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giovedì 12 marzo 2026

Profitto netto, dopo quattro anni di attesa TIM può festeggiare

Era dal 2020 che il gruppo di telecomunicazioni TIM presentava bilanci annuali in perdita. Dopo quattro anni di attesa finalmente è giunto un profitto netto, grazie ad una serie di fattori che si spera possano consolidare questa inversione di rotta anche in futuro.

I dati di bilancio e il profitto

Il gruppo ha chiuso l'anno 2025 con un profitto netto di 519 milioni di euro, ribaltando così la perdita di 364 milioni che era stata registrata lo scorso anno. Circa 297 milioni sono attribuibili agli azionisti della capogruppo, mentre 222 milioni spettano alle minoranze della controllata brasiliana TIM Brasil, che ha chiuso l'anno con un utile netto normalizzato di circa 700 milioni di euro.

Proprio il ruolo sempre più rilevante della controllata sudamericana è stato fondamentale per tornare al profitto netto. Hanno però inciso anche alcune componenti straordinarie di bilancio, come il rimborso del canone concessorio del 1998, che ha generato un effetto positivo vicino al miliardo di euro.

Una svolta incoraggiante

Il ritorno al profitto netto da parte di TIM avviene dopo anni complicati, durante i quali è stata realizzata una profonda riorganizzazione dell'intero gruppo. Il fulcro di questo processo è stata la separazione della rete e la vendita della società della rete fissa NetCo, avvenuta nel 2024.

NB. Anche per i titoli del mercato azionario italiano si può utilizzare lo strumento del ventaglio di Gann fan.

Altri numeri

Per quanto riguarda il business operativo, il gruppo TIM ha realizzato ricavi complessivi per 13,7 miliardi di euro. Questo risultato segna una crescita del 2,7%, rispetto all'anno prima. L'EBITDA after lease è cresciuto del 6,5%, mentre il debito netto after lease è sceso di circa 412 milioni rispetto al 2024.
La nota negativa resta la capogruppo TIM spa, il cui bilancio continua ad essere in perdita per 155 milioni (Tuttavia siamo molto distanti dalla maxi perdita di 1,2 miliardi del 2024).

Il ritorno al profitto netto non ha comunque stupito i mercati, che non stanno premiando le azioni TIM. Il titolo infatti cede circa mezzo punto percentuale a Piazza Affari, a quota 0,59 (per dati aggiornati si vedano Consob broker autorizzati e siti trading). Nelle prime ore del mattino tuttavia aveva piazzato un breve scatto oltre quota 0,60. 

giovedì 3 novembre 2016

Tariffe, AgCom bacchetta Tim: «No agli aumenti per la telefonia fissa»

Altolà del garante per le comunicazioni alla Tim. Gli aumenti delle tariffe a carico dei clienti non possono esserci se non sono ragionevoli e contenuti. L'ultimo atto del braccio di ferro tra l'autorità Garante e la Tim si consuma così, con un comunicato fermo e deciso.
In sostanza l'AgCom assimila il servizio di telefonia a quelli più "fisiologici" come l'acqua, per cui gli aumenti devono avere una spiegazione vera e non essere frutto della sola logica di profitto. Ecco perché va offerto a tariffe contenute e ragionevoli. E gli aumenti sono possibili soltanto dentro binari prefissati (come rientro di costi imprevisti o per adeguarsi all'inflazione).

Tim e il Garante in guerra per le tariffe

Sono ormai 2 anni che Tim cerca di massimizzare i profitti della telefonia fissa, proponendo un aumento delle tariffe. L'ultimo è molto più contenuto di quelli proposti l'anno scorso e la scorsa primavera. Ma comunque è stato bocciato dal Garante con una lettera di pochi giorni fa.

Va ricordato che a marzo scorso, la compagnia telefonica si beccò una multa da 2 milioni di euro perché senza adeguato preavviso e in modo non trasparente, ha imposto a migliaia di clienti una tariffa nuova e più pesante.

Ecco i fatti di questo braccio di ferro. A marzo Tim trasferì gli utenti da una tariffa a consumo ad una tariffa a pacchetto, che imponeva cioè 29 euro fissi al mese anche se non facevano telefonate. Di qui la multa. Poi la società ci ha riprovato: i contratti restano a consumo ma viene applicato un aumento, con raddoppio di prezzo (da 10 a 20 euro centesimi al minuto e resuscita il vecchio scatto alla risposta, che viene posto a 20 centesimi). Anche qui arriva lo stop, visto che facendo due conti il Garante evidenzia che ad un anziano le telefonate potevano venire a costare il 300% in più di prima.
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A quel punto Tim ritira gli aumenti e prova a negoziare con il Garante, che però respinge uno dopo l'altro i tentativi di aumenti tariffari meno dolorosi per gli utenti. E qui l'AgCom fa un ulteriore passo: la compagnia telefonica potrà chiedere di più soltanto se dimostrerà che quei prezzi maggiorati servono a coprire costi per infrastrutture d'avanguardia per assicurare il servizio; che le condizioni socio economiche del Paese sono cambiate e che l'inflazione sta erodendo i margini dell'azienda.