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lunedì 26 giugno 2023

Lavoro, ecco come sta cambiando la mappa dell'artigianato

Negli ultimi anni la professione dell'artigiano ha vissuto un profondo cambiamento nel nostro paese, soprattutto per quel che riguarda la mappa dei singoli settori del lavoro.
Non si tratta di un cambiamento di poco conto, visto che le imprese artigiane sono circa 1,3 milioni, ossia un quinto dell'intero tessuto produttivo.

La nuova fotografia sul lavoro artigiano

Ad illustrare il quadro dell'artigianato nel nostro paese è una elaborazione di Unioncamere e Infocamere, sulla base dei dati del registro delle imprese. Da essa emerge che la mappa del lavoro artigiano nel nostro paese è molto cambiata nell'ultimo lustro.

Le professioni in ascesa

Negli ultimi 5 anni l'espansione più grande è stata di gran lunga quella degli estetisti (professione nella quale viene incluso anche il lavoro dei tatuatori e i nail shop), con un incremento di 8800 imprese. In termini relativi si tratta di un aumento del 24,8% nel quinquennio.

A seguire la crescita più robusta è stata quella dei muratori (+3.451, grazie alla spinta dei Superbonus edilizi), poi vengono i tassisti (+2.339, in termini relativi la crescita è stata del 19,2%), i serramentisti (+2.234) e i giardinieri (+1.934). La crescita ha riguardato anche gli operatori del settore digitale, come gli specialisti in servizi ICT (1.317 imprese in più).

Le professioni in declino

Tuttavia negli ultimi cinque anni ci sono anche numerose spine, visto che diversi mestieri di artigiani hanno vissuto un forte calo, anche a causa delle turbolenze vissute dai rispettivi mercati a causa della pandemia e della crisi energetica.

Sotto questo punto di vista, il lavoro più colpito è stato quello dei piccoli trasportatori, diminuiti di 10.784 unità. Tuttavia in termini relativi la variazione percentuale più significativa è quella delle imprese di lavanderia (diminuite del 21%).
Un netto calo dell'attività ha riguardato anche il lavoro degli elettricisti (-4.281), i parrucchieri e barbieri (-4.056) ed anche dei falegnami (-3.503).

martedì 24 agosto 2021

Imprese artigiane: -170mila in dieci anni. E la sfida digitale è ancora un flop

Malgrado la ripresa del Made in Italy alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni, il quadro per le imprese artigiane italiane rimane fosco. Questo dovrebbe spaventarci, visto che il settore ha un peso pari al 9,5% sul Pil e rappresenta il 21,2% delle nostre imprese.

I numeri delle imprese artigiane

Secondo i dati di Unioncamere, nell'ultimo decennio è sparito il 12,1% del milione e mezzo circa di aziende che esistevano. Parliamo di 170mila imprese chiuse.
La crisi pandemica ha peraltro accentuato questo fenomeno. Infatti il 70% delle imprese artigiane ha patito una forte contrazione del suo fatturato, e la metà conta di tornare ai livelli pre-Covid soltanto nel 2022.

Diffidenza verso il digitale

Il problema delle nostre imprese artigiane è un mercato ingessato che non le rende abbastanza competitive. Il vero punto di forza è senza dubbio la qualità del prodotto, ma in un mondo che sta viaggiando sempre più nell'universo digitale, se uno non si adegua non riesce ad emergere.

L'artigianato e il digitale rimangono due mondi paralleli sospesi, che si ammirano ma non dialogano. La maggior parte delle imprese artigiane italiane disconosce o guarda con diffidenza all’innovazione.
Nell’ultimo anno, soltanto il 63% degli artigiani ha investito in digitale.
Eppure per gli artigiani e le imprese artigiane, dovranno riuscire a introdurre innovazioni digitali pur preservando (se non migliorando) il carattere artigianale del prodotto.

L'imprenditoria giovanile

Inoltre sono sempre meno i giovani imprenditori che scelgono questa strada. Il numero di imprenditori artigiani under 30 è calato del 42% nell'ultimo decennio.
Eppure la riscoperta dell’artigianato è una grande occasione d’impiego professionale, e proprio i giovani potrebbero sviluppare meglio il nuovo approccio alla bottega, aprendo alle nuove tecnologie ed anche all'intelligenza artificiale. Solo così la manifattura artigiana, da sempre colonna portante della forza del Made in Italy, potrà tornare in auge.

martedì 7 aprile 2020

Lavoro, il coronavirus avrà un impatto durissimo: 420mila posti in meno

Il numero di posti di lavoro che si perderanno a causa dell'emergenza Covid-19 è pari a 420mila unità. Questo dice il rapporto di Unioncamere, che ha pubblicato l'aggiornamento di marzo sul fabbisogno di posti di lavoro nelle imprese private dell'industria e dei servizi. Metà delle unità lavorative che si perderanno, riguardano il settore del turismo, quello in assoluto più flagellato dall'emergenza sanitaria.

Il crollo dei posti di lavoro

I numeri resi noti da Unioncamere chiariscono la portata e gli effetti dell'emergenza che stiamo vivendo. Le conseguenze sul lavoro sono - come era temuto - pesantissime. La crisi verrà in parte mitigata dall'azione del governo, che effettuerà manovre a sostegno dell’economia del Paese. Lo stesso vale per ciò che sta facendo la UE. Al momento però è difficile capire che ripercussioni avranno questi interventi sul mercato del lavoro. Bisognerà aspettare i prossimi mesi per avere un quadro più aggiornato.

Al momento quello che si sa è che rispetto al 2019, il numero di posti di lavoro dovrebbe diminuire del 2,1%, ovvero 422 mila unità. Da questo conteggio vengono peraltro esclusi quei dipendenti che sono stati o verranno messi in cassa integrazione ordinaria o in deroga. La maggior parte dei lavoratori che perderà il posto sono dipendenti, circa 232mila unità. Gli altri 190mila sono gli indipendenti, che però in percentuale subiranno un calo maggiore, ovvero 3,4% rispetto allo scorso anno.

Settori più colpiti, il turismo sta messo peggio

Come detto, il settore più colpito da questa terribile crisi è quello turistico. L'emorragia di posti di lavoro attesa è di 219 mila persone, quindi più della metà del calo occupazione complessivo previsto in tutto il Paese. Un fortissimo contraccolpo lo subirà anche il settore del commercio, che perderà 72.300 posti di lavoro. Gli altri settori subiranno cali più contenuti in termini numerici, ma non per questo meno drammatici. Il settore delle costruzioni subirà probabilmente un calo di posti di lavoro di 30mila unità, mentre nei servizi se ne perderanno 23mila.

Nonostante il boom dell'e-commerce, anche il settore del trasporto, logistica e magazzinaggio subirà una cforte contrazione, circa 18mila occupati in meno. Il settore della moda subirà una contrazione occupazionale di 19mila posti, il settore della gomma e delle materie plastiche e l’industria metallurgica avranno un calo di 10mila posti ciascuno.

martedì 17 dicembre 2019

Impresa e formazione universitaria: il 7% dei laureati ne ha fondata una

Il numero di laureati che diventano fondatori di impresa è al 7,1%. A evidenziarlo è uno studio del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna e Unioncamere, che ha evidenziato la relazione che c'è tra laurea e spirito d'impresa.

Legame tra impresa e laurea

Per arrivare a tracciare un bilancio, sono stati esaminati i dati di 2.891.980 laureati in atenei italiani tra il 2004-2018 e i dati, a livello aziendale, delle 236.362 imprese da essi fondate. Complessivamente sono oltre 200mila i laureati che sono divenuti fondatori di impresa (ovvero soci alla creazione e attualmente amministratore, titolare o socio). Le imprese che hanno fondato sono in totale 236.362, e rappresentano il 3,9% del totale delle imprese presenti in Italia a settembre 2019.
Per quanto riguarda il ruolo, oltre la metà (61%) dei fondatori ricopre una carica da titolare, il 22,1% è amministratore e il 16,6% è socio. Circa un terzo ha fondato l'impresa prima ancora di completare il percorso di studi (un decimo di essi prima ancora di iscriversi all'università). Tra i fondatori gli uomini rappresentano il 53,9% mentre le donne il 46,1%.

Forma giuridica e distribuzione territoriale

Riguardo alla forma giuridica dell'impresa, 2/3 sono individuali; il 24,8% sono società di capitale, il 15,0% da società di persone, mentre il restante 0.01% assume altre forme giuridiche. A livello territoriale invece, il 37,4% delle imprese fondate dai laureati è nel Nord Italia, il 21,7% nel Centro e il 40,8% nel Sud Italia. Colpisce proprio questo aspetto: a livello nazionale infatti il Nord è molto più vivace del Sud (45% contro 34%), mentre a livello di imprese confate da laureati come si vede il rapporto cambia decisamente.

Sopravvivenza e gruppo disciplinare

E' buono anche il tasso di sopravvivenza di queste imprese: il 54% di quelle nate nel 2009, dopo dieci anni è ancora attivo (molto più che rispetto alla media nazionale, dove il tasso di sopravvivenza a 10 anni è del 40,6%). E' interessante infine sottolineare come i fondatori di impresa siano nel 18,1% dei casi "reduci" da un percorso formativo universitario in ambito economico-statistico, il 14,2% nel gruppo politico-sociale, il 9,4% in quello giuridico, l’8,6% in ingegneria, l’8,6% nel gruppo letterario, il 7,8% nel gruppo medico.

lunedì 4 marzo 2019

Imprese italiane ancora non al passo con l'evoluzione digitale

Le imprese italiane non riescono ancora a stare al passo con l'evoluzione delle tecnologie. E questo a causa della mancanza di figure adatte che sappiano guidarle. E' quanto evidenziano le Camere di Commercio, che hanno realizzato 88 "punti impresa digitali" (PID), ovvero luoghi dove le imprese possono valutare il loro lo stato di salute tecnologico e la loro consapevolezza della opportunità di crescita legate alla quarta rivoluzione industriale.

La salute digitale delle nostre imprese

A questi PID hanno preso parte circa 20mila aziende in tutta Italia, e circa 8mila hanno misurato online gratuitamente la propria maturità digitale (test di autovalutazione SELFI4.0) e 500 imprenditori hanno finto per chiedere un approfondimento qualificato della situazione. Si tratta in prevalenza di micro e piccole imprese del nord, che operano soprattutto nel settore dei servizi.

E' interessante osservare che dall’autovalutazione che le imprese hanno fatto online, emerge che 3 su 5 (60%) sono molto indietro in quanto a digitalizzazione. Il 30% ha invece intrapreso il cammino verso la digitalizzazione, mentre solo il 10% può essere realmente considerato consapevole delle opportunità offerte dalla quarta rivoluzione industriale.

Quello che emerge in misura ancora più chiara è il divario digitale tra Nord e Sud del Paese. Le imprese del Nord est e del Nord Ovest sono a buon punto nel loro percorso (cosa molto frequente nel Trentino Alto Adige), mentre circa il 70% delle imprese meridionali è ancora nella fase iniziale. Nella media, invece, le imprese del Centro.

Le figure professionali

Il vero freno alla trasformazione digitale delle aziende italiane è l'assenza di figure qualificate che siano capaci di guidarle verso questo percorso. Proprio per questo motivo Unioncamere è pronta a lanciare un sistema per la certificazione della competenze dei manager dell’innovazione digitale, quelli a cui spetta il compito di coordinare le strategie di trasformazione digitale e quelle aziendali, che sia capace di orientarle verso un costante cambiamento dei processi in chiave tecnologica.