Visualizzazione post con etichetta ilva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ilva. Mostra tutti i post

mercoledì 7 gennaio 2026

Aziende in crisi, oltre 70 dossier sul tavolo del Ministero

Lo specchio della progressiva frenata della produzione industriale italiana è l'incremento del numero di aziende manifatturiere che attraversano uno stato di crisi. Le situazioni di difficoltà che sono sotto il monitoraggio diretto del Ministero delle Attività Produttive e del Made in Italy (MiMIT) sono circa 70, tra vertenze aperte e situazioni di monitoraggio.

L'aumento delle aziende in crisi

Rispetto allo scorso anno c'è stato un incremento delle crisi aziendali in ambito manifatturiero. La metà delle aziende in difficoltà appartengono al settore metalmeccanico, il 35% riguarda invece il settore chimico-tessile, mentre il 10% riguarda i call center. Complessivamente le situazioni di crisi aziendali coinvolgono circa 60. 000 lavoratori.

L’ultima situazione aperta in ordine di tempo è quella di Natuzzi, che ha annunciato lo stop nelle fabbriche di Altamura e Santeramo. Sono previsti 479 esuberi. Per l’azienda pugliese specializzata nella produzione di arredamento (titolare del marchio Divani & Divani) è l’ultimo atto di una crisi che va avanti da quasi vent’anni.

Il lavoro del ministero

L'attività del ministero in diversi casi è riuscita ad arginare o congelare le dimissioni o il licenziamenti. Nell'ultimo anno sono stati raggiunti 27 tra accordi o soluzioni alle crisi, che hanno avuto come risultato la stabilizzazione dei posti di lavoro. Sono stati coinvolti circa 13. 000 lavoratori, per i quali è stato scongiurato il rischio di licenziamento.

Nella maggior parte dei casi il MiMit ha lavorato alla ricerca di acquirenti oppure su progetti di riconversione industriale. Grazie al lavoro del ministero si è riusciti a evitare la chiusura di aziende come La Perla, Cinzano, Venator, Dema, Coin, Sofinter. 

Le origini delle crisi

Va precisato che la lettura delle situazioni presentate al tavolo ministeriale hanno origini molto eterogenee. In alcuni casi le difficoltà delle aziende sono il prodotto di vicende che vengono da lontano (si pensi alla crisi dell’Ilva), mentre altre affondano in situazioni più recenti. In generale, i dati raccontano come sia il Mezzogiorno ancora una volta l’area che presenta le maggiori criticità. 

lunedì 15 febbraio 2021

Industrie, per il governo Draghi c'è subito una grana pesante: ILVA

Il Governo Draghi ha già una grana pesante che l'aspetta. Tra le nostre industrie infatti c'è una grana che va risolta, relativa all'Ilva di Taranto.

Il destino di una industria

Tra pochi giorni si dovranno spegnere gli impianti inquinanti dell'industria situata in Puglia, che tornerà nelle mani dello Stato dopo che è stata raggiunta un'intesa tra Invitalia e Arcelor Mittal.
Per evitare la chiusura erano stati lanciati diversi appelli, sia dalla stessa Arcelor, che del ministero dell'Ambiente e anche dalla Prefettura di Taranto. Ma il TAR di Lecce li ha ignorati tutti, confermando il termine ultimo che l'industria siderurgica dovrà osservare per lo spegnimento dell'area a caldo dell'impianto.
Si tratta di 6 reparti, che furono già sequestrati nel 2012.

Il ricordo di Arcelor Mittal

La sospensione non significa chiusura definitiva, ma è chiaro che dopo un blocco - e più lungo esso sarà - diventa complicato farli ripartire. Per questo ArcelorMittal si giocherà un'ultima carta, facendo ricorso al Consiglio di Stato. Lo scopo è di ottenere una sospensiva in attesa del giudizio di merito. Ma sembra molto complicato che possa avere soddisfazione.
 

Del resto i giudici del TAR sono stati molto decisi nel loro giudizio. "I tarantini hanno pagato in termini di salute e di vite umane un contributo che va di certo ben oltre i ragionevoli limiti". Se l'industria ripartirà, lo farà soltanto dopo che l'attività sarà stata ricondotta entro quei limiti, "secondo la nostra Costituzione".

Il governo Draghi

La patata bollente è tutta nelle mani dello stato, e quindi del nuovo governo. Infatti esiste un accordo tra ArcelorMIttal e Invitalia, che entro il 2022 farà passare l'industria nelle mani dello Stato attraverso diversi passaggi. Prima un aumento di capitale di AmInvest Italy Spa per 400 milioni, poi il passaggio del 50% dei diritti di voto a Invitalia, poi un secondo aumento da parte di Invitalia (per 680 milioni) e fino a 70 milioni da parte di Arcelor Mittal. Alla fine Invitalia avrà il 60% del capitale di Ilva.

giovedì 5 dicembre 2019

Lavoro, la questione esuberi allontana ancora Arcelor Mittal dall'Italia

A distanza di un mese, il tema del lavoro continua a rendere lontane le posizioni di Arcelor Mittal e del governo sul caso ILVA. Se lo scorso novembre Lakshmi Mittal chiese il taglio di 5mila dipendenti, adesso la cifra è scesa appena a 4700. Peraltro di questi quasi la metà sarebbero immediati.

La battaglia sul lavoro in ILVA

La durissima richiesta sulle unità di lavoro da eliminare è stata posta come condizione per rimanere in Italia, e messa nero su bianco nel nuovo piano industriale illustrato al Mise dall’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia (Lucia Morselli). E come era prevedibile, la tensione è aumentata. Il ministro Stefano Patuanelli non ha nascosto il suo disappunto ("l’azienda non ha fatto i passi avanti attesi").

In altre circostanze la discussione si sarebbe forse fermata, ma vista la situazione esplosiva, il governo vuole continuare a battere la strada del dialogo e continuare la trattativa. "Faremo le nostre proposte, siamo cocciuti e cerchiamo di stare al tavolo e di arrivare all’obiettivo finale", dice il ministro. Ma ammette anche che "se la posizione è questa ed è rigida, non credo che ci saranno le condizioni per trattare".

Sindacati: "proposta irricevibile"

I sindacati presenti invece sono stati molto più drastici, parlando di proposta irricevibile. Portare le unità di lavoro da 10.789 dipendenti a 6.098 entro il nel 2023 non è una cosa neppure da prendere in considerazione, tenuto anche conto che con i mancati rientri al lavoro e i lavoratori in amministrazione straordinaria si arriverebbe a una quota compresa tra 6.300 e 6.700 esuberi. Per questo motivo i sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 10 dicembre. Il loro punto di vista è che più di essere un piano industriale, quello proposto da Arcelor Mittal è una progressiva chiusura dell’Ilva.

Inoltre i sindacati battono su un punto chiave: nell'accordo firmato nel 2018, erano previsti 8 milioni di tonnellate di produzione, mentre ArcelorMittal programma di spegnere l’Afo2 ed accendere un forno elettrico ad arco, con un incremento della produzione da 4,5 milioni di tonnellate attuali fino a 6 milioni dal 2021. Quindi 2 tonnellate in meno rispetto al piano originario.

mercoledì 31 maggio 2017

Lavoro, per l'Ilva previsti 6000 esuberi. I sindacati: "Inaccettabile"

Si fa tesissima la situazione intorno all'Ilva, dopo la notizia che il piano di salvataggio dell'azienda potrebbe comportare fino a 6000 esuberi. Questo era l'unico dato sul quale nessuna delle due cordate interessate ad Ilva si erano finora espresse. E adesso qualcuno comincia a spiegarsi anche il perché. L'incontro tra i sindacati e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha fatto emergere i numeri choc: degli attuali 14.200 dipendenti del gruppo, più di un terzo potrebbe essere tagliato

Il piano delle due cordate sul lavoro

Il piano della cordata Am Investco prevede infatti un massimo di 5.800 unità da tagliare entro il 2023 (la maggior parte a Taranto), anno entro cui dovrà essere completato il piano ambientale. AcciaItalia - l'altra cordata - prevede invece di ridurre l'organico da 14.200 dipendenti a 7.800 nel 2018 con un numero massimo di esuberi pari a 6.400 unità (l'organico dovrebbe poi risalire a 10.800 nel 2014).

Queste proposte sono state definite "inaccettabili" dai sindacati, tanto che i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm si sono detti contrari a queste proposte così come sono state formulate.

Nessun rilancio

Una cosa da sottolineare è che non sarà possibile fare rilanci di offerta. La procedura di vendita infatti coinvolge così tanti aspetti, ivi compreso il piano ambientale e il piano industriale, che diventa incompatibile l'ipotesi di rilancio con i tempi avrebbe stretti entro i quali completare la procedura. Per quanto riguarda il piano di ripresa produttiva, entrambi le cordate puntano forte sui settori automotive, costruzioni, mezzi pesanti e packaging. La questione Ilva continuerà ad essere delicatissima.

La cosa positiva è che - bene o male - una soluzione è stata trovata. Il che era tutt'altro che scontato. Il fatto che comporti grossissimi tagli non deve neppure stupire, dal momento che negli ultimi 4 anni l’Ilva ha fatto ricorso per tre esercizi ai contratti di solidarietà e per un esercizio alla cassintegrazione. tutto ciò ha coinvolto quasi 4000 dipendenti. Significa che un terzo degli operai e dei tecnici è stato considerato non funzionale al perimetro occupazionale e produttivo già da anni a questa parte.

mercoledì 1 febbraio 2017

Lavoro, altra mazzata: ILVA metterà metà dei dipendenti in cassa integrazione

Arriva un'altra brutta notizia sul fronte occupazione per l'Italia. Come era ormai nell'aria da diverso tempo, l'ILVA si appresta a fare un deciso passo verso la riduzione dell'occupazione. Per il momento saranno passi solo temporanei, ma non promettono comunque nulla di buono. Ben 5000 dipendenti dello stabilimento di Taranto sono in esubero temporaneo e che usufruiranno degli ammortizzatori sociali, verosimilmente la cassa integrazione straordinaria, a partire da marzo e per almeno un anno.

La drammatica situazione del lavoro

La decisione è stata comunicata dai vertici dell'azienda ai sindacati, in occasione dell'avvio delle consultazioni in vista della scadenza dei contratti di solidarietà (altri ammortizzatori sociali già usufruiti dall'azienda in numero di 3095 unità).
La riduzione della forza lavoro impiegata è una conseguenza delle fermate parziali o anche totali di tutti gli impianti a valle e a monte del ciclo produttivo a caldo di Taranto. con inevitabile riduzione del fabbisogno di risorse umane".

L'Ilva giustifica il tutto con problemi di sostenibilità finanziaria degli oneri derivanti dalla gestione d'impresa, comprendenti gli ingenti costi di adeguamento alle prescrizioni Aia, che hanno progressivamente aggravato la situazione di illiquidità.
Condividi questo articolo. A te non costa nulla, per noi vale tanto
Inoltre l'azienda fa richiamo anche a un'altra causa: "L'attività di impresa è fortemente influenzata dal protrarsi della crisi economico-finanziaria, che ha prodotto un progressivo deterioramento del mercato di riferimento in Europa dopo un ciclo espansivo pluriennale collocabile negli anni 2003-2008".

Chiaramente è stata immediata anche la reazione dei sindacati, che hanno chiesto di spostare la discussione venga trasferita al Ministero per ricercare una concreta risoluzione che sia idonea a salvaguardare l'occupazione negli stabilimenti e il reddito dei lavoratori, minacciando la mobilitazione di tutti i lavoratori nel caso in cui non vengano ascoltati i loro appelli.