sabato 15 giugno 2019

Liquidazione o salvataggio? L'incubo per Alitalia non è ancora finito

La vicenda Alitalia si sta trascinando avanti da tantissimo tempo, ma la luce in fondo al tunnel ancora non si vede. Non è ancora scongiurato il pericolo di liquidazione, anche se si sta provando l'impossibile per giungere al salvataggio della compagnia.

Alitalia, proroga per evitare la liquidazione

L'ultimo atto di questa storia è la proroga per l’offerta di Fs. E non è mica la prima volta che succede, è la quarta. Stavolta il termine ultimo è stato portato fino al 15 luglio. Questo prendere tempo da un lato tiene vive le speranze, ma dall'altro non rassicura affatto i lavoratori. I sindacati sono molto preoccupati perché l'incubo liquidazione non è scongiurato, e hanno ottenuto un nuovo incontro - il prossimo 3 luglio - al ministero dello Sviluppo con il ministero del Lavoro e quello delle Infrastrutture, la regione Lazio e i tre commissari Alitalia.

La situazione resta delicatissima. Anche se negli ultimi tempi Alitalia ha visto aumentare il traffico e le perdite si sono ridotte, ogni giorno se ne vanno in fumo circa 700mila euro. Alla fine di maggio i soldi in casa si erano assottigliati a 476 milioni, e continuano a scendere. Il Governo ha lanciato un'altra scialuppa di salvataggio sotto forma di blocco degli interessi (145 milioni) sul prestito ponte da 900 milioni concesso dallo Stato.

L'offerta di Lotito rimane l'unica

La convinzione che ci sarebbero state molte offerte per la nostra compagnia di bandiera, è svanita di fronte alla dura realtà. Finora malgrado numerosi tentativi di coinvolgere questi e quelli, l'unica offerta formalizzata è stata quella di Claudio Lotito, patron della Lazio. Ma ci sono forti dubbi (da parte di FS, Delta e la Lega) sulla sua solidità finanziaria. Gli altri nomi che sono stati accostati ad Alitalia finora rimangono ombre: la famiglia Toto, Atlantia, il fondo QuattroR, ecc ecc.

Sullo sfondo di questa delicata situazione, rimane l'incubo liquidazione. Se l'operazione di salvataggio non riuscirà ad andare in porto, Alitalia dovrà portare i libri in tribunale.

giovedì 13 giugno 2019

Inflazione americana debole, si avvicina il taglio dei tassi FED

I dati sull'inflazione americana non hanno smosso più di tanto il dollaro. Nonostante sia stato un report più deludente delle previsioni, gli investitori hanno reagito in modo molto blando.

I dati sull'inflazione americana

Resta il fatto che i dati sui prezzi al consumo hanno evidenziato ancora una volta che l'economia americana sta viaggiando col freno a mano tirato. Quasi tutti i dati sull'inflazione sono infatti stati al di sotto delle aspettative. Il Bureau of Labor Statistics ha evidenziato infatti che i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,1% a maggio, molto meno dello 0,3% previsto. Anche il dato "core", ovvero depurato di cibo ed energia, ha avuto un incremento flebile: +0,1% contro lo 0,2% stimato. Il dato annuale evidenzia un livello del 2% per l'inflazione americana.

Come detto, la reazione dei mercati ai report sull'inflazione americana è stata molto debole (cosa peraltro insolita). Come abbiamo visto sulle piattaforme di trading online migliori, la coppia euro-dollaro è infatti inizialmente è salita a 1,1350, ma questo sprint è durato decisamente poco, poi s'è innescata una discesa fin verso quota 1,1300.

Dollaro poco mosso

Perché non c'è stata reazione? Probabilmente per due ragioni. Anzitutto i dati deboli sull'inflazione erano previsti, ma poi nei giorni scorsi il dollaro era già stato penalizzato dai Non Farm Payrolls peggiori del previsto, e dalle crescenti possibilità che la FED operi una svolta espansiva nei prossimi mesi. Analizzando i dati infatti, si può cogliere come il Dollar Index sia sceso lunedì scorso a 96.459, livello più basso dalla fine di marzo (l'index si sta muovendo dentro i forex rettangoli di continuazione inversione).

Se i dati sull'inflazione americana un effetto l'hanno avuto questo è stato sulle possibilità di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve. Adesso questa possibilità viene valutata al 65% (taglio dei tassi a luglio), mentre fino a martedì era del 60%.

martedì 11 giugno 2019

Costi per emissioni, gli USA fanno causa alle multinazionali dell'energia

I costi per fare fronte alle numerose cause legali nella quelli sono coinvolte, potrebbero significare un conto molto salato per le compagnie energetiche che si avvalgono di combustibili fossili.

Costi e cause legali

A riferire di questo problema è stato il Financial times, che ha evidenziato come nell'ultimo biennio siano state intentate più di una dozzina di cause legali contro le multinazionali del petrolio, e altre sono in arrivo. Cause che comportano costi per avvocati, ma che potrebbero comportare soprattutto costi enormi per risarcimenti. Il motivo? I danni arrecati al clima, che hanno innescato nubifragi e uragani, inondazioni e incendi. Questa strategia legale è ispirata alle cause fatte contro le multinazionali del tabacco, che ha comportato costi per 206 miliardi di dollari a titolo di risarcimento a 46 Stati americani. Si ritiene infatti che i danni siano sostanzialmente simili: quelli del tabacco direttamente alle persone, quelle per le emissioni in via indiretta.

Chi ha fatto causa

Sono diverse le città e contee degli Stati dell’America che hanno collegato le emissioni di queste aziende (come Exxon, BP, ConocoPhillips, Royal Dutch Shell e Chevron) agli eventi climatici dannosi, che ricordiamo hanno comportato costi notevolissimi alla comunità, per prevenzione e per ricostruzione. Dieci di queste cause legali sono state promosse da altrettante contee, quattro da grandi città (New York, San Francisco, Oakland, Baltimora), una dallo Stato del Rhode Island, ma altre sono in arrivo dalle amministrazioni cittadine di Honolulu e Washington Dc.

C'è chi tra questi si è spinto molto avanti, arrivando a chiedere un risarcimento per problemi futuri. E' il caso del Rhode Island, che ha chiesto 3,6 miliardi di dollari per i danni alle proprietà waterfront che ci saranno da qui entro la fine del secolo, a causa dell'innalzamento del livello marino. Ma c'è chi ha incluso nel risarcimento anche i costi per la realizzazione di opere di difesa già messe in preventivo. L'esempio sono i 5 miliardi di dollari dovuti per l’innalzamento degli argini di San Francisco.