sabato 28 luglio 2018

Criptovaluta per l'Iran, così vuole eludere l'embargo USA

L'Iran ha trovato la risposta alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti in una criptovaluta. Proprio una criptovaluta infatti dovrebbe essere utilizzata per eludere l'embargo imposto da Washington. Una criptomoneta sostenuta ovviamente dallo Stato stesso. Con essa Teheran prevede di poter trasferire denaro da e verso qualsiasi parte del mondo, eludendo in tal modo gli effetti di quelle misure che - secondo la Repubblica Islamica - mirano a paralizzare il paese.

L'Iran e la criptovaluta del Venezuela

L'Iran potrebbe così seguire presto l'esempio del Venezuela, che ha sviluppato una propria criptovaluta crittografata - il Petro - nel tentativo di rilanciare la sua economia e arginare l'inflazione che secondo il Fmi potrebbe presto raggiungere l’1 milione per cento. Il progetto del governo iraniano di creare una “moneta crittografica nazionale” sarà inizialmente utilizzato solo per compensare le transazioni bancarie, ma sarà successivamente esteso al grande pubblico.

La cosa davvero curiosa è che appena pochi mesi fa proprio l'Iran aveva vietato Bitcoin e le altre valute criptiche nel paese, dal momento che le riteneva alimentatrici di riciclaggio di denaro e terrorismo. Si tratta peraltro di considerazioni che chi sa come funziona trading Bitcoin Italia, ha già sentito negli ambienti di tutta la finanza globale.

Tutto questo avviene mentre le criptovalute hanno vissuto un'altra settimana positiva sui mercati, che ha alimentato le aspettative del mercato per una ripetizione dell'ondata verificatasi alla fine del 2017. Molti trader si sono rituffati in questo mercato (qui ci sono esempi swing trading strategia forex). Tuttavia questo atteso rally si è spento di fronte al nuovo rifiuto da parte della SEC di un ETF Bitcoin sostenuto dai gemelli Winklevoss. Dopo questo evento, le principali monete virtuali hanno fatto dietrofront. Bitcoin è risceso sotto 8000 dollari, Ethereum viaggia a 460 dollari (-3,4%), Ripple a 0,4483 dollari (-2,3%).

giovedì 26 luglio 2018

Commercio e dazi, raggiunta la tregua tra UE e USA

La tanto sperata tregua tra UE e Trump sulla questione dazi è finalmente arrivata. Tra le due sponde dell'Atlantico è stato ricucito in parte lo strappo sul commercio, raggiungendo un accordo per regolare i reciproci rapporti. Il presidente UE ha ottenuto una apertura (specie sui temutissimi dazi sulle auto), Trump dal canto “incassa” dall’Unione europea una serie di garanzie. Bruxelles infatti si impegna a ridurre i dazi industriali (in particolare sull’auto) e ad aumentare l’import su alcuni prodotti agricoli e lavorare sull’export di gas naturale.

La soddisfazione dopo l'accordo sul commercio

Che sia il preludio a una vera pace circa il commercio però è tutto da vedere. Di sicuro è stato fatto un primo passo per disinnescare un po' di tensioni commerciali con gli Usa. «Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa, una fase di stretta amicizia, di forti relazioni commerciali nella quale vinceremo entrambi, una fase di più intensa collaborazione per la sicurezza globale, la prosperità e la lotta congiunta al terrorismo», ha detto Trump dopo l'incontro. Dal canto suo anche Juncker è uscito dal summit molto soddisfatto, visti anche i fallimenti precedenti di Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

Il futuro fa sicuramente meno paura, ma restano aperti molti fronti caldi. Anzitutto bisogna vedere se Trump sarà disposto a sospendere misure già imposte sui metalli e se sia interessato davvero a una tregua, tenuto conto che a novembre ci saranno le elezioni congressuali di metà mandato, e potrebbe giovargli il suo volto da uomo duro che non si piega ai compromessi. Ricordiamoci che tra gli elettori repubblicani il 73% approva tuttora la politica commerciale aggressiva della Casa Bianca. Dall'altra parte però si sono mondo aziendale e il Congresso USA, che sono più propensi ad ammorbidire i toni dello scontro con la UE.

Dove ci porterà questa nuova fase delle relazioni tra USA e UE non si sa, ma è sicuramente positivo che per il momento Washington e Bruxelles abbiano ripreso a dialogare.

martedì 24 luglio 2018

Yuan in calo: debolezza propria o colpa del dollaro?

Una delle valute maggiormente sotto pressione negli ultimi tempi è stato lo yuan. Dalla fine di giugno la valuta cinese ha ceduto oltre il 2% nei confronti del dollaro. Chiaramente questo ha allertato gli investitori, che temono possa ripetersi quanto accaduto nel 2015, quando Pechino decisa a sorpresa di procedere a una forte svalutazione della propria moneta, innescando un forte scossone sul mercato.

Lo yuan oggi e nel 2015

Forse questa preoccupazione è eccessiva, dal momento che rispetto al 2015 la correzione dello yuan non rischia di dare luogo a una crisi sistemica. Infatti le autorità monetarie di Pechino hanno maggiore capacità rispetto ad allora di gestire i mezzi per scongiurare la fuga di capitali dal paese. Sotto questo aspetto, è interessante osservare che le riserve valutarie non hanno fino a questo momento evidenziato segnali di deterioramento (per vederlo basta osservare i dati macro su uno qualunque dei migliori broker online affidabili).

Però resta il fatto che lo yuan preoccupa. Il rischio di una escalation della guerra commerciale ha alimentato le vendite sulla valuta cinese. Tuttavia bisogna considerare che il rapporto di cambio col dollaro è sceso non tanto per la propria debolezza dello yuan, quanto per la grande forza della valuta americana. Quest'ultima infatti è stata capace di rivalutarsi da metà aprile del 5% rispetto all’euro e, più in generale, su tutte le principali divise internazionali.

Consiglio: se cercate un buon broker, non scegliete solo in base ai migliori bonus forex senza deposito.

Dati macro

Insomma, più che un effetto delle politiche commerciali americane, la discesa dello yuan è una fisiologica conseguenza della forza dell'USD. In tale ottica sarà molto interessante il dato in uscita venerdì riguardo la lettura del PIL statunitense relativo al secondo trimestre, che dovrebbe evidenziare un raddoppio del tasso di crescita. Quest'ultimo infatti dovrebbe passare dal 2% del primo trimestre al 4% del secondo, grazie a una impennata dei consumi.