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lunedì 26 aprile 2021

Imprese e Covid: aiuti esigui ed erogati in ritardo, il Governo deve accelerare

Per consentire alle piccole e medie imprese di affrontare la crisi innescata dalla pandemia, il Governo ha deciso nel corso dei mesi di stanziare ed erogare degli aiuti economici. Un sostegno che giunge (o sarebbe dovuto giungere) in via diretta sui conti correnti delle aziende.
Ma il cammino non è stato così facile, e soprattutto le imprese stesse lamentano anche l'esiguità dei ristori, rispetto ai danni subiti.

Gli aiuti alle imprese per il Covid

Va anzitutto evidenziato che nel complesso sono stati stanziati 64,7 miliardi di euro di aiuti. Prima il governo Conte, poi quello Draghi hanno deciso così di aiutare le imprese in crisi.
Ma se confrontiamo questa cifra con i 350 miliardi di danno al fatturato delle imprese italiane nel 2020, ci rendiamo conto che sono briciole (i ristori coprono appena il 18,5% dei mancati incassi totali).

Peraltro c'è un altro aspetto da sottolineare. Dei 64,7 miliardi di euro di aiuti alle imprese, un terzo appena è costituito da erogazioni a fondo perduto.

Forse può interessare: prodotto interno lordo e covid, la ripresa nel 2021 non basterà.

Tempi lenti e sostegni a singhiozzo

Inoltre se il Covid sta ormai flagellando da oltre un anno le attività economiche, i sostegni alle imprese sono giunti a singhiozzo e soltanto nella misura del 50% (poco più), perché quasi la metà delle risorse sono previste con la legge di Bilancio 2021, e quindi non sono ancora ancora erogate.
È quindi chiaro che il Governo Draghi deve accelerare sulla velocità di erogazione delle misure a sostegno delle imprese.

In Europa è diverso

In linea generale, ma evidenziato che il problema delle nostre imprese non sono le chiusure imposte con i lockdown, anche perché in altri Paesi le restrizioni sono state finanche più pesanti. Il vero problema è che altrove gli aiuti economici sono stati erogati tempestivamente e con dimensioni molto importanti, da noi invece sono arrivati in misura insufficiente e con grave ritardo.
Ricordiamoci che il nostro tessuto economico si fonda su tantissime micro e piccole imprese, e salvarle dal Covid significa salvaguardare una fetta importante dell’economia del nostro paese.

sabato 29 settembre 2018

Manovra economica, un conto da 40 miliardi di euro (metà in deficit)

L'Italia sta vivendo giorni caldissimi e altri ancora ne arriveranno. La nuova manovra economica del Governo dovrebbe avere dei numeri davvero imponenti, pari a circa 40 miliardi di euro (Per la legge di Bilancio vera e propria, comunque, c'è ancora quasi un mese di tempo). E si preannuncia una battaglia durissima con l'Europa.

Quanto costano le voci della manovra economica

Il conto arriva a tanto considerando solo le misure annunciate finora da Lega e M5S nella manovra economica. Per il reddito di cittadinanza ci vorranno 10 miliardi, per mandare in soffitta la riforma Fornero ne occorreranno alti 7-8, ne servono altri 3-4 per il decreto fiscale e 1,5 miliardi per i risparmiatori truffati dalle banche. Il carico maggiore arriva però dalla sterilizzazione dell'Iva: 12,4 miliardi. Senza dimenticarsi anche dei 3,6 miliardi di spese indifferibili. Ecco che il conto schizza voce dopo voce verso l'altro, fino ad arrivare a circa 40 miliardi. Metà di questi saranno finanziati in deficit.

Nel conto peraltro non si può inserire con una misura precisa la voce interessi, che resta l'incognita della maggiore. Infatti a seconda della lievitazione dello spread potrebbe arrivare anche sui 9 miliardi (ipotizzando che il differenziale Btp Bund arrivi in area 300 punti). Dopo l'annuncio dell'intesa, lo spread ha fatto un balzo di oltre 30 punti arrivando a 280 punti, prima di scendere un pochino. Il tasso sul decennale torna, dopo alcuni mesi, sopra il 3% al 3,13%. La Borsa dal canto suo è scivolata in modo pesante bruciando circa 22 miliardi di capitalizzazione. A finire sotto tiro sono in particolare i bancari con perdite comprese tra il 9,43% di Banco Bpm e il 6,73% di Unicredit.

Gli attriti con la UE


Lo sforamento del deficit ci sarà, quindi, anche se non si arriverà alla soglia del 3% tanto temuta dai mercati. Soli il 2,4% per il prossimo triennio (contro l'1,6% previsto). Resta il fatto che il rapporto con la UE non sarà certo rose e fiori. Il ministro dell'economia Tria, dopo un lunghissimo braccio di ferro con il premier pentastellato Di Maio, dovrà andare a Bruxelles a spiegare questi numeri alla Ue lunedì all'Eurogruppo. Peraltro la Commissione europea ha già sottolineato, attraverso Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, che l'Italia così non rispetta le regole. Insomma la Legge di Bilancio del 2019 non ha ancora visto la luce, ma già si parla di una possibile bocciatura da parte della Commissione europea.

martedì 25 settembre 2018

BCE, Draghi ribadisce: "le parole del Governo hanno fatto danni"

Il numero uno della BCE, Mario Draghi, è tornato a parlare della situazione economica dell'Italia e dell'affermazione fatta qualche giorno fa: "le parole hanno fatto danni".

Le risposte di Draghi a difesa della BCE

Draghi spiega di aver detto quelle cose "perché le famiglie e le imprese pagano tassi più alti di prima". Il capo dell'istituto centrale europeo evidenzia inoltre che per le famiglie sono anche saliti i tassi sul credito al consumo, mentre "per i mutui il processo è più lento". Questo fenomeno è tipicamente italiano, mentre altrove non si è verificato. Inoltre circa le imprese, il capo della BCE specifica che hanno "garanzie e clausole contrattuali diverse da quelle degli altri Paesi, che pagano ai tassi di prima o anche più bassi".

A chi ha accusato la BCE di usare pesi e misure differenti tra i vari paesi (soprattutto Italia e Germania), Draghi difende strenuamente il proprio istituto: "non è vero, punto e basta". La dimostrazione è che la Bce non ha fornito prestiti, ma ha comprato i titoli sovrani in ogni Paese a seconda della chiave di sottoscrizione dei capitali della Bce. Il vertice della Eurotower ha precisato che "facciamo una politica monetaria in tutti Paesi, non in uno o in un altro". A chi gli chiedeva se fosse il caso inserire dei limite ai pagamenti della Bce, il banchiere italiano a risposto che una scelta simile "sarebbe fatale" per l'eurozona, "non avrebbe nessun senso".

La BCE e la crisi

Parlando del percorso fatto dalla Eurotower a partire dalla crisi cominciata un decennio fa, Draghi sostiene che si stanno raccogliendo i frutti di tanti sforzi, ma che comunque il lavoro non si può ancora dire che sia finito. I frutti di cui parla il capo dell'istituto di Francoforte sono la crescita positiva da oltre 5 anni, la disoccupazione che è al minimo da novembre 2008 nonché l'aumento del reddito disponibile delle famiglie al livello più alto da 10 anni.

Riguardo ai futuri comportamenti di politica monetaria, Draghi conferma l'intenzione della BCE di cessare il quantitative easing a partire dal prossimo mese. Tuttavia ha precisato ancora una volta che è necessario che i dati in arrivo confermino le previsioni a medio termine dell'inflazione. Inoltre ha ribadito che malgrado la fine del QE, non vuol dire che "la nostra politica monetaria cesserà di essere accomodante".

mercoledì 11 aprile 2018

Alitalia, tre offerte di acquisto. Ma serve anche un nuovo Governo

La partita per dare un futuro ad Alitalia continua ad essere complicata. Il destino della compagnia aerea infatti è legato anche alla formazione di un nuovo Governo in tempi celeri. Finché non ce ne sarà uno, sarà dura arrivare a vedere una schiarita sotto il cielo di Fiumicino. La procedura di vendita avrebbe come scadenza il prossimo 30 aprile, ma il Governo uscente non se ne può occupare e così con ogni probabilità dovrà spostare i termini a dopo l'estate, se non addirittura a fine anno.

Tre offerte per Alitalia

Nel frattempo i tre Commissari continuano nell'opera di risanamento, che passa adesso per il vaglio delle offerte. Alle ore 16 di martedì 10 aprile 2018 i soggetti interessati hanno presentato la loro documentazione per accedere alla gara. Plichi che sono stati presentati allo studio notarile associato Atlante Cerasi di Roma. Nei prossimi giorni i Commissari Straordinari di Alitalia cominceranno ad esaminare tutto il materiale.

Dovrebbero essere tre le proposte sul tavolo: Lufthansa, easyJet e forse gli ungheresi di Wizz Air (che però sono interessati solo al settore corto medio raggio). Tra queste easyJet non procede da sola, ma come parte di un consorzio che forse comprende anche gli americani di Delta Air Lines, Air France-KLM e il fondo americano Cerberus.
Chiunque dei tre dovesse farcela, ha in mente un passaggio necessario: liberare la compagnia di costi e debiti. Il che si traduce essenzialmente in un corposo taglio dei dipendenti, visto che quelli già numerosi effettuati dopo i precedenti fallimenti non bastano.

Questo scenario è la nota indigesta alle forze politiche uscite vincitrici dalle urne, Lega e Cinquestelle, che vorrebbero salvare Alitalia ricorrendo ad una sorta di nazionalizzazione e al doppio Hub, Fiumicino e Malpensa. Tuttavia, questa ipotesi è considerata difficile da praticare anche perché comporterebbe una dispersione di risorse, che non farebbe che aggravare il problema degli alti costi del personale. Inoltre la gestione del doppio Hub sarebbe possibile solo con una consistente flotta di aerei, mentre Alitalia negli ultimi anni è scesa da 250 a 143 aerei.

martedì 9 gennaio 2018

Sterlina, reazione blanda dopo il rimasto del governo May

I mercati hanno reagito in modo tiepido al rimpasto di Governo nel Regno Unito. La May più che stravolgere il suo Esecutivo ha soltanto ricollocato alcune posizioni. Malgrado questo la sterlina è andata leggermente al rialzo contro l'euro, ed anche oggi sale leggermente. Il Primo Ministro britannico ha confermato in blocco i ministri di primo piano (Esteri, Interni, Brexit, Tesoro). La novità maggiore invece è la nomina di Brandon Lewis a presidente del partito conservatore. Peraltro il suo annuncio è stato condito da una grossolana gaffe, visto che al suo posto era stato annunciato Chris Grayling - altro fedelissimo della May - come nuovo presidente dei Tories. Il tweet è stato subito cancellato ma la figuraccia è stata fatta.

Alla fine l'impressione che se ne è ricavata è quella di una May molto debole. Se la premier sperava di riaffermare la sua autorità dopo il disastroso risultato elettorale di giugno, non c'è affatto riuscita. Anche per questo i mercati hanno reagito in modo freddo. Se non è stata penalizzata la valuta britannica nella sessione di lunedì, è solo perché l'euro (nonostante i dati macro in gran parte favorevoli) è rimasto debole a causa dei timori per le difficoltà nei colloqui di coalizione in corso in Germania, che sono in corso da settembre 2017. Il cambio GBP / EUR si è aperto nella regione di 1.1275, chiudendo successivamente più in alto intorno a 1.1336 di sera come visto sulla nostra piattaforma di trading (qui c'è la guida Markets.com cos'è come funziona).

Le prospettive a breve della sterlina

Come detto, anche oggi si assiste a un lieve rialzo della valuta britannica, ma comunque i trader sembrano molto cauti nell'impegnarsi nel cross GBP / EUR. Il punto è che la riorganizzazione dell'esecutivo sta ancora andando avanti. Non è ancora stata creata una posizione di "ministro per il commercio". Se ciò dovesse avvenire oggi, allora la sterlina potrebbe calare bruscamente poiché suggerirebbe che la possibilità di lasciare l'UE senza un accordo è ancora sul tavolo. Tenetelo a mente, se stato osservando la classifica piattaforme di trading online perché pensate di tuffarmi nel mercato.

Dal punto di vista macro, le prossime notizie economiche in arrivo dal Regno Unito saranno l'annuncio della bilancia commerciale (mercoledì mattina) che dovrebbe segnalare un deficit commerciale considerevole. Se così fosse, allora la sterlina potrebbe risultare penalizzata e innescare un calo del tasso di cambio GBP / EUR, a seconda che i trader considerino questo un risultato di instabilità legata alla Brexit. Occhio invece al dato del PIL tedesco (uscirà giovedì). Se dovesse crescere secondo o oltre le attese, allora ciò potrebbe innescare un rally dell'Euro.

martedì 12 dicembre 2017

Banche, l'Italia taglia le commissioni su impulso della UE








Sarà più conveniente utilizzare il bancomat in Italia. Su impulso della UE infatti il nostro governo ha deciso di ridurre le commissioni interbancarie sulle transazioni elettroniche, come quelle effettuate tramite Bancomat e carte di credito. Il taglio scatterà da aprile 2018. Fino ad ora i dettami della Unione Europea erano stati sostanzialmente ignorati, ma adesso il decreto legge dà un taglio forte alle commissioni.

L'entità dei tagli per le banche


Si passa infatti da una media di 0,50% a un tetto di 0,20% per carte di debito e prepagate. La media precedente dello 0,70% per le carte di credito scende invece al 0,30%. Usare il bancomat sarà quindi più conveniente, ma ci sono ancora dei problemi da risolvere. Anzitutto, bisogna dare una risposta alle associazioni dei commercianti, secondo i quali non viene incoraggiato l'utilizzo degli stessi visto che non è previsto alcun beneficio alle imprese.

I dubbi



In secondo luogo, anche se il consumatore ha il diritto di pagare con Bancomat o carta, non è ancora chiaro cosa succede se l'esercente dovesse rifiutarsi di dare luogo alla transazione. L'ipotesi di introdurre delle sanzioni non piace affatto a Confcommercio, che la ritiene assolutamente penalizzante. Infatti le commissioni sono solo una parte della intera catena dei costi. Confcommercio inoltre sottolinea che è falso parlare che ci sia una mal disposizione da parte delle imprese riguardo ai POS, visto che in Italia ci sono più installazioni che in Francia e in Germania.

Quello che è certo è che con la nuova legge le banche non potranno più appellarsi agli alti costi sul mercato interbancario. Ma - sottolinea Confesercenti - la misura diventerà positiva solo se il beneficio si trasmetterà alle imprese e ai consumatori. Ad esempio, aumentando la concorrenza dovuta a prestatori non bancari di servizi, che dovrebbe mettere sotto pressione i prezzi creando quindi un vantaggio per i consumatori stessi.

sabato 16 settembre 2017

Banche, il Governo vara il tetto alle commissioni su bancomat e Carte credito

Altro cambio per il mondo delle banche, dopo una riunione lampo (meno di mezz'ora) del Consiglio dei ministri. Per recepire la direttiva dell’Ue del 2015 sui servizi di pagamento nel mercato interno, il Governo ha infatti deciso che la commissione interbancaria per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata non potrà andare oltre il limite massimo dello 0,2% per i bancomat, elevabile a 0,3% per le carte di credito.

Cosa cambia per le banche


Per promuovere l'utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, viene poi confermato e generalizzato il divieto di applicare un sovrapprezzo per l'utilizzo di un determinato strumento di pagamento (cd. divieto di surcharge). Questo dovrebbe semplificare il pagamento con carte di credito anche di piccoli importi (tipo caffè al bar, giornale in edicola, biglietto dell’autobus) che attualmente vengono fatti solo in contati. La norma inclusa in un decreto legislativo dovrà però passare al vaglio del Parlamento - in via consultiva - prima di entrare in vigore.

Non c'è però nessun accenno alle eventuali sanzioni per chi non accetta pagamenti elettronici, cosa che dovrebbe esserci in un provvedimento che vedrà la luce entro i prossimi mesi. Molti esercenti (tramite le loro associazioni) hanno però fatto sapere che ci sarà battaglia contro l'ipotesi delle multe comprese tra i 10 e i 30 euro.

In realtà il tema resta ancora complesso. C'è un esempio di pochi anni fa che lo dimostra. Per agevolare il pagamento elettronico, ai distributori di carburante fa reso esente da commissioni l'utilizzo dei Pos. Questa misura incontrò la pronta risposta delle banche, che ritirarono immediatamente tutti i dispositivi perché non potevano più lucrare sul loro utilizzo. Va precisato inoltre che la norma va a intervenire sul rapporto tra le banche emittenti di carte e i gestori dei dispositivi. I primi vengono pagati dai loro clienti, i secondi scaricano le commissioni sui negozianti utilizzatori del Pos. Il punto è che American Express e Diners sono le uniche ad emettere carte di credito/debito e ad essere anche gestori di Pos, e per questo motivo spesso vengono rifiutate dagli esercenti.

mercoledì 2 agosto 2017

Imprese al Sud, il decreto che le agevola è legge

E' arrivato il disco verde per il decreto sul Mezzogiorno. E' infatti passato con 276 voti favorevoli e 121 contrari alla Camera. Lo scopo della norma è quello di introdurre delle agevolazioni nelle regioni del Meridione: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le misure per agevolare le imprese

lavoro impresaNello specifico è stata introdotta una misura ("Resto al Sud") che consentirà ai giovani meridionali under 35 con buone idee imprenditoriali di svilupparle nel proprio territorio. Oggi come oggi invece chi vuole avviare un'impresa deve spendere circa 5000 euro. Nel Regno Unito solo 17 "Un'occasione per l'Italia", l'ha definita il premier Paolo Gentiloni su Twitter.

I fondi stanziati

Grazie a questo decreto verranno stanziati quasi 3,5 miliardi per accelerare la ripresa del Mezzogiorno, definendo la cornice normativa per le Zone Economiche Speciali (ZES) che potranno essere individuate dopo il via libera ufficiale della UE sulla base delle proposte che arriveranno dalle stesse Regioni.
Le ZES dovranno contenere almeno un'area portuale, e per loro sono previste delle procedure più snelle sia sotto il profilo amministrativo che per l'accesso alle infrastrutture.

La norma salva-Flixbus

Inoltre nel decreto è stata introdotta una norma che apre al ritorno in pista (anzi, su strada) della compagnia tedesca Flixbus, l'operatore a basso costo nel trasporto di linea su autobus a media e lunga percorrenza. A Flixbus era stato messo il freno perché non utilizza mezzi di proprietà ma si appoggia a società che fanno questo servizio.

Le terre e le aree edificate in abbandono

Va anche segnalata la misura che istituisce la "Banca delle terre abbandonate o incolte". In base ad essa i Comuni dovranno identificare i terreni e le aree edificate che risultino in stato di abbandono da lungo tempo (almeno 10 anni). A seguito di un bando pubblico, questi terreni potranno essere dati in concessione (al massimo per 9 anni) sulla base di un progetto di valorizzazione presentato da giovani tra 18 e 40 anni.
Infine il decreto allunga i termini della Cassa Integrazione Straordinaria, che potrà essere ancora concessa (se le imprese che la adottano sono in aree di crisi industriale complessa) per un periodo di ulteriori 12 mesi, con deroga ammessa non una sola volta ma "per ciascun anno di riferimento" dell'accordo stipulato con il Ministero del Lavoro.

Le zone terremotate

Un ultimo intervento riguarda le zone terremotate. Sono stati infatti stanziati 100 milioni sul Fondo di solidarietà UE per procedere alla rimozione delle macerie nelle aree del Centro-Italia colpite dal sisma dello scorso anno. Il decreto dispone inoltre che le case con danni gravi siano escluse dalla tassa di successione.

lunedì 19 giugno 2017

Aziende: Flixbus riscuote sempre più successo, ma da ottobre sarà fuorilegge in Italia

FlixBus come Uber. Le aziende che promuovono la mobilità innovativa in Italia sono destinate a ricevere i bastoni tra le ruote (è proprio il caso di dirlo) perché vanno a sconvolgere equilibri che durano da decenni. La Flixbus, che consente di viaggiare low cost su strada per tutto il Belpaese, dopo l'estate diventerà infatti fuorilegge per lo Stato Italiano.

La battaglia su Flixbus e la concorrenza tra aziende

flixbusL'azienda tedesca fondata nel 2011 attualmente offre collegamenti a basso costo in 22 Paesi europei, e propone oltre 200 mila collegamenti al giorno. Qui in Italia opera da soli due anni, senza avere neppure un pullman di proprietà, ma sfruttando le collaborazioni con diverse compagnie locali di trasporto, di solito piccole e medie imprese che mettono mezzi, autisti e benzina.
Flixbus invece si occupa delle autorizzazioni per le lunghe tratte e soprattutto del marketing. Proprio questo "potere" gli consente di abbattere i prezzi. Il guaio è che la concorrenza ha agitato le aziende che già lavorano da tempo nel settore, che rischiano di perdere il posto o i profitti.

La decisione del Governo

Ecco allora che il Governo italiano ha deciso di calare la scure sull'azienda tedesca. Nella manovrina infatti è previsto che le aziende che non posseggono mezzi di loro proprietà non possono più operare nel settore. Sostanzialmente sembra proprio una norma ad hoc per ostacolare Flixbus, che chiaramente preannuncia battaglia legale.
L'azienda tedesca ha già presentato e vinto una serie di ricorsi davanti al Tar (ben 4) contro chi la voleva ostacolare. Ma ha sempre vinto proprio perché non è ancora entrata in vigore la manovrina. A ottobre però lo scenario cambierà.

La norma anti-Flixbus non è una novità 

Ci sono moltissime voci discordanti sul la bontà di questo provvedimento, ma visto che ormai è passato non si può più tornare indietro. A meno che non venga approvata una nuova legge sull'argomento in tempi strettissimi. Quasi impossibile.
Va detto che la norma "anti-Flixbus" non è una novità. I primi a proporre lo stop all'azienda tedesca furono un gruppo di senatori pugliesi del centrodestra, ma il loro emendamento dopo molte proteste sui giornali venne cancellato. A maggio però l’emendamento è rispuntato identico, ma sotto matrice Pd, e poi reinserito nella “manovrina” qulla quale è stata posta la questione di fiducia, spingendola di fatto in Senato senza modifiche. Flixbus non potrà più ottenere le licenze per offrire il servizio. un altro schiaffo alla concorrenza.

mercoledì 31 maggio 2017

Lavoro, per l'Ilva previsti 6000 esuberi. I sindacati: "Inaccettabile"

Si fa tesissima la situazione intorno all'Ilva, dopo la notizia che il piano di salvataggio dell'azienda potrebbe comportare fino a 6000 esuberi. Questo era l'unico dato sul quale nessuna delle due cordate interessate ad Ilva si erano finora espresse. E adesso qualcuno comincia a spiegarsi anche il perché. L'incontro tra i sindacati e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha fatto emergere i numeri choc: degli attuali 14.200 dipendenti del gruppo, più di un terzo potrebbe essere tagliato

Il piano delle due cordate sul lavoro

Il piano della cordata Am Investco prevede infatti un massimo di 5.800 unità da tagliare entro il 2023 (la maggior parte a Taranto), anno entro cui dovrà essere completato il piano ambientale. AcciaItalia - l'altra cordata - prevede invece di ridurre l'organico da 14.200 dipendenti a 7.800 nel 2018 con un numero massimo di esuberi pari a 6.400 unità (l'organico dovrebbe poi risalire a 10.800 nel 2014).

Queste proposte sono state definite "inaccettabili" dai sindacati, tanto che i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm si sono detti contrari a queste proposte così come sono state formulate.

Nessun rilancio

Una cosa da sottolineare è che non sarà possibile fare rilanci di offerta. La procedura di vendita infatti coinvolge così tanti aspetti, ivi compreso il piano ambientale e il piano industriale, che diventa incompatibile l'ipotesi di rilancio con i tempi avrebbe stretti entro i quali completare la procedura. Per quanto riguarda il piano di ripresa produttiva, entrambi le cordate puntano forte sui settori automotive, costruzioni, mezzi pesanti e packaging. La questione Ilva continuerà ad essere delicatissima.

La cosa positiva è che - bene o male - una soluzione è stata trovata. Il che era tutt'altro che scontato. Il fatto che comporti grossissimi tagli non deve neppure stupire, dal momento che negli ultimi 4 anni l’Ilva ha fatto ricorso per tre esercizi ai contratti di solidarietà e per un esercizio alla cassintegrazione. tutto ciò ha coinvolto quasi 4000 dipendenti. Significa che un terzo degli operai e dei tecnici è stato considerato non funzionale al perimetro occupazionale e produttivo già da anni a questa parte.

giovedì 13 aprile 2017

Deficit e conti pubblici: le spine del Governo riguardo alla "manovrina"

Il DEF è stato approvato solo ieri dal Consiglio dei Ministri, ma già è oggetto di critiche e di discussioni e spunti di riflessione sul deficit. L'essenza del nuovo documento sta nel mancato aumento dell'Iva, nella correzione strutturale da sei decimali, nei fondi destinati al pubblico impiego e al mercato del lavoro (sotto forma di decontribuzione per neoassunti under 35) e nelle misure di rilancio della crescita e investimenti.

I conti della nostra manovra economica

economiaLa manovrina comporterà l'aggiustamento strutturale da 3,4 miliardi così come chiesto dalla commissione Ue, provocando un rapporto deficit-Pil al 2,1%. Questo rapporto dovrebbe scendere a quota 1,2%, secondo li accordi con Bruxelles.
Tradotto in soldoni: si parla di una correzione de circa 15 miliardi abbondanti, cui però vanno aggiunti altri costi (misure espansive, spese indifferibili, e altro) e pure i 19,5 miliardi di aumenti Iva da sterilizzare. Si arriverebbe così a una cifra choc, come rimarca NewsInWeb Helly.

Tuttavia, questa cifra viene corretta a sua volta da alcuni fattori, alcuni certi e altri probabili. In primo luogo la manovrina appena approvata sortirà i propri effetti anche il prossimo anno, per un paio di decimali di Pil.

La partita sul deficit

In secondo luogo c'è il discorso riguardo al deficit, dal momento che la situazione del nostro debito pubblico è sempre da bollino rosso. Roma e Bruxelles sono alle prese con un braccio di ferro riguardo il limite del fare deficit: oggi è all'1,2%, ma domani si spera che l'EuroZona accetti di salire a quota 1,8%. Dalla misura che si riuscirà a ottenere dipenderà l'entità effettiva della manovra. Per fare un esempio, se si ottenesse dalla Ue la possibilità di fare deficit l’anno prossimo per l’1,8% di Pil, significherebbe finanziare in deficit circa metà (9 mld) della nuova sospensione delle clausole Iva.

mercoledì 1 febbraio 2017

Lavoro, altra mazzata: ILVA metterà metà dei dipendenti in cassa integrazione

Arriva un'altra brutta notizia sul fronte occupazione per l'Italia. Come era ormai nell'aria da diverso tempo, l'ILVA si appresta a fare un deciso passo verso la riduzione dell'occupazione. Per il momento saranno passi solo temporanei, ma non promettono comunque nulla di buono. Ben 5000 dipendenti dello stabilimento di Taranto sono in esubero temporaneo e che usufruiranno degli ammortizzatori sociali, verosimilmente la cassa integrazione straordinaria, a partire da marzo e per almeno un anno.

La drammatica situazione del lavoro

La decisione è stata comunicata dai vertici dell'azienda ai sindacati, in occasione dell'avvio delle consultazioni in vista della scadenza dei contratti di solidarietà (altri ammortizzatori sociali già usufruiti dall'azienda in numero di 3095 unità).
La riduzione della forza lavoro impiegata è una conseguenza delle fermate parziali o anche totali di tutti gli impianti a valle e a monte del ciclo produttivo a caldo di Taranto. con inevitabile riduzione del fabbisogno di risorse umane".

L'Ilva giustifica il tutto con problemi di sostenibilità finanziaria degli oneri derivanti dalla gestione d'impresa, comprendenti gli ingenti costi di adeguamento alle prescrizioni Aia, che hanno progressivamente aggravato la situazione di illiquidità.
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Inoltre l'azienda fa richiamo anche a un'altra causa: "L'attività di impresa è fortemente influenzata dal protrarsi della crisi economico-finanziaria, che ha prodotto un progressivo deterioramento del mercato di riferimento in Europa dopo un ciclo espansivo pluriennale collocabile negli anni 2003-2008".

Chiaramente è stata immediata anche la reazione dei sindacati, che hanno chiesto di spostare la discussione venga trasferita al Ministero per ricercare una concreta risoluzione che sia idonea a salvaguardare l'occupazione negli stabilimenti e il reddito dei lavoratori, minacciando la mobilitazione di tutti i lavoratori nel caso in cui non vengano ascoltati i loro appelli.

mercoledì 23 novembre 2016

Tasse aeroportuali, niente aumento. Il trasporto aereo rilancia: "Vanno abolite"

Forti dell'ottimo risultato raggiunto con il loro pressing sul Governo, adesso le associazioni che rappresentano il trasporto aereo rilanciano, e chiedono l'eliminazione totale delle tasse aeroportuali. Quelle per intenderci che fanno lievitare il costo dei biglietti per gli utenti.

Andiamo per ordine. Il Governo ha definitivamente rinunciato ad aumentare le tasse d'imbarco, misura che venne introdotta a gennaio scorso e che - dopo la sospensione decisa in estate - era previsto che sarebbe stata reintrodotta nella legge di bilancio 2017. Invece non sarà così.

Le associazioni chiedono: via quelle tasse

Le associazioni A4E, Iata e Ibar, ovvero la quasi la totalità dell’industria del trasporto aereo in Italia, hanno applaudito questa scelta e adesso sperano che si riesca ad andare anche oltre, eliminando in modo definitivo queste tasse.

In un comunicato delle associazioni Airlines for Europe, International Air Transport Association e Italian Board Airline Representatives si legge che viene accolta «favorevolmente la definitiva soppressione dell’incremento delle tasse di imbarco aeroportuali», ma anche che questo è solo «un primo passo nella giusta direzione».

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«Quando ad agosto era stata sospesa questa tassa, avevamo espresso il nostro apprezzamento per una decisione che a nostro avviso andava nella giusta direzione. Infatti favorisce piuttosto che scoraggiare, la mobilità. Al tempo stesso produce effetti benefici sul Pil nazionale e sul numero degli occupati nel settore».

sabato 29 ottobre 2016

Carburante: dal 1 gennaio 2017 scattano gli aumenti. Colpa delle accise del Governo

La benzina e il gasolio avranno un prezzo più salato per i consumatori. Dal prossimo 1 gennaio è infatti previsto un rincaro per i carburanti da autotrazione, anche se dovrebbe essere minimo (attorno al mezzo centesimo di euro).

Quanto otterrà lo Stato da rincaro carburante

carburanteIn realtà questo piccolo aumento significa molto, in termini di gettito per il Governo. Anche se a produrlo sarà un esecutivo vecchio, quello di Letta del 2014.
Fu lui infatti a introdurre nella legge di Stabilità del 2014 un aumento delle accise sul carburante programmato per il biennio 2017-2018, in modo tale da reperire risorse aggiuntive rispettivamente di 220 e 199 milioni di euro.
L'importo di questo aumento sulla tassazione dei carburanti dovrà essere determinato con precisione dal Direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Italia al top in Europa per costo del carburante

«La speranza - dicono dall'ufficio studi della Cgia - è che con la legge di Bilancio 2017 l'Esecutivo sterilizzi questo rincaro, perché il prezzo del carburante rimane elevato malgrado il prezzo del petrolio sia molto contenuto. Questo succede proprio per via dell'alto livello di tassazione, che su un pieno di benzina incide per il 69 per cento e in quello di gasolio per il 67 per cento. In entrambi i casi siamo al top in Ue».