli Stati Uniti, dove la settimana sarà più breve perché lunedì è giorno di festività del Labor Day. Tuttavia c'è un appuntamento fondamentale per gli investitori con i dati riguardanti l'inflazione di agosto, che dovrebbero fornire un ultimo importante tassello per immaginare cosa farà la Federal Reserve il prossimo 16 settembre.
I dati recenti e anche l'approccio hawkish mostrato da Kevin Warsh al Simposio di Jackson Hole inducono comunque gli investitori a pensare che ci sarà una stretta monetaria. Proprio questa convinzione del mercato ha spinto di recente il Dollar Index oltre quota 99, dopo essere rimbalzato da un pattern doppio minimo nelle sessioni precedenti.

Altri dati interessanti riguarderanno la fiducia dei consumatori dell'università del Michigan e le vendite di case esistenti.
Sempre negli USA gli investitori analizzeranno i risultati trimestrali di molte società importanti come Oracle, GameStop e Adobe.

Il conflitto nel Golfo

Il mercato continuerà a monitorare anche l'andamento del conflitto in Medio Oriente, in particolare il traffico di petroliere attraverso il Golfo Persico, perché da esso dipende l'andamento delle quotazioni del petrolio e la prospettiva dell'inflazione globale. Ad ogni modo sisa da tempo che il ritorno alla normalità del commercio internazionale potrebbe richiedere dei mesi.

Gli appuntamenti in calendario in Europa

Nel vecchio continente l'evento più importante della settimana è senza dubbio il meeting di politica monetaria della BCE. Gli investitori ritengono che i policy makers europei aumenteranno il costo del denaro di 25 punti base, così come hanno fatto a giugno. Tutto questo per via di un contesto di inflazione crescente.
Intanto nel Regno Unito ci sarà una settimana carica di dati macroeconomici, tra i quali spiccano quelli sulla produzione industriale e sul prodotto interno lordo, nonché quelli sul commercio estero. Ad un decennio da Brexit il bilancio per l'economia britannica è comunque negativo.
Nel vecchio continente c'è anche la decisione della Banca Centrale di Turchia, quella della Polonia e della Russia.

Il resto del mondo

Il calendario economico in Cina prevede i dati sul commercio e inflazione, mentre in Giappone conosceremo la revisione del PIL del secondo trimestre dell'anno. In Australia gli investitori guarderanno soprattutto ai report sulla fiducia dei consumatori e delle imprese.

domenica 30 agosto 2026

Tassi di interesse, in attesa della FED i prossimi meeting saranno di BoC e RBNZ

Sarà una settimana molto intensa sul fronte dei dati macroeconomici, soprattutto dopo le parole di Kevin Warsh che ha acceso le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve nel mese di settembre.

Gli scenari USA sui tassi di interesse

fed kevin warshNei prossimi giorni i dati economici più attesi negli Stati Uniti sono quelli relativi al mercato del lavoro. I Non Farm Payrolls verranno pubblicati venerdì e si prevede che l'economia a stelle e strisce abbia creato 45 mila posti di lavoro nel mese di agosto, dopo l'inattesa marcia indietro di luglio. Ci si attende una leggera salita del tasso di disoccupazione e dei salari orari medi.

Questi indicatori saranno importanti per valutare ulteriormente la probabilità che la Federal Reserve (cos'è e come funziona la banca centrale USA ) alzerà i tassi di interesse nella prossima riunione di politica monetaria.
L'aumento della probabilità di una stretta ha permesso al dollaro USD di rimbalzare con forza prima del weekend e riavvicinarsi nuovamente alla soglia di 100.

Le timestrali in arrivo

Sempre negli Stati Uniti gli investitori terranno sotto controllo le novità in arrivo da Wall Street riguardo ad alcune trimestrali. Spiccano quelle di Broadcom, Dell, Palo Alto networks, che intanto ha disegnato sul grafico un uncino di Ross 123 high low.

Gli appuntamenti in Europa

Nel vecchio continente gli investitori aspettano soprattutto il dato sull'inflazione nella Eurozona, che sarà più importante per le mosse BCE sui tassi di interesse. Sul fronte della crescita verranno pubblicati nuovi report sugli indici PMI manifatturiero in alcuni paesi del blocco.

Il resto del mondo

Settimana di politica monetaria in Canada, mentre con gli USA il clima è sempre più teso sul fronte del commercio internazionale. La Bank of Canada è chiamata a decidere sui tassi di interesse, che probabilmente lascerà invariati al 2,25%. Sono in calendario anche alcuni dati macro nel paese.
I report PMI sul settore manufatturiero dei servizi saranno l'appuntamento più per la Cina, mentre in Giappone c'è una lunga scia di report economici in calendario. In Australia verrà pubblicato il report sul PIL mentre la Reserve Bank of New Zealand dovrebbe aumentare i tassi di interesse per 25 punti base portandoli a 2, 75%.

domenica 23 agosto 2026

Lavoro, in Italia lo svolgiamo 5 anni in meno rispetto al resto d'Europa

Ci sono due dati statistici che sembrano in contraddizione l'uno con l'altro ma che sono entrambi veri. In Italia si vive più a lungo che nel resto d'Europa, eppure passiamo 5 anni in meno della nostra vita al lavoro rispetto agli altri punti

I numeri sul lavoro

lavoroQuesto scenario emerge da alcuni indicatori europei relativi all'anno 2025. La vita trascorsa al lavoro in Europa mediamente è di 37,5 anni. La situazione èmolto diversa nel nostro Paese, dove la vita lavorativa arriva a 33 anni. Solo la Romania ne ha una più bassa. La nostra distanza rispetto al resto d'Europa quindi è molto ampia.
Se facciamo un confronto con il paese con la vita lavorativa più lunga vengono i brividi. Nei Paesi Bassi infatti la vita lavorativa media arriva addirittura a 44 anni, ben 11 in più rispetto al nostro paese. Ma le distanze sono ampie anche rispetto alla Germania (7 anni in più di noi) Francia e Spagna (4 anni in più).
Va precisato inoltre che il ritardo italiano rispetto alla media UE non si sta riducendo, bensì ampliando nel corso degli anni.

Il divario è ancora più ampio per le donne

Se questi numeri riguardano il mercato del lavoro in generale, analizzando il caso delle donne la situazione è ancora più imbarazzante. Infatti la vita lavorativa media del gentil sesso in Italia è pari a 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea. Inoltre il divario tra uomini e donne del nostro paese sfiora i nove anni, il più elevato di tutta l'Unione Europea. In generale in Italia è ancora forte la disparità sul lavoro tra uomo e donna.
Del resto siamo il paese con un tasso di occupazione femminile molto basso, appena 58%, ben al di sotto della media dell'Unione Europea 71%.

Perché abbiamo questi dati negativi

Il pessimo dato statistico dell'Italia riflette soprattutto l'ingresso molto tardivo dei giovani nel mercato del lavoro (peraltro rispetto all'occupazione cambiano le priorità per i giovani italiani), e nel caso delle donne la bassa partecipazione femminile.
Sono dati allarmanti soprattutto in ottica previdenziale, perché un Paese dove la spesa pensionistica è pari al 15,5% del PIL e l'aspettativa di vita media molto lunga, là dove c'è una vita lavorativa media bassa, il sistema pensionistico diventa insostenibile.

mercoledì 5 agosto 2026

Produttori di greggio, ecco l'ultima mossa decisa dal cartello

Lo scorso fine settimana si è riunito il cartello dei produttori di greggio, che ha deciso di approvare un incremento della produzione a partire da settembre, azzerando definitivamente i tagli volontari che vennero decisi nel 2023.

La decisione dei produttori di greggio

petrolioL'aumento delle quote produttive voluto dall'OPEC sarà di 188.000 barili al giorno, un livello simile a quello dei mesi scorsi.
La scelta dei produttori di greggio arriva in un momento estremamente delicato per il mercato petrolifero. Il conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno provocato un'interruzione delle forniture globali di petrolio, innescando un rialzo del prezzo. Il barile è giunto anche oltre 100 dollari prima di ripiegare leggermente, ma la quotazione rimane comunque molto elevata. In generale per gli investitori c'è sempre la guerra nel golfo a dettare la linea.

La strategia di tagli cominciata 3 anni fa

Il cartello dei produttori decise di effettuare dei tagli volontari di 1,65 milioni di barili al giorno tra la fine del 2022 e l'inizio del 2023, perché a quel tempo la situazione del mercato era completamente diverso. L'eccesso produttivo infatti aveva provocato una feroce erosione del prezzo, tanto da indurre l'OPEC a varare delle mosse senza precedenti. A partire dal 2025 la strategia è cambiata, con una graduale reintroduzione del petrolio sul mercato.  

Lo scenario volatile

Va detto che il contesto geopolitico che stiamo vivendo da alcuni mesi ha reso gli aumenti mensili voluti dall'OPEC soprattutto una misura teorica, dal momento che il problema non è la produzione di greggio bensì il suo trasporto in giro per il mondo. Centinaia di petroliere sono ancora ferme al largo dello Stretto di Hormuz con il loro carico.

Le preoccupazioni dei produttori di greggio

Vanno evidenziati due motivi di preoccupazione per il cartello dei produttori di greggio. Il primo è la gestione delle forniture una volta che questa situazione di emergenza geopolitica sarà terminata. Il rischio di trovarsi di fronte ad un forte surplus di offerta, quindi un crollo del prezzo, è molto elevato. Inoltre il ritorno del commercio alla normalità potrebbe richiedere dei mesi.
Il secondo fattore di preoccupazione riguarda le infrastrutture energetiche che sono state danneggiate in Iran, che richiederanno molto tempo per essere riparate. Ciò impatterà sull'offerta globale di greggio.
A tal proposito ricordiamo che l'OPEC sta effettuando una revisione delle capacità di produzione dei suoi paesi membri, allo scopo di definire le linee produttive del 2027.

mercoledì 10 giugno 2026

Valute digitali, la fase di debolezza continuerà ancora?

L'attuale situazione del mercato delle valute digitali pone numerosi interrogativi agli investitori. Settimana scorsa il prezzo di Bitcoin si è affacciato sotto la soglia dei 60mila dollari, toccando il livello più basso dalla fine del 2024. Questo periodo di debolezza impone prudenza e pone una serie di interrogativi a chi vuole investire nelle cripto.

La discesa della regina delle valute digitali

Rispetto al suo record di quasi 125 mila dollari, la regina delle cripto-valute più scambiate ha perso oltre il 50% in pochi mesi, tornando sui livelli che aveva prima che fosse eletto Donald Trump alla Casa Bianca, sul finire del 2024.
La recente fase di debolezza evidenzia ancora una volta l'elevata volatilità degli asset digitali. 

Il Bitcoin non ha una classica copertura attraverso asset fisici o partecipazioni aziendali, ma la sua quotazione è frutto puramente della interazione di domanda e dell'offerta. Nonostante questo viene percepito come un bene strategico, tanto da essere utilizzato da molte aziende come strumento di riserva.

I precedenti scivoloni di Bitcoin

Se analizziamo i precedenti storici, il calo attuale di Bitcoin fa quasi sorridere visto che ci sono state situazioni decisamente più allarmanti. Il calo più eclatante nella storia di Bitcoin è stato di circa l'83%. Ma la regina delle valute digitali ha subito flessioni superiori al 60% in più di un'occasione. Non è roba per investitori prudenti. Ad esempio, non a caso per investire italiani scelgono il mattone.

Cosa ci riserva il futuro?

Chiaramente quello che interessa agli investitori e prevedere fin dove questa correzione attuale potrà spingersi. La situazione attuale rimane tesa perché il boom dei mercati speculativi alternativi e l'imminente Ipo di SpaceX potrebbero causare ulteriori turbolenze sul mercato delle criptovalute.

Va detto che non è neppure la prima volta che correzioni di vasta portata sulla regina delle cripto siano state poi seguite da importanti rimbalzi, spesso anche duraturi. Insomma il crollo dei prezzi comporta rischi notevoli, ma non necessariamente segna la fine di una tendenza crescente di lungo periodo. Gli investitori si augurano che sia così anche questa volta.

martedì 9 giugno 2026

Costo degli affitti, i rincari viaggiano più forte della crescita dei redditi

Uno dei gravi problemi del nostro Paese è la disponibilità di immobili. Spesso risultano fuori portata per i nuovi nuclei familiari, tanto se si cerca di comprare la propria abitazione quanto nell'ipotesi di locazione. Il costo degli affitti infatti continua a crescere, e quel che è peggio e che tale crescita supera l'aumento dei redditi.

La mappa del costo degli affitti

Secondo un'indagine delle Osservatorio del mercato immobiliare dell'Agenzia delle Entrate, i cui dati sono stati elaborati dal CNA, nel periodo che va dal 2019 al 2025 il costo degli affitti è salito pressoché ovunque. Per un appartamento standard di 70 metri quadri si va dall'aumento del 19% registrato a Potenza a quasi il 50% di Milano e Firenze. 

Nello stesso lasso di tempo le retribuzioni sono cresciute tra il 7 e il 15%. Un divario enorme. Per molti incolmabile, tanto da rinunciare al proprio "nido" (con inevitabili conseguenze anche per la crisi demografica).

La geografia dei rincari

Tra le varie città italiane la palma della più costosa spetta a Milano, dove per un appartamento medio servono circa 1.800 euro al mese. Il capoluogo lombardo è anche la città, assieme a Firenze, dove c'è stato l'incremento maggiore dal 2019 al 2025, ossia il 49%. Nella principale città della Toscana un appartamento medio costa d'affitto 1340 euro. Anche a Roma il costo degli affitti è lievitato notevolmente, circa il 37%. Forti rincari, superiori a 40%, ci sono stati anche a Napoli, Bologna, Padova e Venezia.

Al contrario le città più virtuose, dove i rincari sono stati più contenuti, sono Potenza, Campobasso, Catanzaro e Perugia con aumenti compresi tra il 19 e il 23%. In ogni caso più dell'incremento che hanno avuto i redditi. Peraltro il problema degli affitti costosi ce lo trasciniamo da tempo.

Il peso dell'affitto sul bilancio familiare

L'analisi del CNA evidenzia che il costo degli affitti assorbe una fetta sempre più grande del reddito disponibile delle famiglie. A Milano la percentuale può arrivare a 73%, a Firenze il 62% e molte grandi città, inclusa Roma, superano il 50% delle retribuzioni medie. La situazione è particolarmente critica nelle città universitarie e quelle di maggior rilievo economico e turistico, come sottolinea Helly Ricci, perché la domanda abitativa cresce più rapidamente delle offerta disponibile.

venerdì 29 maggio 2026

Banca centrale del Giappone, cos'è e come funziona

Dopo la restaurazione Meiji (1868) che riconsegnò il potere sul Giappone all'imperatore dopo secoli di dominio degli shōgun, c'era la necessità gestire la nuova valuta unica che aveva sostituito quelle che erano state utilizzate nei diversi feudi (han). Per questo nel 1882 nacque la Banca centrale del Giappone. L'istituto è conosciuto anche con l’acronimo BOJ (Bank of Japan) e spesso chamata Nichigin.

Breve storia della Banca centrale del Giappone

L'istituto, che cominciò a operare nel mese di ottobre del 1882, ebbe una un capitale iniziale di 10 milioni di yen ed ha sede a Nihonbashi (Tokyo) vicino al famoso distretto Ginza, il cui nome significa "zecca d'argento". Tuttavia ha anche 32 sedi staccate. 

Nel corso del tempo è la Bank of Japan è stata riformata più volte, l’ultima nel 1997 e progressivamente il suo capitale è stato aumentato fino a 100 million di yen, di cui 55 milioni di yen sono di proprietà del governo nipponico.

Le due fasi della vita della BoJ

In una prima fase la Banca del Giappone si limitò solo a svolgere le proprie competenze nell'ambito del sistema bancario nazionale, mentre gli affari con l'estero erano riservati alla Yokohama Specie Bank. Questa separazione dei ruoli durò fino al 1942, quando vennero ricondotti tutti alla BoJ anche per tenere conto dell’entrata in guerra del Paese.
Un'altra riforma, varata nel 1997 (ed entrata in vigore l'anno seguente), portò a una maggiore autonomia e trasparenza dell'istituto rispetto al Governo.

Ruoli e compiti della Banca centrale del Giappone

La banca centrale del Giappone è un'entità aziendale indipendente dal governo giapponese, per garantire neutralità politica. Tuttavia il governatore della BoJ ha una notevole influenza sulla politica economica del governo.
La Banca era ed è parzialmente di proprietà privata e le azioni sono trattate fuori dai mercati regolamentati.

Il compito principale della banca centrale del Giappone è garantire la stabilità dei prezzi (principalmente tramite il movimento del tasso di interesse, così da mantenere l'inflazione attorno al target del 2%) e contribuire a un armonico sviluppo dell’economia nazionale. L'istituto ha il potere di emissione di valuta, che esercita dal 1885 (anche se ci vollero ben 20 anni prima che lo yen sostituisse tutte le monete emesse in precedenza dai singoli feudi).

Altre funzioni dell'istituto

Tra i compiti definiti nel suo statuto ci sono anche la fornitura di servizi e assicurare la stabilità del sistema finanziario. Inoltre la BoJ si svolge l'attività di Tesoro, sicurezza e operazioni correlate, le attività internazionali e la compilazione di dati, analisi economiche (ossia i dati macroeconomici più importanti) e attività di ricerca.

Come funziona la Bank of Japan

Ci sono tre livelli organizzativi che definiscono come funziona la Banca centrale del Giappone.

C'è un Policy Board, l’organo di governo e decisionale della banca, che determina le linee guida per il controllo della politica monetaria e di ogni altro mandato dato dalla legge. E' composto da diversi funzionari, tra i quali anche un Governatore e un vice governatore.
Poi ci sono i revisori dei conti, i direttori esecutivi e i consiglieri.

La Bank of Japan si articola poi in dipartimenti (15), filiali (32), uffici (21) che svolgono materialmente i compiti che sono affidati dalla legge alla banca. Tra gli uffici ci sono anche quelli di rappresentanza all’estero.

La BoJ e la valuta giapponese

Uno dei mandati della Banca del Giappone è il controllo valutare, quindi le sue mosse sono fondamentali per lo Yen. Peraltro la banca centrale del Giappone spesso è intervenuta direttamente nei mercati valutari, generalmente per abbassare il valore dello yen (così da agevolare l'export, ma senza eccedere).

Va ricordato che per i mercati lo Yen giapponese è un investimento rifugio, nel senso che in tempi di tensione gli investitori lo cercano per via della sua affidabilità e stabilità. Quando c'è un clima di risk-off è positivo per lo Yen. Le scelte di politica monetaria della BOJ hanno inoltre un grande impatto sull’indice Nikkei e su tutti i mercati asiatici.

lunedì 25 maggio 2026

Investitori, c'è sempre la guerra nel golfo a dettare la linea

Sarà una settimana ancora focalizzata soprattutto sulle notizie che giungono dal Medio Oriente. Gli investitori sono abituati alle novità a tinte miste su possibili sviluppi di pace, per cui ci aspettano altri giorni di volatilità.
Oltre alle notizie dal fronte bellico, sono in calendario anche i dati macroeconomici e le riunioni di alcune importanti banche centrali.

Gli appuntamenti clou per gli investitori

L'ultima settimana di maggio sarà la tredicesima del conflitto in Iran. Durante il weekend le speranze di pace sembravano essere cresciute notevolmente, ma proprio domenica è arrivata una nuova brusca frenata. Mentre lo stretto di Hormuz rimane ancora chiuso, i prezzi del petrolio sono vicini ai massimi degli ultimi quattro anni e continuano a crescere i timori riguardo l'inflazione. 

Gli investitori hanno così aumentato le prospettive di una politica monetaria più restrittiva da parte della Federal Reserve quest'anno.

Se questa percezione dovesse crescere, anche il dollaro potrebbe avanzare avvicinandosi ulteriormente verso quota 100 dopo aver disegnato una evening star pattern settimana scorsa.

I report macroeconomici

Negli Stati Uniti sono in uscita alcuni dati importanti sotto il profilo macroeconomico. Saranno attentamente monitorati dagli investitori i report su reddito e spesa personale e la seconda stima del PIL del primo trimestre.

Il calendario in Europa e nel resto del mondo

Oltreoceano l'attenzione di chi fa investimenti online si rivolgerà soprattutto sul report riguardante l'inflazione nelle maggiori economie dell'Eurozona. Nel Regno Unito invece i dati macro saranno abbastanza scarni questa settimana.

Due appuntamenti importanti ci aspettano nel resto del mondo a livello di banche centrali. La Reserve Bank of New Zealand dovrebbe mantenere il tasso di interesse al 2,25%, mentre la Bank of Korea sarà chiamata a sua volta a decidere sul costo del denaro.
Intanto in Cina investitori si concentreranno sui dati relativi agli utili industriali, mentre l'inflazione sarà il focus in Giappone. In Australia verrà pubblicato l'ultimo report riguardanti i prezzi al consumo.

mercoledì 20 maggio 2026

Imprese, il passaggio generazionale è una sfida ancora complicata

La maggior parte delle aziende che operano in Italia ha come vertice individui molto in là con gli anni. Ciò significa che nel prossimo futuro tantissime imprese saranno interessate dal passaggio generazionale. Ciò dovrebbe preoccuparci parecchio, dal momento che questo step continua a rivelarsi estremamente complicato.

Il passaggio di consegne nelle imprese

Secondo un'indagine condotta dal CNA, nei prossimi anni circa un milione di imprese affronterà una trasmissione di generazione in generazione. 

Sebbene l'80% degli intervistati over 40 (il campione totale di 2000 imprenditori ascoltati) dichiara di aver già affrontato il tema del passaggio generazionale della propria attività, meno della metà ha avviato delle azioni concrete a tal fine. Ciò vuol dire che la maggioranza non è ancora pronta ad una sfida del genere.

Percentuali di successo

I dati hanno evidenziato che il passaggio generazionale delle imprese ha più probabilità di successo se viene svolto nell'ambito familiare. Ad ogni modo nessuno si aspetti delle enormi percentuali di successo, visto che siamo al 63,7%. Significa che anche in ambito familiare una impresa su tre non riesce a sopravvivere al passaggio generazionale.

Lo scenario peggiora ulteriormente nel caso in cui la trasmissione avvenga a favore dei dipendenti o a terzi. In questi casi è difficile trovare acquirenti oppure risorse finanziarie, oppure semplicemente non sono soddisfacenti i termini dell'accordo.

Uno scenario che deve far riflettere

Il problema della trasmissione aziendale ci deve far riflettere, perché quando la trasmissione non è efficace si compromette la continuità di una parte sostanziosa dell'intero tessuto produttivo nazionale, che è costituito in larga parte da piccole e medie aziende che hanno trainato l'economia di questo Paese.

Fattori di criticità

Uno dei problemi seri nel passaggio di un'impresa è quello della trasmissione di competenze. Ciò vale soprattutto per le imprese artigiane. In questo caso, oltre al rischio che l'impresa non prosegua l'attività, c'è anche il pericolo di perdita di conoscenze che costituiscono un patrimonio unico per il nostro paese.
Sul processo di trasmissione di un'impresa ci sono anche dei fattori esterni che gravano. Il primo fra tutti è la burocrazia eccessiva, ma un freno è rappresentato anche dalla pressione fiscale, dal costo del lavoro elevato e dalla carenza di personale qualificato. Sono tutte minacce alla continuità aziendale.

giovedì 14 maggio 2026

Aziende, scatto di Lufthansa su ITA: arriverà al 90%

Il grande gruppo tedesco del trasporto aereo Deutsche Lufthansa ha annunciato la mossa su ITA Airways che determinerà un cambio nel panorama del trasporto aereo a livello continentale. Il matrimonio tra le due aziende diventerà ancora più solido perché i tedeschi porteranno al 90% la loro partecipazione nel vettore italiano.

Il rapporto tra le due aziende

Deutsche Lufthansa è già proprietaria di una partecipazione al 41%, frutto di una lunghissima trattativa tra le due aziende avvenuta dopo il salvataggio di ITA Airways. Nell'ambito di quella operazione la compagnia tedesca (il cui titolo è quotato sul Xetra Borsa di Germania) aveva la possibilità di esercitare un'opzione per ulteriormente il proprio peso nel vettore italiano. Una scelta che è stata adesso annunciata. Questa operazione ha un valore stimato di circa 325 milioni di euro.

Serve un via libera europeo

Per completare questo ulteriore matrimonio tra le due aziende è necessario ottenere comunque il via libera dalle autorità regolatorie competenti. Spiccano la Commissione Europea ma anche il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Secondo il crono-programma di Deutsche Lufthansa, l'operazione dovrebbe concludersi entro il primo trimestre del prossimo anno.

Lufthansa sempre più leader

Grazie all'acquisizione di ITA Airways, il gruppo tedesco Lufthansa rafforza ulteriormente la propria leadership a livello europeo sul mercato dei voli. L'espansione della partecipazione rappresenta un passo strategico per affrontare le sfide future e migliorare il livello di servizi per i clienti di tutto il mondo.

La reazione del mercato

L'annuncio di questa nuova operazione che riguarda le due aziende non ha inciso granché sul titolo Lufthansa. Il titolo è in trend ascendente dalla fine di aprile, ma ha vissuto una breve correzione pur rimanendo attorno alla soglia degli 8 euro. Molti hanno approfittato della volatilità a breve per negoziare opzioni binarie 60 secondi su questo asset. 
Intanto però il colosso tedesco incassa la conferma del rating BBB- da parte di S&P Global Ratings, con un Outlook stabile.

lunedì 11 maggio 2026

Debito, le famiglie italiane spiccano in positivo in Europa

C'è un dato confortante che il Centro Studi di Unimpresa ha messo in evidenza riguardo alle famiglie italiane: hanno un livello di debito che è decisamente inferiore rispetto alla media Europea.

I numeri sulle famiglie e il debito

Dall'analisi emerge che nel 2025 il debito finanziario complessivo delle famiglie italiane era circa al 56% rispetto al reddito disponibile. Un numero nettamente inferiore rispetto all'83% che è stato registrato nell'intera area dell'euro.

Un fenomeno strutturale e non congiunturale

Bisogna aggiungere che questo enorme divario non è assolutamente congiunturale o temporaneo, bensì è strutturale. Infatti si è mantenuto pressoché costante negli ultimi 15 anni. Infatti nel 2010, ossia quando stavamo uscendo dalla grave crisi finanziaria del 2007-2009, il debito delle famiglie italiane era al 56% rispetto al reddito disponibile mentre in Europa la percentuale era del 99%.
Questo andamento statistico evidenzia quindi che le famiglie italiane hanno un orientamento strutturalmente più prudente rispetto al ricorso al debito.

Il trend italiano

Nel corso del tempo il dato sul debito delle famiglie italiane ha manifestato un andamento calante. Nel 2021 venne raggiunto il picco del rapporto debito/reddito al 64%, ma da allora c'è stata una discesa rapida: ben 8 punti percentuali in soli quattro anni. La contrazione ha riguardato tutte le componenti: mutui, credito al consumo e anche gli altri prestiti.

Un terreno favorevole alla riduzione del debito

Questo andamento sempre più prudente da parte delle famiglie italiane si spiega anche con una congiuntura Nazionale che è stata favorevole. Negli ultimi anni il Paese ha vissuto una stabilità politica e una crescita dei redditi, oltre che un incremento dell'occupazione e la riduzione della precarietà lavorativa. Tutto ciò inciso positivamente sui bilanci familiari, rendendo il ricorso al debito meno necessario. Quando il lavoro è più stabile e il reddito e più sicuro, l'indebitamento cala.

martedì 5 maggio 2026

Tassi di interesse, tutto secondo le aspettative in Australia

La riunione di politica monetaria della banca centrale australiana si è conclusa senza alcuna sorpresa riguardo ai tassi di interesse. La Reserve Bank ha infatti deciso di alzare il costo del denaro di 25 punti base, portandolo al 4,35%. Riguardo alle mosse future l'istituto ha invece lasciato aperta la porta ad ogni possibilità.

La decisione della RBA sui tassi di interesse

La scelta di effettuare una nuova stretta monetaria, la terza consecutiva, è stata presa con il voto favorevole di 8 membri e 1 solo contrario. Quest'ultimo avrebbe voluto lasciare i tassi di interesse al 4,10%. Con il rialzo deciso oggi, il costo del denaro in Australia torna ai livelli del picco dell'inflazione post-pandemica.

La dichiarazione di accompagnamento

Riguardo alla posizione attuale della Reserve Bank of Australia sui tassi di interesse, l'istituto sottolinea che l'inflazione è aumentata in modo sostanziale a causa di pressioni di capacità, prezzi più alti di materie prime e carburante e anche per il conflitto in Medio Oriente.
Riguardo l'outlook sui dati macro-economici più importanti, le aspettative di inflazione a breve termine sono aumentate. Ciò spiega la posizione più aggressiva dell'istituto rispetto a quella mostrata a marzo. Tuttavia le successive mosse sui tassi di interesse saranno comunque guidate dai dati in arrivo di volta in volta.

Le conseguenze della guerra nel Golfo ridurranno di mezzo punto percentuale la crescita economica nel corso di quest'anno rispetto alle previsioni precedenti al conflitto.

La reazione del mercato

Nonostante la posizione più aggressiva mostrata dalla riserva Bank of Australia, al momento i mercati vedono ancora soltanto un altro aumento nei prossimi mesi, probabilmente a settembre.
Sul mercato valutario l'approccio più hawkish della RBA non ha portato grande beneficio al dollaro australiano, che scambia al ribasso rispetto a quello americano. Il cambio AUDUSD resta in area 0,71. Sulla strategia forex intraday trading incide il fatto che l'aumento della tensione Medio Oriente e del prezzo del petrolio influiscono negativamente sull'appetito al rischio dei mercati, aumentando la domanda di beni rifugio.

giovedì 30 aprile 2026

Patrimonio miliardario, nel 2031 lo avranno quasi 4.000 persone

Il club dei super-ricchi del mondo si allarga. Il numero di persone con un patrimonio miliardario è destinato infatti a crescere nei prossimi 5 anni, avvicinandosi a quota 4mila. Lo dice un'analisi riportata dal quotidiano The Guardian. A guidare questo plotone è Elon Mask, papà di Tesla, che ha un patrimonio netto di poco inferiore agli 800 miliardi di dollari.

La crescita dei soggetti con un super patrimonio

Secondo questa analisi, attualmente il numero dei Paperoni al mondo è di poco superiore ai 3100, ma si va espandendo in modo molto rapido. Così velocemente che nei prossimi anni questo numero dovrebbe arrivare a superare quota 3. 900 entro il 2031.Nella classifica della ricchezza, l'Italia è sesta al mondo.

La progressione di questa classe di fortunati si vede anche nella categoria dei multi-milionari, ovvero i soggetti che hanno un patrimonio superiore ai 30 milioni di dollari. Se nel 2021 erano poco più di 162 mila oggi sono diventati 710 mila, in sostanza sono triplicati nel giro di cinque anni.

L'incidenza della tecnologia e del petrolio

La crescita dei soggetti con patrimonio enorme si lega soprattutto a due fattori. Da una parte il boom dell'intelligenza artificiale, che ha potenziato i profitti del mondo della tecnologia. Tutto questo ha alimentato la capacità di fare grandi fortune in tempi molto rapidi.

Il secondo fattore è il petrolio, che ha gonfiato il patrimonio soprattutto di molti sauditi, dove non a caso il numero di miliardari crescerà più rapidamente rispetto al resto del pianeta. Infatti è previsto il raddoppio dai 23 Paperoni del 2026 a circa 65 nel 2031.

Il divario tra ricchi e poveri

La crescita del numero di individui con un patrimonio da sogno si accompagna purtroppo anche la crescita del divario tra individui facoltosi e poveri. Secondo la ricerca infatti lo 0,001% della popolazione mondiale controlla una ricchezza tre volte superiore a quella dell'intera meta più povera dell'umanità.

martedì 28 aprile 2026

Bilancio delle compagnie aeree sotto pressione a causa dello shock mediorientale

La stagione delle trimestrali è appena cominciata e uno dei settori che sarà messo sotto i riflettori è quello dei trasporti. Infatti il bilancio delle compagnie aeree risentirà della tensione in Medio Oriente e questi numeri ci diranno (almeno in parte) quanto.

I problemi che incideranno sul bilancio

Tradizionalmente il primo trimestre dell'anno è sempre complicato per il bilancio delle compagnie aeree, perché nel periodo post natalizio i viaggi diminuiscono. Ma stavolta il problema principale che è l'intera economia mondiale sta risentendo della guerra in Iran.

Se nella prima fase del conflitto il disagio maggiore è stato quello di riorganizzare le rotte di viaggio per evitare i passaggi nelle aree coinvolte dal conflitto, in seguito le cose sono andate anche peggio.  

L'aumento del prezzo del cherosene, che è praticamente raddoppiato dall'inizio della guerra, ha creato problemi operativi gravissimi. All'inizio si sperava che questi rincari fossero soltanto temporanei, ma poi le cose si sono dilungate creando disagi sempre più forti. La carenza di carburante infatti è un macigno per le compagnie aeree, che temono ripercussioni sulla stagione estiva, fondamentale per il loro bilancio.

Le aziende e il timore di un pessimo bilancio

Il vettore franco-olandese Air France-KLM sarà il primo player di questo settore a mostrare il proprio bilancio trimestrale, giovedì prossimo. L'aumento del cherosene ha spinto il vettore ad aumentare di €50 il prezzo dei biglietti, e inoltre si sono state alcune cancellazioni di voli. 

La tedesca Lufthansa ha annunciato la chiusura della divisione City Line e ridotto l'utilizzo di alcuni velivoli meno efficienti (ossia che consumavano più carburante). La scandinava SAS ha invece cancellato più di mille voli a causa dell'aumento del carburante. Su tutti questi titoli, i trader saranno attenti all'eventuale comparsa di candela inverted hammer trading. 

I veri effetti si vedranno in seguito

Anche se gli effetti del conflitto in Medio Oriente cominceranno a vedersi già da questa trimestrali, l'impatto reale dipenderà tutto dalla sua durata. Nell'attesa di capire se questo scenario andrà avanti ancora a lungo oppure no, il bilancio del primo trimestre sarà l'occasione per fare un punto della situazione, anche se non incorporerà pienamente l'effetto dell'impennata dei prezzi del carburante.

giovedì 23 aprile 2026

Consumi in calo e frenata della produzione, impatto shock della guerra sull'Italia

Il conflitto scatenato nel Golfo dagli Stati Uniti di Trump qualche settimana fa rischia di avere un impatto feroce sull'economia in generale ed anche su quella italiana. Consumi, risparmio, investimenti risentiranno notevolmente di quanto sta succedendo in Medio Oriente.

L'analisi della situazione e l'impatto sui consumi

La fotografia della situazione attuale è stata scattata dal Centro Studi di Confindustria, che ha illustrato la congiuntura flash di aprile, evidenziando che lo scenario economico italiano è notevolmente peggiorato. Gli effetti del conflitto in Medio Oriente già stanno diventando visibili, e la discesa della fiducia delle famiglie anticipa la forte frenata che ci sarà nei consumi.

Secondo Confindustria ciò che sta succedendo in Medio Oriente, ma in particolar modo lo shock energetico provocato dalla guerra, innescherà una serie di effetti che saranno pesanti per l'economia italiana. Oltre alla frenata dei consumi, ci aspetta un rialzo dei tassi sovrani e un abbassamento delle attese sull'industria, proprio quando cercava di risalire e faticosamente. Inoltre ci sarà una forte frenata nel settore dei servizi.

I dati evidenziano i primi scricchiolii

Il Centro Studi sottolinea che gli ultimi dati macroeconomici più importanti, quelli congiunturali, forniscono un segnale di tenuta da parte degli investimenti ma il tasso di risparmio è sceso poco sopra il livello pre-pandemico. Inoltre le vendite al dettaglio si sono contratte, soprattutto per quanto riguarda i beni alimentari. La produzione industriale è aumentata a malapena, mentre il turismo ha subito una brusca frenata a causa della guerra.

L'impatto dei costi energetici

Uno degli elementi di maggiore criticità è l'aumento delle bollette energetiche che grava sulle imprese italiane. Se la guerra dovesse finire In tempi rapidi, le imprese pagherebbero comunque 7 miliardi di euro in più in bolletta quest'anno. A risentirne sarebbero chiaramente soprattutto le piccole e medie imprese. 

Ben peggiore è lo scenario se la guerra dovesse andare avanti per tutto il 2026. In quel caso le aziende pagherebbero circa 21 miliardi in più, ma anche le famiglie subirebbero un fortissimo contraccolpo che innescherebbe un crollo dei consumi.

lunedì 20 aprile 2026

Mercati finanziari, sarà un'altra settimana vissuta col fiato sospeso

Ci aspetta un'altra settimana all'insegna dell'incertezza sui mercati finanziari globali. A dominare la scena sarà ancora una volta il Medio Oriente, dove gli ultimi sviluppi non sono stati positivi ed hanno riacceso i timori riguardo al futuro dell'economia.

Il Medio Oriente resta il driver principale dei mercati finanziari

L'ottimismo che aveva caratterizzato la settimana scorsa è stato nuovamente messo in discussione dagli ultimi eventi, che hanno riacceso i timori di una pace che resta ancora lontana. Nel frattempo la certezza è che il traffico nello Stretto di Hormuz è nuovamente congelato, e ciò spinge subito in alto i prezzi del petrolio. 

Il Brent si è riavvicinato a 95 dollari, il WTI è tornato a intravedere la soglia dei 90 dollari (si consiglia di analizzare questo asset con la strategia Heikin Ashi intraday).
Ciò che è certo è che qualsiasi cosa accadrà sul fronte mediorientale continuerà ancora ad influenzare l'andamento dei mercati nei prossimi giorni.

Il calendario macro

Intanto gli investitori avranno anche una serie di dati macroeconomici da tenere sotto controllo.
Negli Stati Uniti verranno pubblicati il report sulle vendite al dettaglio di marzo e gli indici PMI preliminari di aprile. Sarà ascoltata con attenzione anche la testimonianza al Congresso di Kevin Warsh, candidato alla presidenza della Fed.

Europa e resto del mondo

Nel vecchio continente l'attenzione si focalizzerà soprattutto sugli indici PMI preliminari della Eurozona. I mercati finanziari si aspettano un andamento più debole sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi. È atteso un peggioramento anche dell'indice ZEW in Germania. Nel Regno Unito sarà una settimana molto intensa con diversi dati chiave in uscita, tra i quali spiccano inflazione e lavoro. Sempre in Europa sono attese le decisioni sui tassi di interesse in Turchia e Russia.

La settimana in Cina si caratterizza per la decisione della Banca Popolare Cinese sui tassi di interesse a 1 e 5 anni. Secondo gli esperti dei mercati finanziari l'istituto manterrà comunque tutto invariato. In Giappone l'attenzione sarà sui dati commerciali di marzo.

La stagione delle trimestrali

Mentre i futures sul mercato azionario statunitense sono diminuiti di quasi l'1%, evidenziando che il sentiment si deteriora, i fari del mercato rimarranno accesi ancora su Wall Street. Nei prossimi giorni continuerà infatti la pubblicazione dei risultati aziendali trimestrali da parte di alcune delle aziende famose nel mondo. Grande interesse per i conti di Tesla, Intel, GE Aerospace, American Express.

mercoledì 15 aprile 2026

Commercio internazionale, il ritorno alla normalità potrebbe richiedere dei mesi

Ancora non si vede la parola fine al conflitto in Medio Oriente. Ma anche se dovesse concretizzarsi in tempi brevi questo auspicabile epilogo, per il commercio internazionale le conseguenze della lunga chiusura dello Stretto di Hormuz dureranno ancora parecchio tempo.

Un fardello per il commercio internazionale

La chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico navale ha portato delle conseguenze pesantissime e chiaramente visibili per il commercio internazionale. Del resto un quinto del petrolio e GNL mondiale passa di là. 

Non stupisce allora che, dopo l'inizio del conflitto, il prezzo del petrolio sia schizzato più volte oltre 100 dollari, con brusche cadute quando si è sperato in un cessate il fuoco e feroci risalite con il ritorno al pessimismo. E ciò è avvenuto nonostante l'OPEC+ abbia deciso di alzare le quote produttive.

Tempi lunghi per la normalizzazione

Al di là di quello che accadrà nel breve periodo, gli esperti del settore marittimo ritengono che per ripristinare il traffico navale lungo lo stretto di Hormuz servirà molto tempo, e quindi gli effetti sul commercio internazionale saranno ancora duraturi. 

In primo luogo perché la fiducia nel transito in sicurezza richiederà molto tempo per essere ripristinata. Molti armatori non saranno disponibili a utilizzare questa via di transito ancora per un bel po' di tempo. Troppo rischioso.

Del resto anche lo scorso anno le azioni terroristiche degli Houthi nello Yemen provocano brusche interruzioni del Mar Rosso, e a distanza di 3 mesi dagli accordi raggiunti con i ribelli ancora il traffico in quell'area non è stato del tutto ripristinato.

Petroliere parcheggiate in attesa di notizie

Nel frattempo che si aspettano notizie confortanti, una marea di petroliere attende al largo del Golfo in attesa di autorizzazione al transito. Stabilire quante ce ne siano è impossibile, perché molte hanno disattivato i transponder per evitare le minacce provenienti dall'Iran. Ad ogni modo sono sicuramente più di 400 tra petroliere e navi metaniere.

giovedì 9 aprile 2026

Banca Unicredit riceve un altro "no" dalla Germania

Arriva un altro parere negativo da parte di Commerzbank nei confronti di Unicredit. Il progetto di integrazione con la banca italiana continua a non piacere ai tedeschi, che ribadiscono che l'unica soluzione è quella Stand Alone. Il consiglio di amministrazione di Commerzbank, continua a non vedere le basi per una fusione.

L'OPS italiana e la reazione dell'altra banca

La battaglia tra i due istituti è in corso ormai da diverso tempo, e si costantemente di nuovi capitoli. E i segnali in tempo reale continuano a non essere incoraggianti. Di recente Unicredit ha promosso un'offerta pubblica di scambio, chiedendo l'autorizzazione per spingersi oltre il 30% della banca tedesca senza però acquisirne il controllo.

Dall'altra parte c'è però la ferma resistenza di Commerzbank, che ha rigettato ancora una volta la proposta della banca italiana. E lo ha fatto ancora tra le polemiche. Alle accuse di Unicredit di aver alzato una specie di muro al dialogo, l'istituto tedesco risponde dicendo l'esatto opposto e sottolineando di aver avuto "diversi incontri" con i rappresentanti della banca italiana, ma che i comportamenti di Unicredit rendono difficile la costruzione di un rapporto ispirato dalla reciproca fiducia che sarebbe la base necessaria per una transazione di successo.

Il secco NO di Commerzbank

Secondo Commerzbank le operazioni proposte da Unicredit non hanno dimostrato un potenziale di creazione di valore sufficiente. L'istituto tedesco inoltre ritiene che parte del potenziale illustrato dall'istituto guidato da Orcel potrebbe essere realizzato in autonomia, restando indipendente. Insomma, non ci sarebbe alcun beneficio per Commerzbank, che sotto la guida di Bettina Orlopp ha registrato una crescita dei ricavi del +5,4%, un utile per azione di 2,39 euro e un prezzo obiettivo degli analisti a 37,75 euro, al di sopra della quotazione attuale nell'indice GER40 DAX.

Unicredit e l'aumento di capitale

Mentre la partita tra i due istituti continua, Unicredit si prepara ad affrontare l'assemblea per l'aumento di capitale all'inizio di maggio. Un aumento che servirà proprio a finanziare l'acquisizione di azioni Commerzbank (l'isituto ha accumulato nel corso degli ultimi mesi una quota di circa il 28% in Commerzbank, diventando il primo azionista della banca tedesca). L'operazione porterà l'emissione di azioni ordinarie per un massimo di 470 milioni.

martedì 7 aprile 2026

Investimenti dell'agricoltura italiana, il Nord corre mentre il Sud rimane indietro

L'innovazione non è una componente fondamentale soltanto per le aziende tecnologiche, ma anche per i settori economici più tradizionali come l'agricoltura, che rappresenta un pilastro della nostra economia. Per questo gli investimenti che mirano ad aumentare l'efficienza e la resa produttiva sono sempre necessari. Tuttavia questo processo resta ancora lento e disomogeneo.

Il rapporto tra agricoltura italiana e investimenti

La situazione della innovazione dell'agricoltura italiana è stata fotografata da un report diffuso da Istat alla fine di febbraio. Da questo documento emerge che soltanto il 12% delle aziende agricole ha fatto investimenti nell'innovazione, mentre il resto degli operatori è rimasto colpevolmente indietro.

Quello più evidente per è la forte spaccatura soprattutto tra Nord e Sud. Infatti nelle aree settentrionali del paese c'è la maggior parte delle aziende che puntano sulla innovazione. Al nord-est il 24,5% del totale, a nord-ovest il 19,4% del totale. Più indietro invece ci sono le aziende che fanno investimenti in innovazione al Centro, al Sud e nelle Isole.

Spinte innovativa e dimensione aziendale

Il report fa emergere una forte correlazione tra la dimensione dell'azienda e la spinta innovativa. La propensione infatti è molto bassa tra le piccole aziende, ossia quelle fino a 10 ettari. Invece cresce fino al 34,6% tra quelle di grandi dimensioni, che superano i 50 ettari. Gli investimenti nelle innovazioni sono poi molto più diffusi nelle aziende agro-zootecniche, che integrano coltivazione e allevamento.

Obiettivi degli investimenti

C'è un panorama abbastanza ampio degli obiettivi ai quali si mira attraverso gli investimenti in innovazione. Se in generale lo scopo principale per tutti è quello di migliorare la produttività, con l'innovazione ci sono altri problemi che si mira a risolvere. Ad esempio fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico e aumentare la resilienza operativa di fronte alla scarsità di risorse . grande importanza viene data anche all'erosione del suolo e alla gestione delle risorse idriche, ma anche alla sicurezza alimentare.

martedì 31 marzo 2026

Investimenti, in Italia è ancora un mondo prevalentemente per uomini

C'è una spaccatura ancora molto eclatante che riguarda il genere maschile e femminile in Italia ed è relativa agli investimenti: nel paese soltanto una donna su dieci si avventura nei mercati. Sotto questo aspetto, siamo tra i Paesi più attardati nel vecchio continente.

I numeri delle donne e gli investimenti

Secondo una ricerca condotta società di investimenti XTB, se da noi a malapena il 10% delle donne si dedica a operazioni sui mercati finanziari, ci sono altre realtà dove questa quota è più elevata. Ad esempio Romania (22%) e Portogallo (19%).

In generale a livello globale la partecipazione delle donne ai mercati finanziari è in crescita. Questa inclusione finanziaria si manifesta anche nel nostro paese, ma ad un ritmo decisamente inferiore.

L'identikit della donna che investe

In base ai dati della piattaforma online di trading, risulta che la donna italiana che si dedica agli investimenti ha un'età media di 39 anni (in diminuzione rispetto ai 41 registrati nel 2024), quindi più matura rispetto all'età media degli uomini, che è di 35 anni. L'investitrice tende a preferire gli asset più tradizionali, ossia i titoli azionari (ai quali dedicano circa l'11% dei loro portafogli) mentre dedicano minor spazio agli ETF (soltanto il 3%). Assolutamente minimo l'interesse verso i broker opzioni binarie Italia.

Tuttavia la preferenza verso i titoli azionari non significa maggiore propensione al rischio, visto che i titoli preferiti sono quelli che vengono percepiti come più solidi e radicati nel contesto economico nazionale. Ad esempio quelli bancari, dove i migliori indicatori di volatilità trading sono sempre abbastanza piatti.

Il ruolo del mobile

Un dato importante che emerge dall'analisi è l'inversione di tendenza rispetto alla modalità con cui vengono condotti gli investimenti. Il 75% delle transazioni fatte dalle donne è avvenuto infatti tramite canale mobile, contro il 25% del desktop. Si tratta di un cambio di rotta deciso rispetto all'anno precedente, quando circa la metà degli investimenti era fatta tramite i device mobili.
Cosa significa tutto questo? Che gli investimenti non vengono considerati più un'attività occasionale bensì si integrano sempre di più nella quotidianità delle donne.

giovedì 26 marzo 2026

Denaro facile con il "buy now, pay later", ma Bankitalia lancia l'allarme

Uno dei fenomeni finanziari in maggiore ascesa negli ultimi anni è quello del buy now, pay later. È una forma di pagamento dilazionato, che tradotto significa avere denaro facile per comprare oggi quello che con le sole proprie forze non si riuscirebbe ad acquistare. Il punto è che questo fenomeno sta diventando così diffuso da chiamare un rischio per l'eccessivo indebitamento che comporta.

L'allarme dei Bankitalia sul denaro facile

I riflettori sul fenomeno sono stati accesi da Banca d'Italia. L'istituto centrale Nazionale ha sottolineato che questa forma di pagamento era stata adottata dal 4% dei nuclei familiari nel 2022, ma nel 2025 era già schizzata al 30%, nonostante una larga fetta degli utenti lo impieghi soltanto in maniera occasionale.

Il rischio connesso alla formula bnpl

Il buy now, pay later piace molto agli utenti perché consente di effettuare acquisti a rate senza corrispondere interesse o vedersi gravati di oneri aggiuntivi. Certo si tratta di una possibilità accattivante per chi non ha denaro sufficiente da spendere in un dato momento e mira a distribuire le proprie spese nel corso del tempo. 

Ma il rovescio della medaglia però è che la concessione così disinvolta di questo credito può comportare gravi rischi, soprattutto per quelle famiglie che già sono finanziariamente più fragili. A furia di fare ricorso al bnpl si finisce per perdere il controllo e rischiare il default.

L'identikit dell’utilizzatore

Secondo l'analisi di Banca d'Italia, la formula del buy now, pay later sta lentamente cambiando anche l'utilizzatore. Fino a poco tempo fa erano soprattutto giovani e soggetti con redditi medio alti a ricorrere a questo strumento, ma negli ultimi tempi il ricorso al denaro facile sta trovando larghissimo utilizzo nelle fasce della popolazione che sono finanziariamente più fragili. Spesso viene chiesto da chi ha già dei finanziamenti in corso, se non addirittura da chi è già in ritardo con altre scadenze finanziarie.

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Le novità in arrivo da novembre

In virtù di questi rischi connessi al denaro facile del buy now, pay later, è stata introdotta una direttiva Europea, la CCD2, che a partire da novembre stabilisce delle regole più rigorose di trasparenza contrattuale e di valutazione del merito creditizio connesse alle operazioni di bnpl.

lunedì 23 marzo 2026

Mercato finanziario, la guerra nel Golfo tiene banco anche questa settimana

Anche durante la prossima settimana il conflitto nel Golfo è destinato a restare il driver principale del sentiment degli investitori. Il mercato finanziario è preoccupato dalla crescita dei prezzi dell'energia e dai riflessi che avrà sull'inflazione, che a sua volta potrebbe condizionare le mosse delle banche centrali nel prossimo futuro.

Gli eventi più importanti per il mercato finanziario

Nel corso dei prossimi giorni ci saranno comunque dei dati macroeconomici importanti da tenere d'occhio. Negli Stati Uniti il calendario economico propone soprattutto l'indice PMI globale di marzo e i prezzi del commercio estero di febbraio. 

Gli operatori del mercato finanziario osserveranno anche il dato dell'indice di fiducia dei consumatori dell'università del Michigan, che nella sua lettura preliminare aveva evidenziato i primi segnali di tensione legati alla crisi nel Golfo. Questi dati si potranno seguire sul calendario economico di Pocket Option Italia.

Appuntamenti in Europa

Nel vecchio continente i report più attesi dal mercato finanziario riguardano gli indici PMI preliminari, tanto per l'Eurozona quanto per Germania, Francia e Regno Unito. L'escalation in Medio Oriente dovrebbe riflettersi sull'indice IFO che dovrebbe scivolare al minimo di 11 mesi.

C'è in calendario anche la riunione di politica monetaria della Norges Bank, che dovrebbe fare lo stesso delle altre grandi banche centrali che si sono riunite di recente, mantenendo i tassi invariati a causa della nube incertezza derivante dalla crisi nel Golfo. Nel frattempo il petrolio è salito di nuovo oltre i 100 dollari per barile, tornando oltre uno dei liveli di Fibonacci trading.
Il mercato finanziario guarderà alcuna attenzione anche alle elezioni anticipate parlamentari in Danimarca.

Gli appuntamenti nell'Asia Pacifico

Pochi appuntamenti di rilievo in Cina, dove il calendario economico è abbastanza scarno. In Giappone invece il focus sarà sull'inflazione di febbraio e si leggeranno con interesse anche verbali dell'ultima riunione della Bank of Japan.
Attesi in Australia i dati sull'inflazione, soprattutto dopo che la Reserve Bank of Australia ha deciso di aumentare per la seconda volta i tassi di interesse.