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martedì 12 agosto 2025

Tariffe commerciali, Trump allunga di tre mesi la tregua con la Cina

La data del 12 agosto era guardata con grande timore da parte dei mercati, dal momento che sarebbero dovuti entrare in vigore le tariffe commerciali contro la Cina. Un colpo di coda finale, Donald Trump ha però firmato un ordine esecutivo che allunga la tregua commerciale con Pechino per altri tre mesi, fino al 9 novembre.

Nuova speranza per disinnescare le tariffe commerciali

commercioWashington e Pechino avranno altri 90 giorni di tempo per negoziare un accordo definitivo sulle tariffe commerciali, che altrimenti sarebbero state subito al 145% (l'export cinese verso gli USA) e al 125% (l'export americano Verso la Cina). Al momento invece i dazi rimangono decisi giunto a maggio, tariffe al 30% sui beni cinesi e al 10% su quelli Made in USA.
La nuova scadenza per raggiungere un'intesa è fissata proprio prima dell'impennata delle importazioni in vista del periodo natalizio.

Il mercato sorride ma resta dubbioso

È chiaro che aver scongiurato il pericolo maggiore ha rincuorato i mercati, che in ogni caso restano nell'incertezza riguardo a ciò che accadrà in futuro con le tariffe commerciali (non solo riguardo ai rapporti USA- Cina). Intanto uno degli effetti della guerra comemrciale è che i miliardari americani cercano rifugio in Svizzera.

Per adesso la proroga della tregua allenta i timori di una possibile nuova escalation, ma i nodi da sciogliere rimangono ancora tanti (si pensi alla tutela della proprietà intellettuale, agli aiuti di Stato e alle limitazioni alla vendita di tecnologie sensibili) e nessuno può immaginare che cosa accadrà in futuro.
Lo stesso Trump è rimasto sul vago nel parlare alla stampa, limitandosi a dire "Vedremo cosa succederà".

USA, Cina e Russia

La questione dai dazi sul commercio internazionale si intreccia anche con la questione della guerra in Ucraina, e quindi con la Russia. Infatti Pechino è un acquirente importante del petrolio russo e Trump vorrebbe interrompere o quantomeno ridurre notevolmente questo legame. In una partita analoga, quella con l'India, Trump ha imposto dazi secondari al 25% per gli acquisti di Nuova Delhi sul mercato petrolifero russo. Con la Cina potrebbe fare altrettanto.

martedì 26 settembre 2023

Costi dell'energia troppo alti, oltre 2 milioni di famiglie deve stringere i consumi

Anche se negli ultimi mesi le bollette di luce e gas sono andate in discesa, il livello dei costi dell'energia rimane ancora decisamente superiore rispetto al periodo pre-Covid. Se il prezzo medio del gas naturale nel 2019 era pari a 16 euro/MWh, ad agosto ha toccato i 34 euro/MWh (+112%). L'energia elettrica, invece, nel 2019 costava mediamente circa 52 euro/MWh, ad agosto ha raggiunto i 112 euro/MWh (+115%).

La conseguenza della lunga esposizione a tariffe elevate è che oltre due milioni di famiglie italiane si ritrovano in "povertà energetica".

Le conseguenze dei costi dell'energia

Elaborando i dati del rapporto Oipe 2023, l'ufficio studi della Cgia ha evidenziato che circa 5 milioni di persone, che corrispondono a 2,2 milioni di famiglie, vivono in abitazioni che sono poco riscaldate d'inverno e poco raffrescate d'estate, che hanno una illuminazione non adeguata e che si caratterizzano per un utilizzo molto parsimonioso dei principali elettrodomestici. Questo quadro definisce la cosiddetta "povertà energetica".

I numeri

La media nazionale delle famiglie in povertà energetica è pari al 8,5%, un dato superiore di mezzo punto percentuale rispetto all'epoca pre-Covid.
La situazione peggiore è quella della Calabria, dove il dato praticamente raddoppia, così come in Puglia e Molise: queste tre regioni si trovano almeno al 16%. Male anche la Basilicata (15%) e la Sicilia (14,6%). Sul versante opposto invece troviamo la Lombardia (5,3% delle famiglie totali), la Liguria (4,8%) e, in particolar modo, le Marche (4,6%).

Gli elevati costi dell'energia hanno messo in crisi soprattutto le famiglie con un elevato numero di componenti e quelle che già vivevano una condizione di disagio economico o in abitazioni poco manutenute.

La realtà è peggio dei numeri

Se questi dati sono allarmanti, lo è ancora di più il fatto che i numeri si riferiscono al 2022, ossia prima che nel nostro paese scoppiasse lo shock energetico (i picchi sono stati raggiunti nell'agosto del 2022, ). Ne consegue che i numeri reali sicuramente sono anche peggiori di questi.

lunedì 26 settembre 2022

Tariffe energia, si viaggia verso nuovi rincari dal primo ottobre

Per milioni di famiglie, i prossimi mesi diventeranno una durissima sfida contro il caro vita. A cominciare dal rincaro delle tariffe per l'energia, visto che i prezzi delle bollette di luce e gas sono destinati ancora a salire.

L'adeguamento delle tariffe

Ormai è imminente la revisione dei conti da parte di ARERA. A fine mese l'autorità per l'energia annuncerà l'adeguamento per le bollette, e si prevedono nuovi rincari per luce e gas. Partirà inoltre il nuovo metodo per calcolare le tariffe del gas che diventerà da trimestrale a mensile e cambierà il mercato di riferimento. Ipotesi osteggiata da molte sigle dei consumatori a partire da Assoutenti e Codacons.

Il peso dei rincari

Gli ulteriori aumenti delle tariffe energetiche si aggiungeranno a quelli già presenti in bolletta da diversi mesi. Rincari che hanno messo in ginocchio moltissime piccole e medie imprese, schiacciate da costi divenuti insostenibili.
Non va meglio alle famiglie. Secondo Assoutenti ognuna pagherà ben 1.231 euro in più rispetto al 2020. Questo solo per le bollette di luce e gas, e senza includere l'ormai prossimo aumento di ARERA.

La spesa per l'energia è cresciuta complessivamente del +92,7% nel biennio 2021-2022. L'aumento dei prezzi sta costringendo più di 6 italiani su 10 a ridurre i consumi di energia elettrica. Ma non solo. Il 57% ha dovuto ridurre quelli relativi allo shopping, il 56% i consumi di gas e il 54% le spese per attività culturali e di svago. Una tendenza destinata a proseguire.
Le misure contro il caro energia che finora sono state adottate si sono rivelate purtroppo insufficienti a fronteggiare una situazione che appare in peggioramento.

Le proteste in vista

Di fronte all'imminente nuovo rincaro delle tariffe, le associazioni dei consumatori preparano iniziative di protesta in tutta Italia, coinvolgendo anche i sindacati e il mondo dell'agricoltura, dell'industria, dell'artigianato e del commercio.
A metà ottobre ci sarà una grande assemblea pubblica delle organizzazioni degli utenti, aperta a tutte le forze sociali, per valutare le modalità delle iniziative da attuare sul territorio e un pacchetto di misure da presentare al nuovo Governo.

lunedì 25 luglio 2022

Imprese, la stangata luce-gas potrebbe arrivare a 106 miliardi

Dopo aver affrontato i disastri provocati dal Covid, in questi mesi il mondo delle imprese sta affrontando un'altra sfida pesante. Quella contro i rincari di luce-gas.
Secondo uno studio della CGIA Mestre, la stangata complessiva per il mondo imprenditoriale italiano potrebbe arrivare a 106 miliardi di euro. Tanto sarebbe il costo aggiuntivo a causa dell'aumento delle tariffe di energia elettrica e gas.

Che botta per le nostre imprese

Per giungere a questa stima, l'Ufficio studi Cgia ha applicato i prezzi attuali (relativi all'ultimo semestre) ai consumi che sono stati registrati nell'anno 2019, ossia quello pre-pandemia. 

Il risultato è allarmante, tanto che la stessa associazione parla di concreto rischio di "provocare una vera debacle al nostro sistema produttivo".

La mappa dei rincari

A livello territoriale le realtà che più delle altre subiscono i rincari maggiori sono, ovviamente, quelle dove la concentrazione delle attività imprenditoriali è più elevata, ossia il Nord.
A cominciare dalla Lombardia, dove l'extra-costo dovuto ai rincari supera i 24 miliardi. Il doppio dell'Emilia Romagna, seconda in classifica. Oltre il 63% della spesa aggiuntiva a causa dei rincari andrà a colpire le aziende del Nord.

Per quanto riguarda i settori, le conseguenze peggiori sono state subite per le imprese del vetro e ceramica (il MISE di recente ha stanziato un fondo di sostegno), del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l'alimentazione, la chimica etc.

Potrebbe andare anche peggio...

Ma c'è anche di peggio, perché secondo la CGIA questa stima potrebbe addirittura essere in difetto.
Infatti non tiene conto della possibilità che nel prossimo autunno le fornitura di gas verso l'Europa possano ridursi ulteriormente, provocando un vero e proprio tsunami sui prezzi di questa materia prima. Si ipotizza un costo medio ben superiore a quello registrato nei primi sei mesi del 2022.

LA CGIA sottolinea peraltro che la stangata sulle imprese avrebbe potuto essere (finora) ben più pesante, se il governo Draghi non fosse riuscito a smorzare parzialmente questa impennata.
I fondi spesi a tal fine (includendo anche il decreto Aiuti) sono stati 22,2 miliardi di euro (di cui 16,6 nel 2022). Di questi, 7,5 hanno fatto da sostegno diretto alle imprese (che hanno beneficiato anche dei fondi stanziati anche per le famiglie).

venerdì 24 luglio 2020

Tariffe energia e servizi pubblici, per gli italiani il conto è sempre salato

Godere dei servizi pubblici in Italia costa ancora caro. Paghiamo infatti le tariffe tra le più salate in Europa. A metterlo in evidenza è la relazione annuale presentata da Arera, ovvero l'autorità del settore energetico. Nonostante la concorrenza sia cresciuta, i benefici sui prezzi ancora non sono evidenti.
E' bene fare una premessa. Il report riguarda lo scorso anno, quindi prima dello scoppio della pandemia. Dati non troppo aggiornati, ma - questo è buono - non influenzati dalla crisi recente.
E allora vediamo qual è lo stato dei servizi pubblici essenziali nel nostro Paese.

I dati e le tariffe per servizi pubblici

Per quanto riguarda il mercato elettrico, nel 2019 le tariffe hanno avuto un rincaro così come in tutta Europa. Tuttavia, quello avvenuto in Italia è stato l'aumento più consistente. Colpa sia dell'aumento dei prezzi dell’energia, sia dei maggiori costi di trasporto. Ricordiamo che in Italia l’incidenza di tasse e le imposte è uguale per tutti, a prescindere da quanto si consuma. In Europa invece i consumatori più energivori arrivano a pagare il 20% in più di tasse. I più tartassati restano però i consumatori tedeschi con le tariffe più alte della Ue in tutte le fasce di consumo.
Nel settore elettrico hanno deciso di passare al mercato libero il 49,4% degli utenti. Erano il 46,4% nel 2018. In Italia la fine del mercato tutelato è prevista per il primo gennaio 2022 e anche Antitrust ha auspicato che non ci siano ulteriori rinvii.

Riguardo al gas non stiamo messi bene. Le nostre tariffe viaggiano ai primi posti della classifica UE. Tuttavia la forbice rispetto agli altri cittadini europei si è leggermente ristretta, dopo due anni in cui era tornata ad allargarsi. In questo settore paghiamo cara la nostra forte dipendenza dall’estero, che ci fornisce gas per il 95,4% del fabbisogno (metà di esso arriva dalla Russia).
Anche in questo ambito il passaggio al mercato libero segna passi in avanti, visto che il 10% dei clienti ha fatto questo passaggio e adesso il 56% delle utenze domestiche appartengono a questo ambito.

Acqua e rifiuti

Per quanto concerne l'acqua, il 2019 ha visto una certa stabilità delle tariffe (+1,1% appena). La cosa dovrebbe rallegrarci, dal momento che è stato dato il via a un importante panoarma di investimenti per migliorare la qualità del servizio idrico integrato (perdite degli acquedotti pari al 43,7%), e tali investimenti sono in larga parte scaricati sugli utenti attraverso le bollette.

Infine i rifiuti. Qui il discorso è complesso, perché tra i singoli territori possono esserci costi e tariffe molto differenti. Secondo i calcoli di Arera, una tonnellata in discarica costa dai 9 ai 187 euro; per gli impianti Tmb dai 27 ai 169 euro a tonnellata.

venerdì 18 ottobre 2019

Economia cinese mai così male dal 1992. Pesa la lunga guerra dei dazi con gli USA

Erano quasi trent'anni che l'economia cinese non marciava così lentamente. I dati pubblicati oggi dall'Ufficio Centrale di Statistica di Pechino evidenziano una crescita del PIL nel terzo trimestre 2019 al 6%. Un valore che da noi sarebbe entusiasmante, ma per i cinesi è una delusione cocente. Basti pensare che l'anno scorso era cresciuto del 6,6%, e che nonostante una evidenza frenata globale, la fascia indicata come target ufficiale annuale dal governo cinese è tra il 6% e il 6,5%.

I dati sull'economia cinese

Il dato odierno, oltre ad essere una una performance inferiore alle attese (il consensus del Wall Street Journal era al 6,1%), è soprattutto il dato peggiore dal primo trimestre del 1992. Va detto però che secondo l'Ufficio di Statistica cinese l'economia è comunque riuscita a mantenersi su binari di sostanziale stabilità, pur rimanendo "sotto crescenti pressioni, alla luce delle complicate e severe condizioni economiche sia interne sia internazionali, del rallentamento dell'economia globale e delle crescenti instabilità e incertezze esterne”. Un timido segnale di ripresa arriva dal dato relativo alla produzione industriale, cresciuta del 5,8% annuo in settembre, in accelerazione rispetto al 4,4% precedente (minimo dal 2002).

Senza dubbio si stanno sentendo gli effetti del lungo braccio di ferro commerciale con gli stai Uniti, e il raffreddamento sia delle attività manifatturiere sia degli investimenti. Per questo motivo i mercati e guardano con trepidazione all'incontro del prossimo mese tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping, nella speranza che un accordo possa definitivamente porre fine alla lunga disputa tariffaria tra le due maggiori potenze economiche mondiali.

Annotazione: quando si vuole fare trading online, la prima cosa da fare è informarsi bene su come scegliere il broker migliore per le proprie necessità.

Gli effetti sullo yuan cinese

Nonostante il deludente dato sulla crescita, lo yuan ha tenuto botta contro il dollaro USD, ed anche i migliori segnali di trading gratuiti Forex al momento non evidenziano grandi novità. Va precisato che le preoccupazioni per i dati economici USA deboli hanno tenuto basso il biglietto verde. Nel mercato onshore, lo yuan scambiato a 7,0740 per dollaro poco è cambiato nel corso della giornata. Nel mercato offshore, lo yuan è stato quotato a 7,0730 rispetto al biglietto verde.

martedì 6 agosto 2019

Export italiano in allarme: i nuovi dazi di Trump possono costarci circa 5 miliardi

Le ultime minacce di Trump hanno riacceso le tensioni sul fronte commerciale, coinvolgendo direttamente anche l'export italiano. Se la guerra dei dazi con la Cina avrà un impatto forte ma indiretto sulla nostra economia, molto più diretto sarà invece l'impatto delle tariffe sui prodotti che dall’Unione europea vanno negli USA.

La minaccia al nostro export

Trump ha aperto questo nuovo terreno di scontro come ritorsione per gli aiuti all’europea Airbus a svantaggio dell’americana Boeing. Pasta, formaggi, caffè sono alcuni dei prodotti finiti nella lista di merci europee che rischiano dazi all'export. Si tratta principalmente di prodotti alimentari, e questo ci coinvolge in particolar modo. Gli Stati Uniti sono infatti un mercato molto importante per l’economia italiana. Verso gli USA infatti il nostro export ammonta a 42,4 miliardi di euro di beni. In base alla black list di Trump, più di un decimo verrebbe colpito dalle tariffe.

Anche se occorrerà un lungo iter prima di arrivare ad una eventuale applicazione finale, l'Italia ha già fatto sentire la propria voce, informando gli Usa che ritiene la ripartizione dei dazi in discussione estremamente squilibrata. Il nostro export infatti sarebbe il più danneggiato dopo la Francia e prima di Germania, Spagna e Regno Unito.

Per i vini il conto è salatissimo

Sui prodotti della lista diramata dal Dipartimento del commercio statunitense, potrebbero essere applicati dazi fino al 100% del valore attuale. E' chiaro che tasse di accesso così elevate, finirebbero in buona parte per rendere insostenibile l'export italiano negli USA.

Il conto più salato ricadrebbe sul nostro settore agroalimentare. Complessivamente, il settore del vino (il cui export nel 2018 ha raggiunto il top in 5 anni) e liquori sarebbe colpito per 2,3 miliardi di dollari, gli alimentari e bevande (vino e liquori esclusi) per quasi 1,3 miliardi, la moda per poco più di 1 miliardo, i materiali da costruzione per 180 milioni, i metalli per 110 milioni, le moto per 74 milioni, la cosmetica per 42.

mercoledì 22 maggio 2019

Mercati sempre tesi per la guerra commerciale. Dollaro ai massimi di 4 settimane

La guerra commerciale sta facendo sentire i suoi effetti sull'economia dei paesi asiatici, e questo ha consentito al dollaro americano di portarsi verso i massimi di un mesetto sui mercati delle valute.

Guerra commerciale e mercati

Gli ultimi dati macro hanno evidenziato le frenate di Thailandia, Singapore, e anche un calo dell’export in Corea. Questa mattina anche la bilancia commerciale giapponese ha deluso i mercati, registrando un surplus di soli 60,4 miliardi di yen, contro un valore stimato di 232,7 miliardi. Tutte conseguenze più o meno dirette della guerra commerciale. L'ultimo atto è di pochi giorni fa, quando Trump ha colpito Huawei impedendogli di acquistare parti e componenti da società statunitensi. Trattandosi del principale fornitore mondiale di tecnologia 5g (fattura più di 100 miliardi di euro), è chiaro che questa battaglia a coinvolto l'intero globo, e fatto danni anche agli americani. Anche per questo Trump ha subito fatto un mezzo dietrofront, spostando il provvedimento di 90 giorni, al prossimo 19 agosto.

La mossa del governo statunitense ha dato una mano all’azionario asiatico ed ha aiutato lo yuan offshore a riprendersi dai minimi da novembre. Ma l'effetto pare essere solo temporaneo. Le preoccupazioni commerciali derivanti dalla disputa USA-Cina continuano a dettare l'azione sui prezzi e il sentimento nei mercati globali. Malgrado l'amministrazione di Trump abbia fatto un passo indietro su Huawei, i timori che la situazione possa aggravarsi persistono. Adesso il faro è puntato sui possibili di blocchi di Pechino sulle esportazioni dei materiali fondamentali (di cui detiene praticamente il monopolio) per il mercato tecnologico.

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Le ripercussioni su dollaro e Index

In questo clima, l'indice sul biglietto verde guadagna fino a 98,077. La coppia EUR-USD resta ancorata verso 1,115  con una formazione di doppio minimo analisi tecnica. Il dollaro beneficia anche del rialzo dei rendimenti dei Treasuries, con il tasso del decennale a 2,426% ai massimi da una settimana sulla scia di alcuni commenti positivi di policymaker sull’economia Usa. Oggi il FOMC, ovvero il braccio operativo della Federal Reserve, pubblicherà i verbali dell'ultima riunione.

giovedì 26 luglio 2018

Commercio e dazi, raggiunta la tregua tra UE e USA

La tanto sperata tregua tra UE e Trump sulla questione dazi è finalmente arrivata. Tra le due sponde dell'Atlantico è stato ricucito in parte lo strappo sul commercio, raggiungendo un accordo per regolare i reciproci rapporti. Il presidente UE ha ottenuto una apertura (specie sui temutissimi dazi sulle auto), Trump dal canto “incassa” dall’Unione europea una serie di garanzie. Bruxelles infatti si impegna a ridurre i dazi industriali (in particolare sull’auto) e ad aumentare l’import su alcuni prodotti agricoli e lavorare sull’export di gas naturale.

La soddisfazione dopo l'accordo sul commercio

Che sia il preludio a una vera pace circa il commercio però è tutto da vedere. Di sicuro è stato fatto un primo passo per disinnescare un po' di tensioni commerciali con gli Usa. «Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa, una fase di stretta amicizia, di forti relazioni commerciali nella quale vinceremo entrambi, una fase di più intensa collaborazione per la sicurezza globale, la prosperità e la lotta congiunta al terrorismo», ha detto Trump dopo l'incontro. Dal canto suo anche Juncker è uscito dal summit molto soddisfatto, visti anche i fallimenti precedenti di Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

Il futuro fa sicuramente meno paura, ma restano aperti molti fronti caldi. Anzitutto bisogna vedere se Trump sarà disposto a sospendere misure già imposte sui metalli e se sia interessato davvero a una tregua, tenuto conto che a novembre ci saranno le elezioni congressuali di metà mandato, e potrebbe giovargli il suo volto da uomo duro che non si piega ai compromessi. Ricordiamoci che tra gli elettori repubblicani il 73% approva tuttora la politica commerciale aggressiva della Casa Bianca. Dall'altra parte però si sono mondo aziendale e il Congresso USA, che sono più propensi ad ammorbidire i toni dello scontro con la UE.

Dove ci porterà questa nuova fase delle relazioni tra USA e UE non si sa, ma è sicuramente positivo che per il momento Washington e Bruxelles abbiano ripreso a dialogare.

giovedì 17 maggio 2018

Tariffe commerciali, il Giappone sta per annunciare le contromisure

Dopo Cina e Unione Europea, anche il Giappone si appresta a varare delle contromisure alle tariffe commerciali decise da Trump. Il governo di Tokyo sta infatti per completare tutte le procedure necessarie per comunicare all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) quali sono le azioni che intende intraprendere contro Washington. Secondo le regole internazionali del commercio, infatti i paesi sono tenuti a comunicare al WTO le loro iniziative. Tokyo dovrebbe farlo entro questo fine settimana.

La tensione sulle tariffe commerciali

La grana è scoppiata lo scorso marzo, quando Trump decise di imporre dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti. Il Giappone ha chiesto al presidente americano di essere esentato dalle maggiorazioni sui due metalli, ma Trump ha fatto orecchie da mercante alle richieste di Tokyo. La riposta dovrebbe essere forte. Il Giappone infatti potrebbe adottare delle tariffe commerciali sulle esportazioni statunitensi per un valore di 409 milioni di dollari. Ovvero lo stesso importo dei dazi applicati dagli Stati Uniti. Non si sa ancora quali potrebbero essere i prodotti soggetti alle imposizioni.

Finora il Giappone è stato molto più accomodante con gli USA rispetto a Cina e Unione europea. Queste ultime infatti hanno risposto subito ai dazi americani con ritorsioni reciproche. Il governo di Tokyo, ha preferito privilegiare il dialogo nel tentativo di evitare una guerra combattuta con le contromisure.

Tutto questo mentre a Washington si disputa il secondo round dei colloqui tra Usa e Cina.  Dopo la prima tornata, fallita, di negoziati a Pechino per cercare di sbloccare la situazione, il consigliere economico cinese, Liu He, è in visita a Washington per discutere la questione. Sarà un incontro difficile, visto che le prospettive di una soluzione diplomatica sembrano molto lontane.

sabato 17 febbraio 2018

Tariffe a 28 giorni, violazioni a raffica: l'Agcom valuta nuove sanzioni

Scatta una nuova difida a carico delle compagnie telefoniche. L'Authority è infatti dovuta intervenire nuovamente, perché malgrado il divieto scattato a inizio anno, esse proseguono imperterrite ad applicare le tariffe a 28 giorni anziché a un mese. Il comportamento riguarda molti dei maggiori operatori: Tim, Wind Tre, Vodafone, Fastweb e Sky. Tutti quanti continuano a proporre ai consumatori offerte di servizi di telefonia con cadenza di fatturazione a 28 giorni. In questo modo vanno a infrangere l'obbligo che è stato introdotto con il decreto fiscale un mesetto fa. Pochi giorni fa la GdF ha effettuato delle ispezioni nelle varie sedi degli operatori.

Le contestazioni riguardo le tariffe a 28 giorni

Ma oltre alla violazione del divieto di tariffe a 28 giorni c'è altro. Le compagnie non stanno rispettando neppure le normative riguardanti la chiarezza, trasparenza e completezza delle informative agli utenti circa prezzi di rinnovo delle offerte a fronte di modifiche contrattuali. E ancora: anche non viene rispettata la direttiva riguardo il diritto di recesso contrattuale, che dev’essere garantito senza penali ne' costi di disattivazione, anche in caso di recesso da contratti con offerte promozionali. Per tutte queste ragioni, l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni è dovuta intervenire nuovamente contro le compagnie, diffidandole dal perseverare in questi comportamenti.

C'è poi anche un nuovo fronte che si sta aprendo. L'Antitrust infatti sta indagando su un presunto accordo che è stato fatto tra gestori. Essi infatti avrebbero concordato di aumentare il canone mensile tutti assieme e con identiche modalità, in modo tale da ottenere lo stesso ritorno economico che avrebbero avuto con la fatturazione a 28 giorni. In sostanza si sarebbero messe d'accordo per distribuire l’importo complessivo su 12 invece che 13 mesi, a danno ovviamente dell'utente. Per questo motivo Tim, Wind Tre, Vodafone, Fastweb e Sky dovranno chiarire ai loro utenti che eventuali aumenti dei costi sono conseguenza esclusiva di scelte aziendali, non del ritorno alle tariffe a 28 giorni.

sabato 26 agosto 2017

Tariffe a 28 giorni: AGCOM le vieta, telefonia e pay-tv se ne fregano

Da un lato c'è un divieto esplicito, dall'altro un assoluto "chissenefrega". Ecco la situazione delle tariffe a 28 giorni (o meglio a 4 settimane) che hanno sostituito quelle classiche mensili che c'erano un tempo. Lo schema che prevede il pagamento ogni 4 settimane si traduce in pratica in un mese in più da pagare ogni anno, 13 volte anziché 12. E dopo che questo rincaro lo hanno praticato o gestori telefonici, adesso sbarca anche in pay-tv. Dal 1 ottobre settembre infatti Sky cambia e passa a una tariffazione ogni 28 giorni.

Il costo aggiunto delle tariffe a 28 giorni 


Il nocciolo del discorso però è un altro: lo scorso marzo AGCOM ha vietato esplicitamente questo sistema, ma finora i gestori telefonici se ne sono fregati, continuando ad applicare questi rincari generalizzati. Il motivo del divieto di AGCOM - Autorità competente in materia - è che questo cambio contrattuale equivale a un rincaro di circa l’8,6% dei prezzi annuali. Inoltre si rischia una minore trasparenza delle tariffe.

Tuttavia, come detto, gli operatori finora hanno agito come se il divieto non esistesse. E il fenomeno attecchisce in altri settori, come quello della tv a pagamento. Il colosso della pay-tv infatti ha scritto a tutti i suoi 4,760 milioni di abbonati, ricordando loro che hanno solo fino al 30 settembre per rifiutare la modifica contrattuale chiedendo una disdetta gratuita del contratto. E gli uffici dell’Autorità hanno aperto una istruttoria anche su Sky, dopo che lo fecero sugli operatori telefonici.

Ma cosa accadrà? Le tappe cruciali sono in arrivo. A settembre infatti Agcom deciderà su eventuali sanzioni a carico degli operatori telefonici inadempienti (e anche sul caso Sky). Teoricamente la disubbidienza degli operatori potrebbe far scattare sanzioni fino a 2,5 milioni di euro. Poi a febbraio 2018 ci sarà l'udienza presso il Tar del Lazio (a cui gli operatori si sono rivolti per provare a bloccare la delibera di Agcom di marzo) per decidere chi ha ragione su questa faccenda. Ma nel frattempo ci tocca pagare, o nel caso di SKY fare disdetta gratuita...

giovedì 23 marzo 2017

Uber-Taxi, continua la guerra. Licenze deprezzate del 50% in tre anni

Economicamente parlando, l'effetto Uber si fa sentire in modo evidente sul mondo dei taxi. La licenza pagata anche a carissimo prezzo rappresentava una sorta di garanzia per il futuro e anche una specie di liquidazione anticipata: dà un reddito più o meno stabile adesso, e un domani potrà essere monetizzata attraverso la cessione. Il guaio è che da quando è sbarcato Uber nel mondo dei trasporti, il valore di questa garanzia è crollato di circa il 50%. Non in Italia, dove l'efetto bisognerebbe ancora misurarlo, bensì negli USA.

Secondo uno studio della New York City Taxi and Limousine Commission, negli ultimi tre anni il valore delle licenze newyorkesi è crollato di oltre il 50%. Si è passati dal valore di 1 milione di dollari nel 2014, a meno di 500 mila che si registrava ad inizio 2017. Per quanto riguarda l'Italia un'indagine simile ancora non c'è, tuttavia qualche esperto analista di mercato sostiene che a Milano le licenze costano in media 150 mila euro, ma nel giro di pochi anni si deprezzeranno notevolmente.

Il guaio è che molti si sono indebitati per comprarle, hanno acceso mutui come fossero case. Immaginate se la vostra casa da un giorno all'altro perdesse il 50% del suo valore, o ci fosse una specie di esproprio della metà. Questo è lo spirito con cui i tassisti guardano a Uber. Giusto o sbagliato che si, non siamo noi a dirlo, ma è chiaro che bisogna mettersi nei panni di tutti per capire la frustrazione del momento.

La guerra Uber-taxi

Alt. Per coerenza guardiamo anche dall'altra parte della barricata. In Italia è indubbio che i taxi costano troppo. A Milano una corsa di 5 km si paga 17 euro, contro gli 11 dollari di New York e i 10 di Londra. Questo senza considerare sovrapprezzo notturno (2-3,5 euro), festivo (1,5-2,5 euro), bagaglio (0,3-1 euro) e la chiamata al radiotaxi (0,6-3,5 euro).

La beffa che Roma, che ha tariffe solo leggermente più basse, come qualità del servizio è penultima tra le capitali europee (poca conoscenza della lingua inglese da parte dei conducenti, l’impossibilità di pagare il servizio con le carte di credito per una malcelata volontà dei tassisti di sfuggire al fisco). Con Uber invece si ha trasparenza, efficienza e risparmio. Allora sarà anche giusta la protesta dei tassisti, ma bisognerebbe anche fare un po' di autocritica e lavorare sul servizio offerto.

giovedì 24 novembre 2016

Tariffe assicurazioni RCA: cresce il premio medio, +7,2% rispetto al semestre precedente


Assicurare la propria auto diventa di nuovo più costoso. E' quello che emerge dai dati medi resi noti dal portale Segugio.it. Anche se il prezzo migliore (cioè quello più basso) rimane sostanzialmente stabile, i prezzi medi nella prima metà del 2016 invece sono saliti del 7,2% rispetto al secondo semestre del 2015. 

Segugio illustra i dati sulle tariffe 

Il portale, che si occupa delle comparazioni multimarca e dell'intermediazione di prodotti anche assicurativi, ha quindi evidenziato un percorso al rialzo delle tariffa media Rc Auto. Quello che si può risparmiare tramite la comparazione, può arrivare fino al 46,6% della tariffa media.

Altri dati interessanti sono stati evidenziati dal portale. Ad esempio il 5,6% delle polizze è richiesto per l'acquisto di auto nuove mentre il 17,0% è richiesto per l'acquisto di auto usate. La massa maggiore, il 77,4%, è stata invece richiesta per auto già possedute.
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Aumenta il numero di coloro che fanno parte della prima classe di merito "Bonus Malus", addirittura il 58,4% degli utenti. Si tratta di un valore record, che Segugio.it fino ad ora non aveva mia registrato. Va sottolineato anche che rispetto al secondo semestre 2015 c'è stato un incremento della percentuale di utenti che inserisce nella propria polizza la garanzia Incendio e Furto e altre garanzie accessorie (ora è al 21,5% rispetto al precedente 17,8%).


Circa il settore delle moto, le polizze per l'acquisto di veicoli nuovi sono il 10%, e anche in questo caso c'è un record relativo alla percentuale di utenti nelle prime quattro classi di merito: 31,8%.

giovedì 3 novembre 2016

Tariffe, AgCom bacchetta Tim: «No agli aumenti per la telefonia fissa»

Altolà del garante per le comunicazioni alla Tim. Gli aumenti delle tariffe a carico dei clienti non possono esserci se non sono ragionevoli e contenuti. L'ultimo atto del braccio di ferro tra l'autorità Garante e la Tim si consuma così, con un comunicato fermo e deciso.
In sostanza l'AgCom assimila il servizio di telefonia a quelli più "fisiologici" come l'acqua, per cui gli aumenti devono avere una spiegazione vera e non essere frutto della sola logica di profitto. Ecco perché va offerto a tariffe contenute e ragionevoli. E gli aumenti sono possibili soltanto dentro binari prefissati (come rientro di costi imprevisti o per adeguarsi all'inflazione).

Tim e il Garante in guerra per le tariffe

Sono ormai 2 anni che Tim cerca di massimizzare i profitti della telefonia fissa, proponendo un aumento delle tariffe. L'ultimo è molto più contenuto di quelli proposti l'anno scorso e la scorsa primavera. Ma comunque è stato bocciato dal Garante con una lettera di pochi giorni fa.

Va ricordato che a marzo scorso, la compagnia telefonica si beccò una multa da 2 milioni di euro perché senza adeguato preavviso e in modo non trasparente, ha imposto a migliaia di clienti una tariffa nuova e più pesante.

Ecco i fatti di questo braccio di ferro. A marzo Tim trasferì gli utenti da una tariffa a consumo ad una tariffa a pacchetto, che imponeva cioè 29 euro fissi al mese anche se non facevano telefonate. Di qui la multa. Poi la società ci ha riprovato: i contratti restano a consumo ma viene applicato un aumento, con raddoppio di prezzo (da 10 a 20 euro centesimi al minuto e resuscita il vecchio scatto alla risposta, che viene posto a 20 centesimi). Anche qui arriva lo stop, visto che facendo due conti il Garante evidenzia che ad un anziano le telefonate potevano venire a costare il 300% in più di prima.
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A quel punto Tim ritira gli aumenti e prova a negoziare con il Garante, che però respinge uno dopo l'altro i tentativi di aumenti tariffari meno dolorosi per gli utenti. E qui l'AgCom fa un ulteriore passo: la compagnia telefonica potrà chiedere di più soltanto se dimostrerà che quei prezzi maggiorati servono a coprire costi per infrastrutture d'avanguardia per assicurare il servizio; che le condizioni socio economiche del Paese sono cambiate e che l'inflazione sta erodendo i margini dell'azienda.