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giovedì 9 aprile 2026

Banca Unicredit riceve un altro "no" dalla Germania

Arriva un altro parere negativo da parte di Commerzbank nei confronti di Unicredit. Il progetto di integrazione con la banca italiana continua a non piacere ai tedeschi, che ribadiscono che l'unica soluzione è quella Stand Alone. Il consiglio di amministrazione di Commerzbank, continua a non vedere le basi per una fusione.

L'OPS italiana e la reazione dell'altra banca

La battaglia tra i due istituti è in corso ormai da diverso tempo, e si costantemente di nuovi capitoli. E i segnali in tempo reale continuano a non essere incoraggianti. Di recente Unicredit ha promosso un'offerta pubblica di scambio, chiedendo l'autorizzazione per spingersi oltre il 30% della banca tedesca senza però acquisirne il controllo.

Dall'altra parte c'è però la ferma resistenza di Commerzbank, che ha rigettato ancora una volta la proposta della banca italiana. E lo ha fatto ancora tra le polemiche. Alle accuse di Unicredit di aver alzato una specie di muro al dialogo, l'istituto tedesco risponde dicendo l'esatto opposto e sottolineando di aver avuto "diversi incontri" con i rappresentanti della banca italiana, ma che i comportamenti di Unicredit rendono difficile la costruzione di un rapporto ispirato dalla reciproca fiducia che sarebbe la base necessaria per una transazione di successo.

Il secco NO di Commerzbank

Secondo Commerzbank le operazioni proposte da Unicredit non hanno dimostrato un potenziale di creazione di valore sufficiente. L'istituto tedesco inoltre ritiene che parte del potenziale illustrato dall'istituto guidato da Orcel potrebbe essere realizzato in autonomia, restando indipendente. Insomma, non ci sarebbe alcun beneficio per Commerzbank, che sotto la guida di Bettina Orlopp ha registrato una crescita dei ricavi del +5,4%, un utile per azione di 2,39 euro e un prezzo obiettivo degli analisti a 37,75 euro, al di sopra della quotazione attuale nell'indice GER40 DAX.

Unicredit e l'aumento di capitale

Mentre la partita tra i due istituti continua, Unicredit si prepara ad affrontare l'assemblea per l'aumento di capitale all'inizio di maggio. Un aumento che servirà proprio a finanziare l'acquisizione di azioni Commerzbank (l'isituto ha accumulato nel corso degli ultimi mesi una quota di circa il 28% in Commerzbank, diventando il primo azionista della banca tedesca). L'operazione porterà l'emissione di azioni ordinarie per un massimo di 470 milioni.

giovedì 28 gennaio 2021

Banche, con Orcel alla guida di Unicredit cresce la febbre da fusione

Il mondo delle banche negli ultimi giorni ha guardato con attenzione soprattutto a Unicredit. Ieri l'istituto ha reso ufficiale il nome di Andrea Orcel come Ceo designato. Sul banchiere romano si è riversata la scelta unanime del board. Entrerà in carica a metà aprile, succedendo all’attuale ceo Jean Pierre Mustier. Quest'ultimo dovrebbe invece rassegnare le dimissioni l'11 febbraio, ossia dopo il via libera ai conti.

Orcel e la precedente fusione tra banche

Ma perché tutto questo movimento interessa all'intero settore delle banche italiane? Per le fusioni. Da tempo si parla del matrimonio con MPS, e su questo dossier il futuro ceo Orcel si metterà subito al lavoro, benché formalmente lo farà dall'esterno. Del resto Orcel conosce bene Piazza Cordusio per aver tirato le fila delle nozze fra le banche Unicredito e Credito italiano, un'operazione da 21 miliardi di euro da cui nacque Unicredit.

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Il triangolo MPS-Tesoro-Unicredit

Banca MSP appartiene per il 64% allo Stato (Ministero del Tesoro), che tuttavia entro aprile 2022 dovrà cedere l’istituto senese. Un salvataggio che sarà comunque in profondo rosso.
L'appello a tutte le banche interessate è caduto sostanzialmente nel vuoto, solo Unicredit ha dimostrato interesse

Ma ha posto delle condizioni per andare avanti. Il ceo uscente Mustier ha posto come condizione che l'affare sia nell’interesse degli azionisti e che non consumi capitale.
Per tale ragione il Tesoro ha impacchettato una "dote" di svariati miliardi di euro, composta da crediti fiscali (Dta), fondi a copertura di possibili cause, acquisto degli Npl Unicredit da parte di Amco e quota di aumento del Monte.

C'è anche altro che bolle in pentola?

Adesso che Unicredit ha un nuovo ceo, il mercato si aspetta che non si limiterà solo a chiudere l'affare Mps. Potrebbe riprendere piede l’ipotesi di una fusione con Banco Bpm. Ma ci sono rumors che parlano di operazioni che coinvolgerebbero altre due grandi banche come Mediobanca o Generali.

martedì 11 febbraio 2020

Banche e lavoro, il piano di Unicredit accende lo scontro con i sindacati

Ancora una volta il mondo della banche fa parlare di sé per via dell'ennesimo piano di tagli che è stato annunciato. Stavolta tocca a Unicredit scatenare l'ira dei lavoratori e dei sindacati, per via di un programma di riorganizzazione interna pesantissimo. L'istituto di credito ha infatti programmato di tagliare 6 mila posti di lavoro in Italia, chiudendo 450 sportelli.

Banche, sfide digitali e tagli

Alla base di questo piano durissimo, c''è il calo dei clienti allo sportello. Secondo banca Unicredit, negli ultimi anni ci sarebbe addirittura stato un dimezzamento, cui ha corrisposto anche un calo della metà delle operazioni effettuate in filiale. Dalle 36,8 milioni del 2016 si è scesi sui 16 milioni. Di fronte a questo declino, c'è stato però il parallelo aumento dell'utilizzo di canali informatici o telefonici, come del resto sta succedendo per l'intero mondo delle banche. Per questo motivo Unicredit punta sempre più a digitalizzare i suoi processi e servizi.

Sforbiciata al personale anche in Germania e Austria

Va detto che l'istituto non si limiterà a tagliare il personale solo in Italia, che comunque sarà il paese più colpito. Anche Germania e Austria saranno interessati dal piano di tagli, che complessivamente arriverà a 8mila unità (dei quali 6mila nel nostro paese).

Sindacati sul piede di guerra

E' chiaro che un piano del genere ha subito scatenato le proteste dei sindacati dei dipendenti delle banche. La FABI parla di "cifre inaccettabili", mentre la Fisac-Cgil parla di "numero spropositato di esuberi". C'è chi dice che in realtà non esiste un problema di esuberi nel gruppo, e che comunque questo piano non verrà preso in considerazione se ai tagli non si accompagneranno contemporaneamente anche nuove assunzioni. Insomma, si chiede un ricambio generazionale nella banca, e non solo un ridimensionamento occupazionale.

La partita tra sindacati e Unicredit comincerà tra pochi giorni, il 14 febbraio, mentre la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, ha convocato i vertici della banca per venerdì 21 febbraio.

martedì 13 dicembre 2016

Lavoro: il nuovo piano Unicredit porterà al taglio di 6500 lavoratori

Unicredit ha varato il nuovo piano di aumento di capitale, ma al tempo stesso procederà a una riorganizzazione che comporterà il taglio di 6500 dipendenti. E' questa la decisione assunta dal Consiglio di amministrazione, il cui piano sarà adesso sottoposto all'approvazione dell'assemblea il prossimo 12 gennaio.

Il piano Unicredit e le ripercussioni sul lavoro

L'aumento di capitale avverrà per 13 milioni e dovrebbe completarsi nel primo trimestre 2017. La ricapitalizzazione sarà interamente garantita da un consorzio di "primarie banche internazionali". Queste ultime sottoscriveranno quelle azioni che eventualmente non verranno sottoscritte durante l'asta dei diritti inoptati. Verranno inoltre raggruppate le azioni ordinarie e di risparmio.

Dolenti note arrivano però dal piano di riorganizzazione interno. Infatti sono previsti altri 6.500 esuberi da eliminare entro il 2019. I tagli complessivi alla fine diventeranno quindi 14 mila unità, e questo produrrà un risparmio di 1,1 miliardi. Soltanto sul territorio italiani, verrebbe eliminato il 21% della forza lavoro e saranno chiuse 800 filiali.
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Altri sostanziosi introiti arriveranno dalle cessioni di Pekao e Pioneer, oltre alla vendita già finalizzata dell'Ucraina e della partecipazione del 30% in Fineco. L'amministratore delegato Jean-Pierre Mustier ha commentato così: "Questo piano pragmatico è basato su presupposti prudenti ed ha obiettivi concreti e raggiungibili. Stiamo attuando misure decise per gestire i problemi, ereditati dal passato, dei crediti deteriorati lordi (Npe)". A tal proposito, Unicredit ha stipulato due intese (con Fortress e Pimco) per trasferire crediti non performanti per 17,7 miliardi in una nuova e indipendente entità, nella quale Unicredit avrà una quota di minoranza.

sabato 15 ottobre 2016

Ricapitalizzazione Unicredit: l'idea di 13 miliardi senza cessioni non convince

Riguardo all'aumento di capitale previsto per Unicredit si sono sprecate le cifre. L'ultima venuta fuori è la più alta di tutte. Unicredit, che rimane osservata speciale dai mercati, dopo i sondaggi positivi con gli investitori potrebbe elevare la richiesta fino a 13 miliardi di euro di ricapitalizzazione.

Nell'ultima seduta della settimana, il titolo UniCredit ha guadagnato l’1,9% a quota 2,11 euro. Siamo ancora molto lontani dai livelli degli inizi di settembre, quando veleggiava a 2,4 (dati Plus500: spread, bonus e opinioni sono qui).

Dubbi sull'importo della ricapitalizzazione

L'ammontare dell'aumento verrà formalizzato soltanto il prossimo 13 dicembre a Londra, quando verrà formalmente presentato il piano di rilancio dell'istituto bancario. Ci sono poi dei rumors che riportano anticipazioni sui requisiti minimi di capitale che saranno imposti alle banche europee dalla Bce entro fine anno (“Srep”). Dovrebbero essere una trentina le banche europee chiamate a rafforzare il capitale. E Unicredit figura tra queste. Per l'istituto, la Bce vorrebbe un Cet1 ben superiore al 12%.

Secondo molti analisti, però, uno scenario nel quale Unicredit opera una maxi-ricapitalizzazione senza apporto dal capitolo cessioni, è difficile da concretizzare. C'è chi ha sottolineato che una cosa simile comporterebbe un overhang non compatibile con l’attuale volatilità del settore (ossia il rischio che grossi quantitativi di azioni possano finire sul mercato, incidendo negativamente sui corsi).

Intanto in settimana Unicredit ha venduto un altro 20% di Fineco incassando 550 mln e 12 punti base in più sul Cet1 ratio. Mentre si parla della possibile cessione a breve di Pekao (l'asset più facilmente liquidabile), con il gruppo assicurativo Pzu che pare interessato. Ci sarebbe una trattativa ben avviata anche se l'offerta sarebbe di 3 mld contro i 3,5 che punta a incassare Unicredit. E poi c'è anche la questione Pioneer, anch'essa in odore di cessione. Lo scenario più rpobabile rimane quello di un aumento di capitale da 6 miliardi di euro, affiancato dalle cessioni di Pioneer e Pekao.

giovedì 6 ottobre 2016

Unicredit, vicina la cessione di Pioneer. C'è Amundi in prima fila

Mentre in borsa i titoli bancari viaggiano di buon ritmo, continua a catalizzare l'interesse del mercato la situazione di Unicredit, impegnato in un piano industriale importante. Di questo piano fa parte la cessione di Pioneer, dalla quale ci si attendeva un ricavo di poco superiore ai 3 miliardi di euro. Ebbene, la situazione potrebbe essere più rosea del previsto.

Pioneer mette le ali a Unicredit

La banca guidata da Jean Pierre Mustier, infatti, potrebbe ottenere dalla cessione di Pioneer circa 4 miliardi. L'operazione è stata annunciata entro la fine dell'anno, e in prima fila c'è Amundi. Le altre pretendenti sono invece Poste Italiane-Anima Holding-CdP, Macquarie e Aberdeen.

Secondo indiscrezioni di stampa, Amundi avrebbe offerto circa 4 miliardi di euro, quindi nettamente al di sopra delle attese. Molto oltre la proposta presentata dalla cordata Poste-Anima-Cdp (circa 3,4 mld di euro) che era ritenuta quella maggiore. Le ipotesi finora circolate ventilavano una valorizzazione del 100% del capitale di Pioneer nel range 2,5-3 miliardi. Ricordiamo che le offerte dovranno essere presentate entro il 3 novembre.

Se Pioneer fosse ceduta per 4 mld, è chiaro che sarebbe un bel colpo per Unicredit. Secondo gli analisti l'impatto sul capitale sarebbe di oltre 90 punti base, riducendo così le dimensioni dell'aumento di capitale che Unicredit dovrà affrontare. Il che si traduce anche in una bella spinta per il titolo in Borsa. E infatti sulla scia di queste voci, il titolo segna la performance migliore del listino principale con un balzo del 3,63% a 2,168 euro con un Ftse Mib in progresso dello 0,47%.

venerdì 16 settembre 2016

Banche in crisi, ma lo stipendio dei banchieri è salito ancora

Fa strano vedere che mentre le banche sono al centro delle pressioni per via della loro crisi e di molte magagne commesse, gli stipendi di chi ne è a capo continuano a crescere. L'ultimo dato, relativo agli stipendi del 2015, rivela infatti un incremento nelle retribuzioni dei banchieri italiani. A evidenziarlo è un'inchiesta del Sole 24.

I banchieri ingrassano, invece le banche...

banchieri più pagatiSecondo quanto riporta il focus del noto quotidiano (ripreso da finanza-infograficando), gli aumenti sono frutto più che altro di lauti bonus ricevuti da molti manager. C'è chi ha potuto aggiungere allo stipendio un tot numero di azioni gratuite come premio (per cosa poi?), mentre in diversi casi il beneficio è stato in stock option.
In altri casi il peso grosso lo hanno le buonuscite. Roberto Nicastro, diggì di UniCredit, ha ricevuto 6,964 milioni lordi, di cui 5,39 di buonuscita.

La graduatoria dei banchieri

Proprio Roberto Nicastro guida questa speciale classifica. Attualmente percepisce 400mila euro l’anno come presidente delle “good bank”.
Al secondo posto c'è Federico Ghizzoni, ex ad di UniCredit. Questo ruolo gli ha fruttato complessivamente 4,67 milioni lordi. Metà come stipendio (2,883 milioni, di cui 770mila di bonus), mentre il resto in azioni gratuite ricevute in premio (1,78 milioni). Sfortunatamente per lui, il crollo del titolo ne ha ridotto il valore a solo un terzo.

Al terzo posto c'è Samuele Sorato, ex diggì e ad della Popolare di Vicenza. Ovvero una delle banche che si è trovata immersa fino al collo nello scandalo per i finanziamenti dati a clienti indotti a diventare soci o comprare azioni della Popolare, titoli che però non erano quotati e neppure vendibili solo con il consenso della banca. Comunque, malgrado tutto questo, Sorato è andato via con un accordo per una buonuscita di 4 milioni lordi, di cui la metà verrà rateizzata negli anni. A questa buonuscita va sommato poi anche lo stipendio: 600mila euro.

Subito giù dal podio

Al quarto posto c'è Edoardo Lombardi, vicepresidente vicario di Banca Mediolanum. Ha ottenuto 4,42 milioni. La quota maggiore, ovvero 3,08 milioni, sono plusvalenze per stock option.
Al quinto posto Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo. Ha guadagnato 2,27 milioni di compensi monetari (bonus di 502mila euro) e azioni gratuite (867mila euro).
Probabilmente nei prossimi anni vedremo anche Marco Morelli, appena nominato nuovo ceo di MPS.