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mercoledì 20 maggio 2026

Imprese, il passaggio generazionale è una sfida ancora complicata

La maggior parte delle aziende che operano in Italia ha come vertice individui molto in là con gli anni. Ciò significa che nel prossimo futuro tantissime imprese saranno interessate dal passaggio generazionale. Ciò dovrebbe preoccuparci parecchio, dal momento che questo step continua a rivelarsi estremamente complicato.

Il passaggio di consegne nelle imprese

Secondo un'indagine condotta dal CNA, nei prossimi anni circa un milione di imprese affronterà una trasmissione di generazione in generazione. 

Sebbene l'80% degli intervistati over 40 (il campione totale di 2000 imprenditori ascoltati) dichiara di aver già affrontato il tema del passaggio generazionale della propria attività, meno della metà ha avviato delle azioni concrete a tal fine. Ciò vuol dire che la maggioranza non è ancora pronta ad una sfida del genere.

Percentuali di successo

I dati hanno evidenziato che il passaggio generazionale delle imprese ha più probabilità di successo se viene svolto nell'ambito familiare. Ad ogni modo nessuno si aspetti delle enormi percentuali di successo, visto che siamo al 63,7%. Significa che anche in ambito familiare una impresa su tre non riesce a sopravvivere al passaggio generazionale.

Lo scenario peggiora ulteriormente nel caso in cui la trasmissione avvenga a favore dei dipendenti o a terzi. In questi casi è difficile trovare acquirenti oppure risorse finanziarie, oppure semplicemente non sono soddisfacenti i termini dell'accordo.

Uno scenario che deve far riflettere

Il problema della trasmissione aziendale ci deve far riflettere, perché quando la trasmissione non è efficace si compromette la continuità di una parte sostanziosa dell'intero tessuto produttivo nazionale, che è costituito in larga parte da piccole e medie aziende che hanno trainato l'economia di questo Paese.

Fattori di criticità

Uno dei problemi seri nel passaggio di un'impresa è quello della trasmissione di competenze. Ciò vale soprattutto per le imprese artigiane. In questo caso, oltre al rischio che l'impresa non prosegua l'attività, c'è anche il pericolo di perdita di conoscenze che costituiscono un patrimonio unico per il nostro paese.
Sul processo di trasmissione di un'impresa ci sono anche dei fattori esterni che gravano. Il primo fra tutti è la burocrazia eccessiva, ma un freno è rappresentato anche dalla pressione fiscale, dal costo del lavoro elevato e dalla carenza di personale qualificato. Sono tutte minacce alla continuità aziendale.

martedì 10 marzo 2026

Aziende agricole del Mezzogiorno sempre più sotto pressione

Sono tantissime e rappresentano un elemento fondamentale per la nostra economia. Proprio per questo il grido di aiuto di molte aziende agricole del Mezzogiorno deve essere ascoltato. L'agricoltura sta facendo i conti con problemi che non sono più congiunturali bensì strutturali, e che mettono sotto pressione l'intero sistema produttivo.

Le difficoltà delle aziende agricole del Mezzogiorno

Il problema fondamentale delle aziende agricole del Mezzogiorno, che nella maggior parte dei casi sono piccole e medie imprese, è la scarsità dell'elemento più importante per produrre: l'acqua. Le imprese si trovano da tempo a dover fare i conti con una siccità che non è più un fenomeno climatico di tipo straordinario, ma un elemento strutturale frenante della produzione. 

In molte zone del Meridione l'acqua è quasi un bene di lusso per le imprese, perché è diventata troppo costosa. In alcuni casi addirittura viene proprio a mancare.

La preoccupante evoluzione degli ultimi anni

Le stagioni negli ultimi anni si sono fatte sempre più secche vengono, soprattutto al Sud. Le aziende agricole devono razionalizzare l'acqua disponibile oppure ricorrere a pozzi privati o sistemi di pompaggio, che sono energivori e quindi molto costosi.. Tutto ciò comporta un aumento dei costi operativi, che già sono sotto pressione per via dei rincari energetici e dell'aumento dei prezzi di molte materie prime.

In un contesto così difficile, la sopravvivenza passa necessariamente per l'innovazione. Ma scegliere questa strada costa, e le aziende in gran parte non possono permettersi ulteriori spese, specialmente quelle che sono alle prese con la scarsità di acqua. Ecco perché si dice che l'agroalimentare avrebbe bisogno anche della finanza.

Qualche numero

Negli ultimi cinque anni soltanto di 12% delle aziende agricole ha realizzato interventi di tipo innovativo. Ma mentre al Nord la percentuale è praticamente doppia rispetto alla media nazionale (si arriva al 24,5%), al mezzogiorno invece si dimezza e crolla al 6,2%. 

Il paradosso è che proprio nelle zone dove gli investimenti servirebbero di più, si finisce per farlo di meno. C'entra anche un fattore strutturale, visto che la capacità di vestire è una prerogativa soprattutto di grandi aziende, che si trovano per lo più al Nord, mentre al Mezzogiorno troviamo imprese di piccole e medie dimensioni, con realtà di piccola scala e con poca capacità di innovare.

lunedì 20 ottobre 2025

Imprese, in Germania le insolvenze corrono a ritmo record. La locomotiva d'Europa deraglia

La locomotiva tedesca sta deragliando. E non da oggi, ma da un bel po' di tempo. Solo che adesso il numero delle imprese in crisi è diventato così alto da non potersi più illudere che sia solo un periodo passeggero.

I numeri shock sulle imprese

Le crepe dell'economia tedesca, che un tempo era il vero motore dell'Europa, si stanno mostrando con sempre maggiore evidenza. Lo raccontano i dati dell'Ufficio Federale di Statistica tedesco (Destatis, ossia l'ISTAT tedesco): le imprese in stato di insolvenza a settembre sono cresciute del 10,4% rispetto a settembre del 2024

Anche se è un dato ancora da confermare, pur volendo sperare che il report definitivo sarà più basso, comunque è un campanello d’allarme che non si può più ignorare.

Anche perché - lo dice proprio Destatis -  i numeri si riferiscono alle imprese che formalmente hanno avviato una procedura concorsuale. Non vengono incluse nel calcolo quelle imprese che hanno cessato o stanno cessando la loro attività “silenziosamente”.

Un buco da 3,7 miliardi

Ci sono altri numeri che rendono bene l'idea della situazione. Sono quelli di luglio, che sono definitivi. Le imprese in stato di insolvenza risultavano 2917, il 13,4% in più rispetto a luglio dell'anno prima.
E' imponente soprattutto l'ammontare dei crediti che venivano vantati verso quelle aziende, circa 3,7 miliardi di euro (rispetto ai 3,2 miliardi del luglio 2024). Si tratta di un buco finanziario enorme, che sta rendendo il sistema economico tedesco molto incline alla sfiducia reciproca. In sostanza la certezza di incasso del credito sta venendo a mancare.

I settori più esposti alla crisi

Tra le imprese più colpite spiccano quelle del settore "Trasporti e Stoccaggio", dove su 1000 imprese in media 12,7 sono in insolvenza. Essendo la Germania un paese molto orientato all'export, trasporti e logistica giocano un ruolo fondamentale. Seguono il settore alberghiero e altri servizi (9,9), che sono molto colpite dal rallentamento generale dei consumi.

Come detto, non è tanto il numero di insolvenze che deve preoccupare, ma il fatto che la crescita stia avvenendo in modo costante. Si tratta di un segnale recessivo molto forte, che deve allertare anche l'Italia, visto che abbiamo un legame economico strettissimo con la Germania, il nostro primo partner commerciale

mercoledì 11 giugno 2025

Imprese, in Italia una crescita del 16% in questo millennio

L'Italia è stata sempre una nazione a forte vocazione imprenditoriale, e adesso ci sono alcuni numeri che confermano questa rinnovata tendenza. Durante questo millennio infatti in Italia il numero di imprese è cresciuto del 16%.

Alcuni dati sulle imprese

Questi dati sono il frutto di una ricerca condotta da Verum Partners, un gruppo che offre consulenze e servizi alle PMI e alle startup. 

In questi ultimi 25 anni si è passati da circa 3,7 milioni di imprenditori che c'erano nel 2001 ai quasi cinque milioni di quest'anno. La media è di 21 imprenditori ogni mille lavoratori, in crescita rispetto ai 19 di inizio secolo. Questo numero colloca così l'Italia in cima all'Europa per tasso di imprenditorialità.

Voglia di fare nonostante gli ostacoli

La vocazione a fare impresa da parte dei cittadini italiani purtroppo si scontra quotidianamente con grandi difficoltà, che si manifestano già in fase embrionale, per via dei permessi e delle autorizzazioni che sono richieste alle imprese per riuscire a sorgere.

Il nostro ecosistema fatica a sostenere lo spirito imprenditoriale del Paese, lo dimostra il fatto che l'Italia è soltanto al 58esimo posto mondiale nella classifica "Doing Business", che misura la facilità di avviare una propria attività. Siamo tra i peggiori al mondo.

Essere imprenditore comporta sacrifici

Fare impresa in Italia comporta enormi sacrifici, anzitutto in termini di tempo. La ricerca evidenzia infatti che la media di ore di lavoro dell'imprenditore italiano è di 41 a settimana, ossia circa 5 ore in più rispetto a quella dei suoi lavoratori. Inoltre moltissimi imprenditori non riescono a concedersi più di una settimana all'anno di vacanza (ma non rinunciano quasi mai al pranzo, che viene visto come un'occasione per sviluppare contatti di affari).

Indietro nelle imprese innovative

Un dato che non fa piacere riguarda le startup innovative. Siamo decisamente indietro rispetto ai principali paesi europei. Da noi ce ne sono 234 ogni milione di abitanti, mentre la Gran Bretagna arriva a 406 e la Germania 386. Per non parlare poi dell'Estonia, dove addirittura il numero arriva a 865.

giovedì 1 maggio 2025

Imprese italiane, ecco la strategia per attenuare i dazi di Trump

La temporanea sospensione dei dazi da parte dell'amministrazione Trump ha offerto una piccola boccata di ossigeno alle imprese italiane, che tuttavia si stanno preparando anche allo scenario peggiore e corrono ai ripari.

I timori delle imprese italiane

Come ha evidenziato un sondaggio che è stato realizzato da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, una grossa fetta delle imprese italiane sta cercando delle soluzioni per affrontare le possibili conseguenze dovute alle tariffe commerciali statunitensi. Il mercato a stelle e strisce infatti rappresenta una quota fondamentale del nostro export ed un mercato di sbocco molto remunerativo.

L'indagine evidenzia che il 56% delle aziende italiane è convinta che ci sarà una riduzione delle vendite verso il mercato americano. Il 26% delle imprese teme inoltre che ci sarà un incremento dei costi di approvvigionamento, e una quota simile evidenzia il pericolo che ci sia una flessione di vendite di beni intermedi e semilavorati, che spesso transitano per la trasformazione in altri paesi prima di finire sul mercato USA. Il 19% inoltre collega ai dazi un incremento della concorrenza di aziende di altri paesi, che non potendo più esportare degli USA lo faranno verso l'Europa.

La strategia della diversificazione

Tutti questi timori stanno spingendo le imprese italiane a diversificare i mercati di destinazione dei loro prodotti, così da attenuare in parte gli effetti dei dati. Le nostre aziende esportano mediamente in 11 paesi, e questo in parte già è un dato positivo in questa battaglia che si apprestano ad affrontare. Soprattutto le imprese del Nord Italia possono vantare una maggiore diversificazione, mentre quelle che hanno più difficoltà in tal senso sono quelle del Meridione, dove in media l'export si indirizza verso 6 Paesi stranieri.

Più export verso l'UE

Il 25% delle imprese contattate nelle indagini e si appresta a espandersi verso ulteriori mercati all'interno dell'Unione Europea e quasi un quinto lo farà anche fuori dall'Unione Europea. Soltanto il 3% invece vede come possibile soluzione anche quella di spostare la produzione direttamente negli Stati Uniti. Un terzo delle aziende ritiene invece che alla fine sarà costretta ad aumentare i prezzi di vendita per compensare l'effetto dei dazi.

lunedì 14 aprile 2025

Tasse, due volte su tre a non pagare sono le grandi imprese

Un recente report pubblicato dall'ufficio studi della CGIA Mestre ha messo in evidenza un aspetto interessante riguardante le tasse in Italia. Nel 64,3% dei casi, la mancata riscossione da parte del fisco riguarda le persone giuridiche, ossia le imprese di maggiori dimensioni (che assumono la forma di Spa, Srl, consorzi, cooperative, etc).

I numeri della mancata riscossione delle tasse

L'analisi è stata condotta sui dati relativi all'intero millennio che stiamo vivendo. Ebbene in questi 25 anni il fisco ha reclamato inutilmente 1279 miliardi tra tasse, contributi, bollette, multe, etc. Di questa cifra, ben 822 miliardi sono in capo alle grandi aziende

Si tratta quasi del triplo rispetto alla somma che invece è stata inutilmente reclamata nei confronti delle persone fisiche (300 miliardi), e 5 volte la somma che invece riconducibile alle persone fisiche con attività economica (ossia artigiani, commercianti, esercenti, liberi professionisti, etc).
L'infedeltà fiscale sembra quindi essere soprattutto una prerogativa dei grandi contribuenti e non i piccoli (incluse le piccole e medie imprese), che invece sono più ligi al rispetto delle normative riguardo le tasse.

Il credito non riscosso dai lavoratori autonomi

Circa i lavoratori autonomi, bisogna inoltre aggiungere inoltre che c'è un carico residuo non riscosso che equivale a poco più della metà del dato riferito alle persone fisiche. E dire che normalmente, quando si parla di evasione delle tasse, una delle prime categorie che finisce sul banco degli imputati è proprio quella dei lavoratori autonomi. 

Anche se è vero che in questa categoria si nascondono anche molti che non adempiono agli obblighi fiscali, le statistiche ufficiali quindi raccontano che negli ultimi 25 anni solo 13 evasori su 100 hanno una partita Iva, e l'incidenza della loro evasione sul totale è appena del 12,2%.

Se lo stato riuscisse a recuperare la maggior parte di queste somme, il nostro problema del debito pubblico sarebbe in gran parte risolto.

L'evasione per zona territoriale

Per quanto riguarda la collocazione geografica delle sacche di evasione dalle tasse, il debito fiscale pro capite più elevato maturato in questi ultimi 25 anni è in capo ai residenti del Lazio con 39.673 euro. Seguono i campani con 27.264 euro e i lombardi con 25.904 euro. Il Nord è il territorio più virtuoso, con il Trentino Alto Adige in fondo alla classifica delle cifre non riscosse, appena 6.964 euro.

lunedì 15 gennaio 2024

Imprese, continua a cresce il numero di stranieri che ne avviano una: +10% in più in 5 anni

Il numero di cittadini stranieri che decide di avviare un'attività di impresa in Italia continua a crescere. Nel 2023 infatti le aziende italiane intraprese da stranieri sono diventate 657 mila. Si tratta di un buon 10% in più rispetto a quante ce n'erano un lustro fa.

Gli stranieri e le imprese

Si tratta in parte di un effetto di sostituzione, nel senso che nello stesso lasso di tempo, il numero idi imprese avviate da italiani sono diminuite del 3%

Ma questo confermarsi come Paese multietnico è una cosa positiva, perché lo straniero che fa impresa si integra di più e meglio, e questo spinge anche la voglia di fare famiglia e quindi il tasso di natalità. E inoltre se la concorrenza è leale, fa soltanto bene al tessuto delle imprese.

Settori preferiti

Riguardo alla tipologia di imprese straniere, la maggior parte sono nel settori delle costruzioni e dei servizi che insieme rappresentano il 44% del totale (ed hanno segna un incremento del 3% annuo). Ma viaggia forte anche l’agricoltura (+5%). In controtendenza si muove il settore del commercio (-0,7%), anche se a livello numerico è sempre quello più rappresentativo, visto che ci sono oltre 261mila imprese straniere.

Provenienza e concentrazione

Il tris di Paesi da cui arriva la maggior parte degli imprenditori stranieri è Marocco, Romania e Cina. Seguono Albania, Bangladesh e Pakistan (19%) e quindi da Egitto, Nigeria e Senegal (11%).
C'è peraltro una interessante predilezione per i vari settori, a seconda dei Paesi di provenienza del cittadino straniero. I marocchini prediligono il commercio, i romeni le costruzioni e i cinesi la manifattura e l'intrattenimento.

A livello territoriale, il maggior numero di aziende a conduzione straniera si trova nel Nord Ovest, soprattutto in Lombardia (il 31% del totale). Una folta presenza c'è anche a Prato, in Toscana, dove c'è la maggiore concentrazione (pari al 33% del totale, con un'altissima presenza di cinesi), seguita da Trieste (20%) e Firenze (18%). Al contrario, in fondo alla classifica c'è Barletta-Andria-Trani con il 2,5%.

martedì 31 ottobre 2023

Imprese e clima economico, la fiducia continua a scendere

Il clima economico non è dei migliori, come evidenzia l'ultimo report dell'Istat riguardante il clima di fiducia da parte di consumatori e imprese. Entrambi infatti sono andati in calo, con quello delle imprese che addirittura è scivolato al valore più basso da aprile del 2021.

I dati su consumatori e imprese

Per quanto riguarda la fiducia dei consumatori, l'indice è scivolato per il quarto mese consecutivo giungendo a livello più basso da inizio di quest'anno. L'indice Infatti è passato da 105,4 a 101,6.

L'Istituto nazionale di statistica sottolinea inoltre che si è assistito ad un peggioramento di sette delle nove variabili che compongono questo indicatore. Fanno eccezione le aspettative sulla disoccupazione, che sono migliorate, e il giudizio sulla situazione economica familiare anch'esso lieve miglioramento.
Tra i consumatori il dato più eclatante riguarda il peggioramento della clima riguardo la propria situazione personale, sia quella economica generale.

La flessione della fiducia delle imprese

L'indice di fiducia per le imprese è andato anche peggio, con una flessione da 104,9 a 103,9. Tanto nella manifattura quanto nei servizi c'è stata una riduzione della fiducia. Nel primo caso l'indice è sceso da 96,4 a 96,0. Nel settore dei servizi e del commercio al dettaglio il calo è stato rispettivamente, da 100,5 a 98,1 e da 107,1 a 106.
L'unico settore che si è mosso in controtendenza è stato quello delle costruzioni, dove l'indicatore di fiducia è salito da 160,9 a 163,8.

Situazione analitica

Scendendo nel dettaglio si scopre che nel settore manifatturiero quello che è peggiorato maggiormente è la fiducia negli ordini, mentre sono migliorate le aspettative riguardo alla produzione e il calo delle scorte.
Nei servizi invece le attese sugli ordini migliorano ma peggiorano i giudizi sugli ordini esistenti e quelli sull'andamento degli affari.
Per quanto attiene al commercio al dettaglio, i giudizi sulle vendite sono improntati all'ottimismo in presenza, tuttavia, di un accumulo di scorte di magazzino e di un deterioramento delle attese sulle vendite.

mercoledì 30 agosto 2023

Imprese, Amazon può essere un alleato: export boom per le PMI nel 2022

La concorrenza dell'e-commerce è sicuramente uno delle spine che il mondo delle imprese italiane deve affrontare, e che nel tempo ha sottratto clienti e affari. Ma talvolta il "nemico" può diventare anche un alleato, come evidenziano gli ultimi report pubblicati da Amazon, il colosso fondato da Jeff Bezos.

I numeri delle piccole medie imprese

Nel 2022 oltre la metà delle 21mila piccole e medie imprese che hanno deciso di sfruttare la piattaforma, ha venduto i suoi prodotti all'estero. Si è generato un giro di affari che sfiora il miliardo di euro, con una crescita rispetto all'anno precedente di circa il 20%.

La multinazionale americana sottolinea il suo impegno finalizzato a dare strumenti efficaci alle PMI, per vendere con successo attraverso il canale digitale e ambire a varcare i confini nazionali. Amazon ha investito a livello europeo oltre 8 miliardi di euro in logistica, servizi, strumenti e formazione, per raggiungere l'obiettivo di spingere le PMI a vendere all'estero 1,2 miliardi di euro annui entro il 2025.
I maggiori Paesi di sbocco sono stati Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito.

Una scelta che può premiare

Anche le vendite complessive sullo store sono cresciute: le imprese di piccole e medie dimensioni hanno infatti piazzato ben 125 milioni di merce, anche in questo caso con un incremento del 20%. Al momento oltre il 60% delle vendite nello store online proviene da partner di vendita indipendenti.

Alcuni dati offrono un quadro più analitico. Delle 21mila piccole e medie imprese che hanno scelto Amazon per vendere i loro prodotti, circa 850 hanno superato il milione di fatturato sullo store, mentre ben 5mila hanno superato i 100 mila euro.

Lombardia sugli scudi

A livello territoriale la vivacità più forte riguarda le imprese della Lombardia (175 milioni di vendite) che detiene anche il primato del maggior numero di PMI presenti sul market place (oltre 3.400), mentre i settori più gettonati sono Casa, Bellezza, Salute e Cura della persona, Sport e Alimentari.

giovedì 10 agosto 2023

Credito alle imprese, in Italia una delle contrazioni peggiori della UE

In Italia i rubinetti del credito alle imprese continuano a chiudersi progressivamente. Nell'ultimo anno sono affluiti nelle casse delle aziende ben 33,3 miliardi di euro in meno rispetto ai 12 mesi precedenti, secondo un report dell’Ufficio studi della CGIA (che ha elaborato i dati della Banca Centrale Europea).

I dati sul ricorso al credito

Su base percentuale, da maggio 2022 a maggio 2023 il calo dei prestiti delle banche alle aziende tricolore è stato del 5%. Solo Cipro ha fatto peggio di noi nella UE. 

Altrove, come in Germania, c'è stata invece una erogazione del 7% superiore rispetto all'anno prima. Ma anche la Francia ha evidenziato una tendenza positiva, mentre la Spagna ha registrato un calo pari alla metà di quello italiano.

Cosa sta succedendo?

Le ragioni dietro questo calo sono diverse, e bisogna partire dal presupposto che il ricorso al credito in Italia è soprattutto da parte delle imprese manifatturiere.
Queste ultime, causa il rallentamento dell’economia mondiale, hanno ridotto la richiesta di prestiti, anche perché nel frattempo l'aumento dei tassi della BCE ha reso molto più costoso un finanziamento.

Bisogna poi aggiungere che nel biennio della pandemia, diverse aziende avevano ragionato da "formiche", mettendo da parte il più possibile per fronteggiare ulteriori tempeste. Quel risparmio è tornato utile, perché intaccare i depositi è molto più conveniente che aprire un finanziamento. La conferma arriva dai dati, che dicono che i depositi bancari delle imprese italiane sono diminuiti del 4,3%, -21,5 miliardi di euro.

Trend duraturo

Va detto però che la diminuzione del credito bancario alle imprese è una tendenza che va avanti da tempo. Dal 2011 infatti - con la sola eccezione del periodo 2020-2022, quando ci furono garanzie pubbliche misure messe in campo dal Governo Conte 1 e Conte 2 - le imprese sono sempre più restie a chiedere un prestito.
Ma il ricorso all’autofinanziamento non è una pratica che tutti possono permettersi. In special modo sono le piccole imprese ad essere le più vulnerabili.

lunedì 20 marzo 2023

Tasse, le imprese italiane sono più copite delle colleghe di tutta Europa

Nel 2022 la pressione generale fiscale in Italia ha raggiunto un nuovo record del 43,5%. Non deve stupirci allora il fatto che, secondo una recente indagine dell'ufficio studi della Cgia Mestre, le aziende italiane pagano più tasse rispetto alle colleghe del resto d'Europa.

I numeri sulle imprese e le tasse

In base a questa analisi emerge infatti che, rispetto alle entrate erariali totali, la quota che deriva dall'imposizione fiscale alle imprese è pari al 13,5%. In Germania questo livello si ferma al 10,7%, in Francia al 10,3%. Se facciamo il confronto con la media di tutta Europea, in Italia le imprese contribuiscono per circa il 2% in più.
Le tasse pagate dalle imprese italiane portano allo Stato un gettito pari a 94,3 miliardi di euro.

Forse ti può interessare: la tassazione delle imprese in Italia.

Le aliquote

Oltre al dato riguardo all'incidenza sul totale del gettito Fiscale da imprese, c'è un altro dato che conferma che le imprese italiane sono tartassate. Le aliquote sul reddito imponibile delle aziende italiane e al 27,9%. Un valore più alto rispetto a quelle che operano in Francia (25,8%) e in Spagna (25%). Soltanto la Germania ci supera tra i maggiori paesi europei, perché ha un'aliquota del 29,8%.
Anche in questo caso, se facciamo un confronto rispetto alla media Europea, l'Italia è ben oltre (+6,7 punti).

Fattori congiunturali

Va però aggiunto che l'ufficio studi CGA sottolinea un aspetto importante. L'aumento delle Entrate fiscali legate al mondo delle imprese non deriva da un aumento della tassazione in sé, quanto all'effetto di altri fattori distinti di natura congiunturale.

In primo luogo la crescita dell'inflazione, che ha innescato un aumento delle imposte indirette. In secondo luogo il miglioramento economico dovuto al rimbalzo post-Covid, che ha provocato la crescita delle imposte dirette. La cancellazione di alcune agevolazioni riguardanti le tasse, che erano state introdotte nel biennio precedente per fornire sostengo alle imprese durante la fase acuta delle crisi Covid.

mercoledì 22 febbraio 2023

Aziende, in Europa una su 10 si trova in difficoltà

A partire dallo scoppio della pandemia, per le aziende di ogni settore è cominciato un periodo ricco di problematiche. In molti casi tali complessità sono state aggravate dallo scoppio della guerra in Ucraina.
Alla fine tutti questi problemi presentano un conto salato, visto che il 10% delle aziende europee versa in uno stato di crisi.

La fotografia Europea delle aziende

A tracciare il quadro della situazione è un report della società di consulenza Alvarez e Marsal, dopo aver studiato oltre 4000 del Vecchio Continente. 

Emerge che un'impresa su dieci si trova in grande difficoltà, al punto di necessitare di un turnaround. Rispetto all'anno scorso la situazione si è aggravata di circa mezzo punto percentuale. Se prendiamo in esame con la situazione italiana le cose vanno ancora peggio. Qui da noi questo rapporto sale ad 1 impresa su 8.

Le prospettive peraltro non sono delle migliori, visto che si preannuncia un ulteriore deterioramento a causa dell'indebolimento delle performance, soprattutto per quelle aziende che sono gravate di un altro grado di indebitamento.
Peraltro sta progressivamente finendo l'epoca delle misure di sostegno varate dai governi, e questo significa che le aziende verranno lasciate da sole con le loro difficoltà.

Forse ti può interessare: le misure di sostegno anti coronavirus del Governo italiano.

I settori più colpiti

La tenuta finanziaria delle aziende preoccupa soprattutto in alcuni settori. Quello dei consumi, della sanità e dell'Industria manifatturiera hanno infatti registrato i maggiori aumenti di sofferenze tra il 2021 e il 2022.
Nel settore dei beni di consumo, in particolare, si avverte soprattutto la riduzione della spesa da parte dei consumatori a causa della crisi, nonché l'aumento dei costi operativi. Qui l'aumento delle sofferenze ha toccato livelli del 72% anno su anno.

I segnali più incoraggianti arrivano dalle aziende che operano nel settore viaggi, ospitalità e tempo libero dove le sofferenze sono andate in diminuzione. Qui è evidente l'effetto positivo della ripresa dei viaggi dopo le riaperture post pandemia da Covid.

mercoledì 11 gennaio 2023

Lavoro, mismatch domanda-offerta: le aziende cercano personale ma non lo trovano

Uno dei gravi problemi dell'Italia è la difficoltà dei giovani di trovare lavoro. Ma non tutti sanno che uno degli aspetti di questo problema non è che le aziende non assumono, bensì che non trovano candidati adeguati. Peraltro non è un problema che si è sviluppato dal nulla, anzi dura da tanti anni e probabilmente continuerà ad aggravarsi.

La fotografia del mercato del lavoro

lavoroAd illustrare la situazione è l’ultimo bollettino del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ANPAL, dal quale emerge che le imprese hanno grosse difficoltà di reperimento del personale, che si manifestano nel 45,3% dei casi. Si tratta di una percentuale in crescita del 7% rispetto allo scorso anno.

L'offerta c'è... i candidati no

Quindi il lavoro ci sarebbe eccome. A dicembre 2022 erano in programma 329.000 assunzioni di nuove risorse da parte delle imprese, e nel trimestre dicembre 2022-febbraio 2023 questo numero sale a 1,2 milioni. Praticamente la stessa cifra di un anno fa, ed anche la stessa cifra che c'era prima dello scoppio del Covid.
Ma alla fine le assunzioni saranno molte di meno, perché il reperimento del personale talvolta è una sfida che si perde. Sembra in base agli ultimi dati, delle 329.000 assunzioni programmate per dicembre, almeno 149.000 saranno difficoltose, se non impossibili. Fa rabbia visto che in Italia ci sono oltre 3 milioni di giovani senza studio né lavoro.

I profili più difficili da trovare

Le imprese fanno una fatica enorme a trovare personale adeguatamente preparato, e su quei pochi candidati disponibili c'è una folta concorrenza. Le imprese fanno a gara per attirare i “pochi” talenti presenti sul mercato del lavoro. Va detto che la situazione non è nemmeno recente, perché già nel 2019 per le imprese era difficile trovare professionisti

Le professioni più difficili da reperire sono gli specialisti nelle scienze della vita (82,7%), i tecnici della salute (62,7%), i tecnici in campo ingegneristico (58,7%), i tecnici di gestione (58,6%) e i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni (54,4%). Ma è un problema anche la ricerca di dirigenti (72,8%), di operatori della cura estetica (69,6%), meccanici, montatori, riparatori e manutentori (69,4%), operai di macchine automatiche e semiautomatiche (61,7%).

martedì 23 agosto 2022

Imprese turistiche a rischio chiusura per il caro energia

Il rincaro dei prezzi dell'energia sta mettendo in ginocchio migliaia di imprese. Alcuni settori rischiano davvero il collasso, se non si riuscirà a mettere freno alla folle corsa dei prezzi energetici. Ad esempio, quelle del settore turistico

La situazione allarmante per le imprese

Come evidenzia Confindustria, tantissime imprese che operano nel settore dell’ospitalità rischiano di dover chiudere se nei prossimi mesi non ci saranno interventi concreti per abbattere i costi delle bollette. Questi ultimi infatti, si prevedono ulteriormente in crescita.

Una situazione che fa rabbia, se si pensa che le previsioni per l'afflusso di turisti sono più che buone, dopo i drammi del periodo pandemico.

Le previsioni di prezzo

Eppure nessuno riesce a sorridere, in questo settore così importante per l'economia italiana. Infatti secondo le previsioni autunnali, il Pun (ossia il Prezzo unico nazionale) che è il prezzo di riferimento all’ingrosso dell'energia elettrica, dovrebbe schizzare del 40%.
Se dovesse davvero essere così, tutto ciò si tramuterebbe in un aumento spaventoso delle bollette, che già adesso hanno subito dei rincari enormi.

Alcuni casi eclatanti

Basti pensare che molte imprese del turismo in Sicilia hanno visto gonfiare i costi energetici da 40mila euro nel luglio 2021 a 144mila euro nello stesso mese di quest’anno. Percorrendo al contrario lo "stivale", si arriva in Veneto dove un villaggio turistico è passato da 350mila euro di bollette a 1,3 milioni di euro su base annua, tanto da decidere di chiudere in anticipo la stagione rimborsando i clienti che avevano già prenotato.

Tenuto conto del trend in corso diverse imprese rischiano di non aprire proprio per la stagione invernale, perché i costi per innevamento e gli impianti a fune con questi prezzi non potranno garantire il servizio pena il fallimento dell’impresa.

La richiesta di aiuto

Per questo motivo il tema dei costi dell'energia è in cima all'agenda politica di tutti i partiti, che sono impegnati nella campagna elettorale in vista della tornata di fine settembre.

lunedì 25 luglio 2022

Imprese, la stangata luce-gas potrebbe arrivare a 106 miliardi

Dopo aver affrontato i disastri provocati dal Covid, in questi mesi il mondo delle imprese sta affrontando un'altra sfida pesante. Quella contro i rincari di luce-gas.
Secondo uno studio della CGIA Mestre, la stangata complessiva per il mondo imprenditoriale italiano potrebbe arrivare a 106 miliardi di euro. Tanto sarebbe il costo aggiuntivo a causa dell'aumento delle tariffe di energia elettrica e gas.

Che botta per le nostre imprese

Per giungere a questa stima, l'Ufficio studi Cgia ha applicato i prezzi attuali (relativi all'ultimo semestre) ai consumi che sono stati registrati nell'anno 2019, ossia quello pre-pandemia. 

Il risultato è allarmante, tanto che la stessa associazione parla di concreto rischio di "provocare una vera debacle al nostro sistema produttivo".

La mappa dei rincari

A livello territoriale le realtà che più delle altre subiscono i rincari maggiori sono, ovviamente, quelle dove la concentrazione delle attività imprenditoriali è più elevata, ossia il Nord.
A cominciare dalla Lombardia, dove l'extra-costo dovuto ai rincari supera i 24 miliardi. Il doppio dell'Emilia Romagna, seconda in classifica. Oltre il 63% della spesa aggiuntiva a causa dei rincari andrà a colpire le aziende del Nord.

Per quanto riguarda i settori, le conseguenze peggiori sono state subite per le imprese del vetro e ceramica (il MISE di recente ha stanziato un fondo di sostegno), del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l'alimentazione, la chimica etc.

Potrebbe andare anche peggio...

Ma c'è anche di peggio, perché secondo la CGIA questa stima potrebbe addirittura essere in difetto.
Infatti non tiene conto della possibilità che nel prossimo autunno le fornitura di gas verso l'Europa possano ridursi ulteriormente, provocando un vero e proprio tsunami sui prezzi di questa materia prima. Si ipotizza un costo medio ben superiore a quello registrato nei primi sei mesi del 2022.

LA CGIA sottolinea peraltro che la stangata sulle imprese avrebbe potuto essere (finora) ben più pesante, se il governo Draghi non fosse riuscito a smorzare parzialmente questa impennata.
I fondi spesi a tal fine (includendo anche il decreto Aiuti) sono stati 22,2 miliardi di euro (di cui 16,6 nel 2022). Di questi, 7,5 hanno fatto da sostegno diretto alle imprese (che hanno beneficiato anche dei fondi stanziati anche per le famiglie).

martedì 17 maggio 2022

Imprese della ristorazione in calo è la prima volta dopo un decennio

L'impatto della pandemia ha fatto sentire i suoi effetti "numerici" dopo un po' di tempo sul settore della ristorazione. Oggi è diviso tra la voglia di ripartire e la conta dei danni, che si manifesta soprattutto attraverso un dato in calo, quello delle imprese che si sono registrate.

Il calo del numero di imprese

Sulla base dei dati di Infocamere, l'Osservatorio Ristorazione dell'agenzia  Ristoratore Top su dati Movimprese ha evidenziato che, dopo oltre un decennio di continua crescita numerica, nel 2021 il numero delle imprese attive nel settore della ristorazione è diminuito.

Si tratta di un dato estremamente tangibile degli effetti del contraccolpo da coronavirus. Risulta ancora di più eclatante perché, come detto erano oltre 10 anni che il numero di imprese continuava a crescere. Tanto che si era avvicinato alle 400.000 unità. Nel 2021 il saldo evidenzia invece una riduzione di 707 unità.

Resistono comunque le aziende attive, che sono 340.610. Tuttavia il numero è superiore soltanto di 46 unità rispetto al 2020. Anche le nuove attività ristorative iscritte evidenziano il primo arretramento dopo oltre un decennio: sono 8.942.

Un dato che conferma le difficoltà

Il report sul numero delle imprese nel settore della ristorazione non fa che confermare quanto già era evidente in precedenza. La pandemica ha scatenato una vera tempesta nel settore, perché non solo ha ridotto il numero di imprese, ma ha pure inciso in modo feroce sul fatturato complessivo, che ha subito un drastico taglio malgrado le iniziative a sostegno del settore.

Le prospettive

La clamorosa battuta d'arresto subita a causa della pandemia, al tempo stesso rappresenta un punto di partenza per il futuro. C'è ottimismo riguardo alla ripresa del trend di crescita che si è bruscamente arrestato dopo oltre un decennio. La voglia di resistenze è stata confermata anche dal dato diffuso da Deloitte sulla ristorazione, che ha evidenziato un rimbalzo del business a livello mondiale. Tuttavia, resta lontano dal colmare il crollo del 2020.

lunedì 31 gennaio 2022

Credito alle imprese in calo. Dalle banche 20 miliardi in meno in 12 mesi

Nell'ultimo anno i prestiti alle aziende sono crollati di quasi il 3% e di circa 18 miliardi in valore. Lo evidenzia l'ultima indagine condotta dal Centro Studi di Unimpresa, il Rapporto mensile sul credito.

I dati sul credito alle imprese

Il totale degli stock di impieghi delle banche verso le aziende italiane è sceso infatti a 659,2 miliardi di euro.
Analizzando i dati sul credito alle imprese, emerge che i finanziamenti a lungo periodo (ossia oltre i 5 anni) sono cresciuti di 15,8 miliardi.

Sono invece crollati quelli a medio termine (ossia da 1 fino a 5 anni), che scendono di 18 miliardi e di oltre il 10% in termini percentuali.
Una contrazione analoga ha riguardato i finanziamenti di breve periodo (ossia fino a un anno). Anche in questo caso il calo del credito è stato di oltre 10%, ed in termini assoluti di circa 17 miliardi.

Un calo preoccupante

Questi dati evidenziano un andamento nettamente in controtendenza rispetto all'anno dal 2019 al 2020, quando i finanziamenti alle imprese italiane schizzarono di 60 miliardi. Sicuramente hanno inciso in maniera forte le garanzie statali sui prestiti, che vennero introdotte con decreti del governo per contrastare i danni del Covid.

Proprio la scadenza delle misure sulle garanzie di Stato, potrebbe avere gravi ripercussioni sulle imprese. Potrebbero infatti trovarsi di fronte a una clamorosa emergenza liquidità. Le banche hanno approfittato delle misure di sostegno pubblico soprattutto all’inizio della pandemia, sostituendo vecchie linee di credito erogate con poche garanzie, con nuovi finanziamenti coperti da Mcc e Sace.

Finanziamenti alle famiglie e crediti deteriorati

Diverso è stato l’andamento registrato sul versante dei finanziamenti alle famiglie. In totale, lo stock di impieghi, è salito di 18,6 miliardi (+2,91%). In questo caso il dato è stato trainato dalla crescita delle richieste di mutui, che sono aumentati di oltre 17 miliardi (+4%). Altresì positivo è stato l’andamento del credito al consumo: più 1,6 miliardi, in crescita dell’1,48%.

Infine, il rapporto mensile sul credito evidenzia un'ulteriore diminuzione dei crediti deteriorati. Il totale dei prestiti non rimborsati è passato da 62 miliardi a circa 43 miliardi, in discesa di oltre 18 miliardi (-29%), ma le sofferenze nette sono tornate a salire, dai 15 miliardi di settembre ai 18 miliardi di novembre.

lunedì 17 gennaio 2022

Costi dell'energia, i rincari mettono in ginocchio le piccole imprese

Il problema dell'aumento dei costi dell'energia ha colpito in maniera trasversale tutte le imprese italiane, tanto le grandi quanto le piccole. Tuttavia il peso maggiore di questa situazione lo stanno subendo proprio le aziende di dimensioni ridotte, svantaggiate rispetto alle grandi realtà produttive.

Imprese e rincaro dei costi dell'energia

A evidenziare il quadro attuale sono i numeri di Eurostat relativi al primo semestre del 2021. Dai dati emerge che le piccole aziende pagano l'elettricità il 75,6% in più rispetto alle grandi aziende. La forbice si allarga in maniera clamorosa per quanto riguarda il costo del gas, che arriva addirittura al 133,5% in più rispetto alle grandi aziende.

L'Italia e l'Europa

Va precisato che si tratta di uno scenario che si verifica in tutta Europa. Anche le piccole imprese che operano nel resto del vecchio continente patiscono uno svantaggio enorme rispetto alle grandi aziende. Tuttavia in Italia questo gap e più eclatante che altrove.

Val la pena ricordare che un quadro del genere non è assolutamente incoraggiante, se teniamo conto che l'Italia è caratterizzata da un altissimo numero di piccole imprese. Esse infatti rappresentano il tessuto produttivo fondamentale, visto che il 99% delle aziende presenti in Italia sono medio-piccole, e danno lavoro al 60% degli addetti del settore privato. Senza trascurare che sono l'elemento chiave per caratterizzare il made in Italy, tanto apprezzato in tutto il mondo.

Chiusure e lavoro notturno

Di fronte al rincaro dei costi dell'energia, molte piccole imprese hanno dovuto addirittura introdurre dei turni di notte, perché quello è il momento in cui i costi dell'energia sono ridotti rispetto al giorno. In altri casi invece hanno dovuto completamente tagliare la produzione.

Le ragioni del maggior prezzo

Ma perché le piccole imprese hanno subito di più gli effetti del rincaro dei costi per l'energia?
Per l'elettricità, incide la riforma introdotta all'inizio 2018. Essa prevede un costo agevolato per le grandi industrie, ridistribuendo un maggior carico su tutte le altre categorie escluse dalle agevolazioni. Solo nella seconda metà del 2021 questo gap si è ridotto, ma di poco.

Riguardo invece il costo del gas, la forbice tariffaria deriva dal fatto che le grandi imprese ottengono dai loro fornitori delle offerte personalizzate in base alle loro necessità. Sostanzialmente hanno un peso maggiore quando si va a trattare e quindi riescono a strappare tariffe più vantaggiose. Cosa che le piccole imprese non possono fare.

lunedì 29 novembre 2021

Imprese PMI a caccia di competenze digitali, ma più della metà non riesce a trovarle

Malgrado l'impatto violentissimo della pandemia, le piccole e medie imprese italiane hanno cercato comunque di crescere, mettendo le persone al centro dei loro progetti.
Infatti nonostante le incertezze legate al clima pandemico, il 90% delle PMI continua la sua opera di scouting. Si va a caccia di competenze, e la direttrice fondamentale di questo percorso è la digitalizzazione, sia in ambito produttivo che nelle relazioni con i clienti.

Cosa cercano le imprese

Tuttavia, i progretti e i piani delle piccole e medie imprese si scontrano con una dura realtà. Trovare le competenze qualificate non è affatto semplice.

E così, se in base a una indagine di Market Watch PMI di Banca Ifis, emerge che l'83% del campione (500 aziende) cerca nuovo personale con competenze tech, neppure la metà riesce poi a trovarle.
Secondo questo report esiste quindi un divario tra la domanda e l'offerta di competenze, visto che il 58% delle imprese non trova il personale ricercato.

Un problema da risolvere

Si tratta di un problema di non poco conto, visto che l'orientamento alla digitalizzazione è un trend che va avanti già da qualche anno, e sicuramente si confermerà anche nei prossimi due anni.
La richiesta di conoscenze specifiche infatti continuerà, indirizzandosi non solo verso le figure esperte di tecniche produttive (42%), ma anche verso profili digitali e 4.0 (entrambe al 39%).
Ai candidati sono tuttavia richieste soft skill trasversali come: saper lavorare in team, essere flessibili, risolvere problemi.

Il ruolo del passaparola

Sul problema potrebbe incidere anche il modo in cui le imprese cercano personale. Infatti quasi la metà (48%) punta sul passaparola e sulle relazioni territoriali per trovare le persone giuste. Stupisce invece che sono ancora pochissime - appena il 14% - quelle che attivano collaborazioni con Università e Istituti Tecnici Superiori. Ancora meno (6%) quelle che si rivolgono ai centri per l’impiego.

sabato 20 novembre 2021

Fallimenti, cresce il numeri di casi nel 2021. Il commercio è il settore più colpito

Nel giro di un anno le imprese che hanno dichiarato fallimento sono cresciute di quasi il 50%. E' il dato che emerge dall’Analisi Fallimenti realizzata da Cribis, società del gruppo Crif.

Il dato sui fallimenti

Nei primi nove mesi del 2020, le imprese che avevano dovuto alzare bandiera bianca per via dei debiti erano state 4709. Durante i primi nove mesi del 2021, il numero di fallimenti è invece stato 6761. La crescita è quindi stata del 43,6%. 

Se consideriamo solo il terzo trimestre del 2021, i fallimenti sono stati 1.806, quindi il 12,7% rispetto all’analogo periodo del 2020. Tuttavia, sono meno rispetto al 2019 (-22,4%) e al secondo trimestre 2021 (-24,8%).

Elementi da considerare

Bisogna tuttavia evidenzare due aspetti. Il primo è che il numero di default dello scorso anno è stato paradossalmente più basso del solito, a causa del fatto che l’attività dei Tribunali era ferma per le restrizioni anti-Covid. In secondo luogo, anche se il numero di fallimenti di quest'anno è molto alto, siamo comunque sotto i livelli pre-Covid.
Nonostante i gravi problemi provocati dalla pandemia, le imprese - pur se in difficoltà - hanno saputo reggere il colpo.

Occorre però evidenziare che bisognerà aspettare l'uscita dalla crisi e la fine degli effetti delle politiche di sostegno alle imprese, prima di capire qaunti danni avrà realmente fatto la pandemia.

Settori e distribuzione territoriale

Quello che si può dire è che nei primi nove mesi dell'anno, il numero maggiore di fallimenti ha riguardato il commercio, con 1.955 casi. Poco distante c'è il settore dei servizi a 1.659. Quindi edilizia (1.235) e industria (1.084).
A livello territoriale invece, le regioni più interessate da situazioni di fallimenti sono state Lazio, Lombardia, Toscana, Sicilia e Sardegna. Sul versante opposto, quelle meno colpite dai casi di fallimento sono Trentino-Alto Adige, Molise, Friuli-Venezia Giulia e Calabria.