Visualizzazione post con etichetta cina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cina. Mostra tutti i post

giovedì 15 gennaio 2026

Banca Centrale della Cina, un istituto dalle grandi peculiarità

Nel mondo occidentale siamo abituati a pensare che una banca centrale, visto l'importante ruolo che riveste, abbia come caratteristica distintiva quella di essere un ente indipendente ed autonomo. Non vale questo discorso per la Banca Centrale della Cina, che è un istituto di proprietà dello Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Ruolo e compiti della banca centrale della Cina

L'istituto di Pechino venne istituito nel 1948, dopo la vittoria del Partito Comunista Cinese e la creazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Gli obiettivi principali perseguiti dalla banca centrale della Cina sono quelli di salvaguardare la stabilità dei prezzi, inclusa la stabilità del tasso di cambio dello Yuan rispetto ad altre valute principali (soprattutto il dollaro), e promuovere la crescita economica del paese.

La banca centrale della Cina inoltre punta anche a realizzare delle riforme finanziarie, come condurre lo sviluppo del mercato. La PBOC rappresenta in via ufficiale la Cina nelle organizzazioni finanziarie internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale - FMI, la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo (BAsS).

Gli strumenti dell'istituto

Per realizzare i suoi scopi, la banca centrale della Cina utilizza un insieme di strumenti che è più ampio rispetto a quelli che sono maneggiati dalle altre banche centrali come la Federal Reserve e la BCE

Le armi principali di politica monetaria sono la manovra del Reverse Repo Rate (RRR) a sette giorni e del Loan prime Rate (LPR, la cui modifica incide direttamente sui tassi per prestiti e mutui a famiglie e imprese), il Medium term Lending Facility (mlf), gli interventi sul cambio estero e il reserve requirement ratio.

Chi governa la Banca Popolare Cinese?

Essendo un'istituzione di proprietà dello Stato, la banca centrale della Cina non gode di autonomia politica. Anzi, è obbligata ad attuare le politiche del Partito Comunista Cinese sotto la direzione della sua Commissione finanziaria centrale. Il segretario del comitato del Partito Comunista cinese, nominato dal Presidente del Consiglio, esercita un'influenza enorme sulla gestione e sulla direzione della Banca Popolare.

martedì 12 agosto 2025

Tariffe commerciali, Trump a lunga di tre mesi la tregua con la Cina

La data del 12 agosto era guardata con grande timore da parte dei mercati, dal momento che sarebbero dovuti entrare in vigore le tariffe commerciali contro la Cina. Un colpo di coda finale, Donald Trump ha però firmato un ordine esecutivo che allunga la tregua commerciale con Pechino per altri tre mesi, fino al 9 novembre.

Nuova speranza per disinnescare le tariffe commerciali

Washington e Pechino avranno altri 90 giorni di tempo per negoziare un accordo definitivo sulle tariffe commerciali, che altrimenti sarebbero state subito al 145% (l'export cinese verso gli USA) e al 125% (l'export americano Verso la Cina).  

Al momento invece i dazi rimangono decisi giunto a maggio, tariffe al 30% sui beni cinesi e al 10% su quelli Made in USA.
La nuova scadenza per raggiungere un'intesa è fissata proprio prima dell'impennata delle importazioni in vista del periodo natalizio.

Il mercato sorride ma resta dubbioso

È chiaro che aver scongiurato il pericolo maggiore ha rincuorato i mercati (le Borse UE sono positive dopo l'annuncio), che in ogni caso restano nell'incertezza riguardo a ciò che accadrà in futuro con le tariffe commerciali (non solo riguardo ai rapporti USA- Cina). 

Per adesso la proroga della tregua allenta i timori di una possibile nuova escalation, ma i nodi da sciogliere rimangono ancora tanti (si pensi alla tutela della proprietà intellettuale, agli aiuti di Stato e alle limitazioni alla vendita di tecnologie sensibili) e nessuno può immaginare che cosa accadrà in futuro.
Lo stesso Trump è rimasto sul vago nel parlare alla stampa, limitandosi a dire "Vedremo cosa succederà".

USA, Cina e Russia

La questione delle tariffe commerciali si intreccia anche con la questione della guerra in Ucraina, e quindi con la Russia. Infatti Pechino è un acquirente importante del petrolio russo e Trump vorrebbe interrompere o quantomeno ridurre notevolmente questo legame. In una partita analoga, quella con l'India, Trump ha imposto dazi secondari al 25% per gli acquisti di Nuova Delhi sul mercato petrolifero russo. Con la Cina potrebbe fare altrettanto.

mercoledì 5 febbraio 2025

Mercato finanziario nervoso sulle tensioni commerciali tra USA e Cina

Sono giorni intensi per la Cina, tra dati macro che stanno arrivando e il tema della battaglia commerciale con gli USA. Situazioni che rendono nervoso il mercato finanziario, alimentando la volatilità sui listini azionai e anche sullo yuan.

I temi caldi per il mercato finanziario

Martedì, la Cina ha imposto tariffe su alcune importazioni statunitensi tra cui petrolio, gas, carbone, automobili e attrezzature agricole, a partire dal 10 febbraio. Ha inoltre lanciato un'indagine antitrust su Google. Tutto questo per rispondere alle tariffe del 10% annunciate da Trump su tutte le merci cinesi.

Con la disputa commerciale che si approfondisce, il mercato finanziario spera che i leader delle due più grandi economie del mondo possono concludere un accordo per evitare una escalation tariffaria.

I dati macro deludenti

Intanto sul fronte economico, il PMI composito cinese è sceso a 51.1 a gennaio (fonte Pocket Option Italia) toccando il livello più basso da settembre. Il rallentamento è stato guidato da una crescita più debole nel settore dei servizi, nonostante un'attività manifatturiera più forte. Il PMI dei servizi elaborato da Caixin/S&P Global è sceso a quota 51,0 punti a gennaio 2025 dai 52,2 precedenti. Il valore rimane sopra la soglia chiave dei 50 punti, che segnala una espansione dell'attività, ma delude le attese degli analisti che indicavano un aumento a 52,3 punti.
Nel frattempo, l'occupazione è diminuita per il secondo mese consecutivo a causa di dimissioni e licenziamenti.

L'andamento di Borsa e Yuan

Il mercato azionario cinese (alla riapertura dopo una vacanza di una settimana) ha reagito con un calo. L'indice composito di Shanghai è sceso dello 0,65% per chiudere a 3.229 punti. I titoli peggiori sono stati Zhongji InnoLight (-14,4%), FoxConn Industrial (-6,8%) ed Eoptolink Technology (-18,5%).

Sul fronte valutario invece lo Yuan offshore è scivolato a circa 7,29 per dollari, dopo due sessioni consecutive di guadagni, innescando le vendite impostate con il trailing stop loss. La debolezza dello Yuan è stata parzialmente compensata dalla banca centrale, che è intervenuta impostando il fix a 7,1693 per dollaro, più forte del livello 7,20.

lunedì 16 dicembre 2024

Industria del pomodoro italiano a rischio per via di clima e concorrenza

Ci sono due fattori che negli ultimi tempi stanno provocando grosse difficoltà all'industria del pomodoro italiano, uno dei comparti che rappresentano il made in Italy nel mondo. Si tratta dei problemi legati al cambiamento climatico e quelli innescati dalla feroce concorrenza (soprattutto sleale) di paesi extraeuropei.

L'importanza economica di questa industria

Quando parliamo dell'industria conserviera italiana ci riferiamo a uno dei fiori all'occhiello della nostra economia. Siamo la terza al mondo per importanza dopo Cina e Stati Uniti. Il fatturato complessivo è di circa 5,5 miliardi di euro, e la produzione italiana è pari a 5,3 milioni di tonnellate l'anno. 

A livello occupazionale l'industria del pomodoro consente di occupare 10.000 addetti fissi ed altri 25mila stagionali. In più bisogna anche aggiungere tutto il valore relativo all'indotto. Parliamo quindi di un settore chiave per la nostra economia.

La minaccia

Negli ultimi tempi però la situazione si sta facendo sempre più difficile, mettendo in gioco lo stesso futuro di questo comparto. Anzitutto il cambiamento climatico che rende sempre più difficile la produzione di pomodoro. Una situazione che viene aggravata anche dalla precaria situazione delle nostre infrastrutture idriche, che sono deficitarie.

La concorrenza cinese

Ma è soprattutto la minaccia rappresentata dalla concorrenza sleale ad essere quella più grave. Non tutti infatti rispettano le regole di sostenibilità ambientale e sociale. In particolar modo la produzione cinese, che in questo modo abbatte notevolmente i costi e invade i mercati con pomodori di dubbia qualità, che tuttavia trovano largo utilizzo per alcune passate ed ampio spazio sugli scaffali.

Non è un caso che la Cina ha incrementato la produzione di pomodoro del 31% nell'ultimo anno, e addirittura del 68% rispetto al 2022, mentre nello stesso periodo di tempo Stati Uniti e d'Italia hanno perso diversi punti percentuali di produzione. Per questo motivo da più parti si chiede che venga estesa a livello europeo l'obbligatorietà di riportare in etichetta la zona di coltivazione ed il paese di lavorazione del pomodoro utilizzato per le passate.

mercoledì 10 aprile 2024

Mercato dell'auto, la Cina si prende lo scettro dell'export

I dati finali riguardo alle vendite e alle esportazioni avvenute nel corso del 2023 nel mercato dell'auto, ci raccontano che il paese con il maggiore export è la Cina. Ma sorprendentemente, questo boom non è affatto legato all'auto elettrica.

Lo sprint delle aziende cinesi sul mercato dell'auto

E quanto mai attuale il problema della feroce concorrenza che i player cinesi stanno facendo alle grandi aziende europee, che adesso si vedono minacciate anche nel loro continente (basta pensare al caso della BYD che aprirà una fabbirca in Ungheria).

Quello che sorprende è che non è il settore dei veicoli a trazione elettrica ad aver dato lo scettro dell'export alla Cina, bensì le vecchie tradizionali auto a benzina.

Un bel grazie alla Russia

Se le esportazioni cinesi nel mercato dell'auto sono le più numerose al mondo lo si deve in gran parte alla Russia, che è la prima destinazione dei veicoli prodotti dal paese del grande Dragone.
Dopo che Mosca ha deciso di invadere l'Ucraina, paesi come Germania e Stati Uniti hanno bloccato il commercio con Mosca. In questo vuoto si è tuffata la Cina.

Nel corso del 2023 le vendite cinesi sul mercato dell'auto russo sono cresciute del 58%. Se il primo paese che esportava veicoli a Mosca era la Germania (seguita dal Giappone) nell'ultimo anno la Cina ha piazzato il sorpasso e consolidato il proprio dominio sul mercato.
Le vendite cinesi nel mercato dell'auto russo erano appena al 10% del 2021, oggi sono arrivate al 70%. Il valore economico dell'export è cresciuto di cinque volte arrivando a 5,6 miliardi di dollari.

Il settore elettrico

Se le auto a benzina hanno trascinato l'export della Cina, nel settore delle auto elettriche Pechino continua ad avanzare. La cinese BYD ha soffiato lo scettro a Tesla come più grande produttore al mondo, superando 500.000 veicoli venduti nel quarto trimestre del 2023. La corsa di BYD si sta espandendo anche in Europa, perché prezzi più bassi e tempi di consegna più rapidi sono fattori che allettano il mercato di tutto il mondo.

Stesso discorso per Aiways, produttore cinese specializzato in veicoli dotati di intelligenza artificiale. E’ stato il primo a lanciare un suv elettrico in Europa e ad aprire una filiale a Monaco di Baviera, dove si trova il più importante mercato europeo dell’auto.

martedì 21 novembre 2023

Tassi di interesse, la Cina lascia tutto com'è

In uno scenario complessivamente povero di dati macroeconomici, questa settimana è cominciata però con un importante appuntamento con la banca popolare cinese (PBoC), chiamata a decidere se cambiare o meno il livello dei tassi di interesse a medio termine.

La PBoC e i tassi di interesse

L'istituto centrale non ha sorpreso i mercati, scegliendo di confermare il livello dei tassi di interesse a medio termine. Il Loan Prime Rate, ossia il tasso primario di prestito a un anno (LPR) che è il riferimento per i finanziamenti a famiglie e imprese, è stato lasciato al minimo storico di 3,45%.

Il tasso a 5 anni, che è il riferimento per per i mutui, è stato a sua volta lasciato al 4,2%. Si tratta del quinto mese consecutivo in cui questo tasso viene confermato.
La PBoC aveva confermato settimana scorsa i i tassi interbancari a medio termine.

I problemi della banca centrale

La banca centrale cinese si trova in una situazione complicata. I dati macro riguardanti l'attività economica in ottobre sono stati contrastati, mentre le autorità hanno continuato a fornire misure di stimolo per la crescita. La PBoC però non può tagliare i tassi di interesse per stimolare a sua volta la crescita economica, perché il divario dei rendimenti reali rispetto agli USA si amplierebbe, con il rischio di innescare una fuga di capitali e mettere pressione sullo yuan.

NB. Si può negoziare la valuta cinese anche sui opzioni binarie broker Europa.

Lo Yuan respira un poco

A proposito di Yuan, negli ultimi giorni la valuta cinese si è rafforzata rispetto al dollaro. Il cambio USDCNH è sceso a 7,16 (con l'indicatore RSI che è uscito dalla zona di ipercomprato), toccando un livello che non si vedeva da circa 3 mesi. 

Va precisato però che questa ripresa dello yuan si lega più che altro alla fiacchezza del biglietto verde americano, dopo che i dati sull'inflazione hanno fatto capire che probabilmente la FED non alzerà più i tassi di interesse, ed anzi potrebbe cominciare a tagliarli verso metà del 2024.
La valuta cinese ha ottenuto ulteriore supporto anche dalla corsa da parte delle aziende a convertire le loro entrate in dollari in valuta locale.

giovedì 24 giugno 2021

Prezzo dei metalli, la mossa della Cina non entusiasma il mercato

I rincari record del prezzo dei metalli, ha spinto la Cina a passare all'azione attingendo alle sue scorte nazionali. Del resto il Paese del dragone è il principale utilizzatore di gran parte dei metalli industriali, a cominciare dal rame. Inoltre si tratta di materie prime indispensabili per la transizione energetica verso fonti rinnovabili, sulla quale Pechino sta spingendo forte.
Proprio la forte domanda durante la transizione verde, sommata alle scorte basse, hanno causato un forte aumento dei prezzi delle materie prime quest’anno.

Cina spaventata dal rincaro di prezzo dei metalli

Per arginare i forti rincari degli ultimi tempi, il governo ha deciso di avviare la vendita di scorte dai magazzini di Stato. Tra meno di due settimane ci sarà la prima tranche di dismissioni, che riguarderà 100mila tonnellate di metalli, tra rame, alluminio e nickel. L’offerta avverrà il 5 e 6 luglio.

Tuttavia il mercato ha accolto con freddezza l’annuncio di Pechino, sia perché aveva già scontato la notizia, sia per l'importo di questa tranche che viene considerato assai cauto. Non sufficiente quindi a generare un forte impatto sul prezzo dei metalli.

Tuttavia Pechino aveva già indicato di voler frazionare le vendite. Nei prossimi round di dismissioni, potrebbe quindi aggiustare il tiro e mettere in commercio maggiori volumi di metalli industriali delle sue riserve nazionali.

Annotazione: se al posto delle commodities siete interessati a negoziare valute, allora è interessante scoprire quali sono i broker spread bassi forex.

Effetto solo temporaneo

Va anche detto che le misure della Cina possono solo aiutare ad allentare temporaneamente la pressione.

Si prenda il caso del rame. Le riserve cinesi sono stimate in 1,5-2 milioni di tonnellate. Utili per bilanciare potenziali deficit di offerta per quest’anno e il prossimo... a meno che non peggiori la situazione. In quel caso infatti saranno insufficienti. L'azione calmierante sul prezzo dei metalli potrebbe quindi aver effetto a breve termine, ma non a lungo termine.

Nel frattempo i futures sul rame hanno recuperato un poco di terreno, a 4,2 dollari per libbra. Tuttavia i prezzi sono rimasti vicini a livelli che non si vedevano da più di 2 mesi, anche a causa di un dollaro forte. Inoltre molte candele giapponesi figure non promettono nulla di assai positivo per il rame.
La scorsa settimana, i prezzi del rame sono diminuiti del 9,2%, il massimo da marzo 2020, proprio dopo l'annuncio di Pechino di vendere le sue riserve di rame, alluminio e zinco in lotti.

lunedì 12 ottobre 2020

Banca centrale cinese scende in campo per evitare l'ulteriore rally dello Yuan

Dopo il recente rally della sua valuta nazionale (Dollaro-Yuan sui minimi di 17 mesi), la Banca centrale cinese (PBoC) ha deciso di intervenire con alcune misure durante il weekend appena concluso.

Cosa ha deciso la banca centrale cinese

E' infatti scattato il taglio dei margini di liquidità per le operazioni in valute estere. Le società finanziarie quindi non dovranno più accantonare liquidità quando eseguono alcune operazioni in valuta estera. La riduzione decisa dalla Banca centrale cinese, abbassa di fatto il costo della vendita allo scoperto della valuta cinese.
Si tratta di un intervento che va nel senso opposto a quello adottato nel 2018, quando nel pieno della trade war venne posto il coefficiente di riserva obbligatoria del 20%. All'epoca lo scopo era sostenere lo Yuan, rendendo costoso scommettere sul suo ribasso. Oggi lo scopo è opposto.

La mossa della Banca centrale cinese (che comunque ha dichiarato che “continuerà a garantire la flessibilità del tasso di cambio del renminbi", ha sostenuto il rialzo delle azioni cinesi. Lo Shanghai Composite infatti ha aggiunto lunedì 86,39 punti o 2,64% a 3358,47, registrando il suo più grande rally dal 20 luglio, dopo un guadagno dell'1,68% venerdì.

Nota: quelli che sono interessati allo scambio di valute sui mercati, dovrebbero prima scoprire qual è il miglior sito per forex trading in relazione alle loro necessità.

Yuan in discesa dopo la banca centrale

Invece lo Yuan è sceso dopo i recenti mesi di rally, innescati anche dallo slancio della ripresa post pandemia in Cina. Attualmente sembra si stia formando un pattern doppio minimo trading. Nel terzo trimestre, il renminbi ha guadagnato il 4% rispetto al dollaro, il più forte aumento trimestrale degli ultimi 12 anni. Da fine maggio la valuta cinese ha guadagnato oltre il 6% rispetto al dollaro, e negli ultimi giorni ha beneficato anche dalla prospettiva concreta della vittoria del democratico Joe Biden alle elezioni degli Stati Uniti, con miglioramento delle relazioni sino-americane.

Va infine segnalato che la PBOC ha fissato l'USD-CNY leggermente al di sopra di quanto suggerito dalle stime basate su modelli, una politica comunemente utilizzata per suggerire un leggero dispiacere per il ritmo dei guadagni del renminbi.

venerdì 17 aprile 2020

PIL cinese a picco, prima contrazione trimestrale nella storia del Paese

Per la prima volta della storia del rilevamento del Pil trimestrale (cominciata nel 1992), la Cina affronta una contrazione. Sono queste le evidenti cicatrici della pandemia che è partita proprio dal paese del Dragone, che ha portato il governo a chiudere fabbriche, servizi di trasporto e centri commerciali per contenere la diffusione del virus. Lo stesso destino lo seguirà maggior parte degli altri paesi del mondo, alle prese con la stessa emergenza combattuta con le stesse armi.

Del resto appena 3 giorni fa, il Fondo Monetario Internazionale aveva bollato questa emergenza come "una crisi mai vista. La peggiore dalla Grande Depressione del 1930", Secondo i dati del Fondo l'economia mondiale, quest'anno, a causa del Covid-19 e delle sue conseguenze, dovrebbe contrarsi del 3%, percentuale che supera il -0,6% dello scenario successivo alla crisi Lehman Brothers.

I dati sul PIL cinese

economia cineseSecondo i dati resi noti la scorsa notte, l'economia cinese si è contratta del 6,8% tra gennaio e marzo su base annuale. La contrazione è risultata superiore alla stima del 6,5% formulata dagli analisti. Il precedente trimestre la Cina aveva vissuto una espansione del 6%. Su base trimestrale, il Pil è calato del 9,8% nei primi tre mesi dell’anno, contro le previsioni del -9,9% e con la crescita dell’1,5% nel trimestre precedente. L'ultima battuta d'arresto della Cina risaliva al 1976, fine della Rivoluzione culturale, ma quello era un dato riferito all'intero anno.

Indicatori economici in discesa

Gli indicatori economici diffusi nell'ultimo periodo, sono tutti negativi. Le vendite al dettaglio sono calate del 15,8%, dopo il calo del 20,5% del periodo gennaio-febbraio. La produzione industriale a marzo ha fatto segnare un calo mensile dell'1,1% rispetto al tracollo del 13,5% dei primi due mesi dell'anno. Nel primo trimestre, è complessivamente scesa dell'8,4%. Hanno fatto anche peggio le vendite al dettaglio, crollate del 19% nello stesso periodo. L'export cinese è calato a marzo del 6,6% rispetto a marzo 2019, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,9%.

lunedì 13 aprile 2020

Produzione di rame in calo, il prezzo non salirà fino a dopo l'estate

Non sembra destinata a finire presto la grave difficoltà del settore del rame. Almeno fino a metà di quest'anno, le previsioni dicono che la domanda di metallo rosso continuerà ad essere molto debole. Inutile dire che il fattore che ha innescato questa profonda crisi del settore è lo scoppio della pandemia da Covid-19.

La frenata della Cina provoca un calo della produzione

Secondo un'analisi fatta da Capital Economics, a causa dei blocchi e delle restrizioni dovute alla pandemia di coronavirus, il calo della domanda non ha ancora raggiunto il picco. Gli ultimi dati concreti riguardano invece il mese di gennaio, che ha evidenziato una riduzione della domanda del 2,5%. E' chiaro però che i prossimi report saranno ben peggiori, visto che il principale consumatore di rame è la Cina, primo paese duramente colpito dal Covid-19. Nel paese del Dragone si prevede un calo del 16% annuo sul PIL del primo trimestre, e una frenata al 5% nel corso del 2020.

Domanda stabile

Essendo il rame il metallo industriale più utilizzato, la drastica riduzione della produzione colpirà duramente il suo mercato. I vecchi progetti sono fermi, quelli nuovi sono sospesi o comunque ritardati. Se questo è lo scenario dal lato dell'offerta, non si può dire lo stesso dal lato della domanda, che non si è affatto ridotta durante questo periodo. Solo se si verificasse un forte calo nelle produzioni minerarie in paesi come Perù e Cile, allora potrebbe verificarsi un bilanciamento tra offerta e domanda.

Prezzi in declino costante

Dal punto di vista economico, il calo dei prezzi del rame è stato molto intenso. Da inizio anno siamo attorno al 20%. Se a gennaio il rame era quotato 6.165 dollari per tonnellata, adesso siamo sui 4.700 dollari. Tenuto contro che il picco dovrebbe ancora arrivare, secondo Capital Economics il prezzo del rame scenderà ancora, forse fino a 4.000 dollari. Il prezzo potrebbe riprendere a salire soltanto dopo l'estate, quando la parabola di diffusione del Covid avrà imboccato la via della discesa in tutte le maggiori economie mondiali.

lunedì 3 febbraio 2020

Commodities, pesante crollo delle quotazioni sugli exchange cinesi

Era dal 23 gennaio che i mercati cinesi erano chiusi per via delle festività legate al capodanno Lunare. Alla riapertura di oggi, i timori legati alla diffusione del Coronavirus sono esplosi in tutta la loro gravità, innescando un calo fortissimo nel settore delle commodities.

La paura del virus e le commodities

Gli investitori sono sicuri che la diffusione del virus Wuhan avrà un impatto molto forte sulla produzione della seconda economia mondiale, e di conseguenza sulla richiesta di materie prime. Questo spiega il tracollo dei prezzi delle commodities nel primo giorno di contrattazione, dopo la chiusura per le festività del Capodanno lunare. I futures su metalli, prodotti del settore energy ed agricoli sono stati travolti da una ondata di vendite senza precedenti, sui tre principali exchange di materie prime cinesi. Questo ha fatto scattare gli stop agli ordini in corso (qui è spiegato che cos'è un trailing stop).

Gli investitori in questo momento sono a caccia di asset a basso rischio, mentre scappano via da quelli più rischiosi. Il maggiore ribasso ha colpito l’iron ore (minerale di ferro) che ha terminato gli scambi in calo dell’8%. Ma una forte ondata di vendite ha colpito anche rame, greggio ed olio di palma. Chiaramente questo ha inciso sulle quotazioni dei titoli delle aziende produttrici, anch'esse colpite da pesanti cali in Borsa (la peggior perdita dal 2015).

Consiglio: prima di fare investimenti sulle commodities, è bene conoscere alcune tecniche di base, come la strategia breakout trading pullback.

Il crollo della domanda di petrolio in Cina

Va segnalato anche un altro importante evento che riguarda una delle commodity principali, ovvero il petrolio. A causa dei timori del Coronavirus, la domanda di petrolio in Cina è crollata di circa 3 milioni di barili al giorno, pari al 20% del fabbisogno totale. Si tratta probabilmente del più severo shock subito dalla domanda di petrolio dalla crisi finanziaria, nel 2008-2009, e del più repentino dall'attacco alle Torri Gemelle. Nel frattempo le autorità monetarie cinesi si sono impegnate a fornire liquidità ai mercati, mentre la banca centrale ha ridotto i tassi.

martedì 28 gennaio 2020

Mercati valutari: dollaro sui massimi di due mesi, persiste il sentimento di avversione al rischio

Le possibili ricadute economiche del Coronavirus si stanno facendo sentire sui mercati valutari, dove il dollaro raggiunge il massimo di due mesi contro i suoi rivali principali.

Modalità di avversione al rischio sui mercati

Gli investitori temono che la diffusione del terribile virus dalla cittadina di Wuhan possa estendersi sempre di più, provocando forti ripercussioni sull'economia globale. Le scorte globali e i prezzi del petrolio sono crollati proprio a causa del timore che il virus possa danneggiare l'economia già indebolita della Cina, motore di crescita globale. Anche se nelle ultime ore il sentimento del mercato si è più stabilizzato, rimane comunque un approccio risk off.

I mercati valutari sono frenati dall'appuntamento con il meeting della Federal Reserve degli Stati Uniti. Anche così si spiega il passo indietro rispetto al sell-off dei giorni scorsi, anche se è comunque improbabile che ci sia un rimbalzo forte.

Dollar index sui massimi da dicembre

Il Dollar Index, che misura la forza del biglietto verde contro un paniere di 6 valute principali, è salito a 98,01, il livello più alto dall'inizio di dicembre. Il cambio euro-dollaro si sta avvicinando al limite di 1,10 che non oltrepassava al ribasso da un pezzo. Chi adotta strategia e tecniche forex intraday trading, ieri s'è dato da fare per capitalizzare queste notizie in arrivo dal fronte cinese.

Consiglio tecnico: tra le varie metodologie per commerciare le valute, una molto interessante è la strategia ichimoku cloud, che è molto più semplice di quanto possa sembrare a prima vista sul grafico.

Le altre valute sui mercati

Chi sta facendo le spese di questa situazione sono le valute legate alle materie prime come il dollaro australiano e quello neozelandese, e chiaramente anche quella cinese che è direttamente coinvolta nella faccenda. Il rovescio della medaglia sono le valute rifugio, che beneficiano di questo clima di avversione al rischio. Lo Yen giapponese è aumentato nelle ultime cinque sessioni, ed anche il franco svizzero ha piazzato un forte allungo che l'ha portato a un massimo di quasi tre anni contro l'euro lunedì.

venerdì 18 ottobre 2019

Economia cinese mai così male dal 1992. Pesa la lunga guerra dei dazi con gli USA

Erano quasi trent'anni che l'economia cinese non marciava così lentamente. I dati pubblicati oggi dall'Ufficio Centrale di Statistica di Pechino evidenziano una crescita del PIL nel terzo trimestre 2019 al 6%. Un valore che da noi sarebbe entusiasmante, ma per i cinesi è una delusione cocente. Basti pensare che l'anno scorso era cresciuto del 6,6%, e che nonostante una evidenza frenata globale, la fascia indicata come target ufficiale annuale dal governo cinese è tra il 6% e il 6,5%.

I dati sull'economia cinese

Il dato odierno, oltre ad essere una una performance inferiore alle attese (il consensus del Wall Street Journal era al 6,1%), è soprattutto il dato peggiore dal primo trimestre del 1992. Va detto però che secondo l'Ufficio di Statistica cinese l'economia è comunque riuscita a mantenersi su binari di sostanziale stabilità, pur rimanendo "sotto crescenti pressioni, alla luce delle complicate e severe condizioni economiche sia interne sia internazionali, del rallentamento dell'economia globale e delle crescenti instabilità e incertezze esterne”. Un timido segnale di ripresa arriva dal dato relativo alla produzione industriale, cresciuta del 5,8% annuo in settembre, in accelerazione rispetto al 4,4% precedente (minimo dal 2002).

Senza dubbio si stanno sentendo gli effetti del lungo braccio di ferro commerciale con gli stai Uniti, e il raffreddamento sia delle attività manifatturiere sia degli investimenti. Per questo motivo i mercati e guardano con trepidazione all'incontro del prossimo mese tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping, nella speranza che un accordo possa definitivamente porre fine alla lunga disputa tariffaria tra le due maggiori potenze economiche mondiali.

Annotazione: quando si vuole fare trading online, la prima cosa da fare è informarsi bene su come scegliere il broker migliore per le proprie necessità.

Gli effetti sullo yuan cinese

Nonostante il deludente dato sulla crescita, lo yuan ha tenuto botta contro il dollaro USD, ed anche i migliori segnali di trading gratuiti Forex al momento non evidenziano grandi novità. Va precisato che le preoccupazioni per i dati economici USA deboli hanno tenuto basso il biglietto verde. Nel mercato onshore, lo yuan scambiato a 7,0740 per dollaro poco è cambiato nel corso della giornata. Nel mercato offshore, lo yuan è stato quotato a 7,0730 rispetto al biglietto verde.

lunedì 6 maggio 2019

Mercati finanziari scossi dalle nuove minacce di Trump

La settimana dei mercati finanziari s'è aperta con le ripercussioni della nuova tensione USA-Cina. A farne le spese sono stati soprattutto i mercati emergenti, che hanno perso molto terreno contro il dollaro. Chi ne ha beneficiato invece è stato lo Yen, favorito dal suo status di valuta rifugio.

La minaccia di Trump e i mercati finanziari

La nuova miccia è stata innescata da Trump sul finire della settimana scorsa. L'inquilino della Casa Bianca ha infatti minacciato di alzare i dazi sulle merci cinesi, perché secondo lui i negoziatori di Pechino stanno temporeggiando nel soddisfare le sue richieste. Appena venerdì, lo stesso Trump aveva citato i progressi nei negoziati, elogiando il presidente cinese Xi Jinping. Adesso invece questa nuova frizione adesso rischia di far deragliare i negoziati in corso tra Washington e Pechino, ed ha immediatamente acceso i timori dei mercati finanziari.

L'andamento del dollaro

Durante l'avvio delle contrattazioni sui mercati finanziari tra domenica e lunedì, lo yen giapponese - classica valuta rifugio - si è apprezzato fino a un massimo dello 0,75% contro il dollaro (il biglietto verde è scivolato a un minimo di cinque settimane). Per la rabbia di chi adotta una strategia forex spread trading, malissimo invece sono andate le valute emergenti, da sempre più esposte al clima che si respira a livello internazionale. Il Rand sudafricano era arrivato a perdere quasi un punto percentuale contro il dollaro, così come il peso argentino. Caso a parte è la Lira turca, scesa ai minimi da oltre sette mesi per via dell'annullamento delle recenti elezioni e la decisione di tornare alle urne.

L’EUR-USD aveva inizialmente subito un calo, ma in seguito è tornato ai livelli di chiusura di venerdì attorno quota 1,12. Il biglietto verde guadagna invece contro la Sterlina inglese (GBP-USD), in calo di circa lo 0,6%. Come si può vedere sulla migliore piattaforma trading Forex online, l'indice del dollaro (che misura la valuta statunitense rispetto a un paniere di sei principali rivali) è leggermente variato a 97,527.

venerdì 19 aprile 2019

Shopping tax free, in Italia aumento del 13%. Cinesi più spendaccioni di tutti

Nel primo trimestre del 2019, lo shopping "free tax" è andato a gonfie vele in Italia. I turisti insomma hanno speso di più rispetto allo stesso periodo del 2018.

I numeri dello shopping tax free

A evidenziarlo è una indagine specialistica sul settore, che evidenzia l'incremento del 13% degli affari "tax free". Non solo, l'altra buona notizia è che in media il singolo turista internazionale ha speso il 9% in più rispetto allo scorso anno. Lo scontrino medio infatti è stato di 831 euro.

Ma quale categoria merceologica è stata oggetto della migliore performance? In base ai dati è il settore dell'abbigliamento e pelletteria. Le vendite hanno avuto un incremento del 10% e lo scontrino medio è giunto a 796 euro (+8%). Se parliamo di performance in termini relativi, invece lo scettro è della categoria 'Orologi e gioielli', dove gli acquisti tax free hanno avuto una impennata del 34% e lo scontrino medio è salito del 23% arrivando a 3.382 euro.

Cinesi, russi e americani

Da dove arrivano gli spendaccioni? Un bel peso specifico ce l'hanno i cinesi, pari al 29% sul totale delle vendite tax free (incremento del 4% rispetto allo scorso anno, spesa media di 1213 euro, in crescita del 15%). A bella distanza vengono poi russi russi (14% del totale, in media acquistano per 649 euro). Assieme quindi cinesi e russi rappresentano quasi la metà dello shopping tax free in Italia. Gli statunitensi completano il podio con il 6% del totale, con un Tax Free Shopping che sale del 32% rispetto al primo trimestre dello scorso anno, e uno scontrino medio in aumento dell’8% e pari a 1.004 euro. Sempre a livello geografico, vanno evidenziate le buone performance di svizzeri (+72%) e arabi (+51%).

Dove preferiscono spende i turisti? Milano si conferma la città che più invoglia a spendere. Gli acquisti tax free nel capoluogo lombardo infatti hanno registrato un incremento delle vendite del 16%, con lo scontrino medio più alto a 1164 euro. seguono Roma (scontrino medio che ha raggiunto i 917 euro), Firenze (858 euro) e Venezia (1.071 euro).

mercoledì 17 aprile 2019

Dollaro australiano in rally dopo i dati macro cinesi

Il dollaro australiano è salito a un massimo di due mesi, trascinato al rialzo dagli ottimi dati sulla crescita economica cinese.

La Cina e il dollaro australiano

L’ufficio di statistica cinese ha reso noto che il prodotto interno lordo è cresciuto del 6,4% nel primo trimestre rispetto all’anno scorso, poco più del 6,3% previsto. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell'8,4% (attese all'8,7%) mentre la produzione industriale è schizzata dell'8,5% rispetto al 5,9% previsto e al 5,3% precedente. Il forte segnale di ripresa sia della produzione industriale che delle vendite al dettaglio a marzo, hanno dato una bella boccata di ossigeno ai mercati. L'economia orientale sta quindi rispondendo alle misure di stimolo del governo e stanno riprendendo lo slancio. E' presto per dire se il peggio è davvero passato per l'economia globale, ma di sicuro qualcosa di positivo si muove.

Il dollaro australiano è sensibile alle fortune economiche della Cina, dal momento che Pechino è il principale partner commerciale dell'Australia. Inoltre, la Cina è la seconda più grande economia del mondo e il più grande player industriale, è evidente quindi l'importanza dei dati cinesi per il sentimento di rischio del mercato. Come si può vedere su una qualsiasi piattaforma forex italiana migliore, il dollaro australiano è salito sopra 0,72 dollari USD per la prima volta dal 21 febbraio, a seguito dei dati sull'economia cinese (inoltre ha raggiunto anche un picco di quattro mesi contro lo Yen a 80,71).

Suggerimento: quando si fa trading occorre prestare attenzione alle configurazioni che si creano. Ad esempio sono molto importanti i pattern harami forex bullish bearish.

La RBA più accomodante

Va detto che la crescita del dollaro australiano è avvenuta nonostante dalla riunione della RBA sia emerso che l'istituto centrale australiano ritenga un taglio dei tassi di interesse appropriato, se l'inflazione dovesse rimanere bassa e la disoccupazione dovesse salire più in alto. Anche se l'ipotesi di un taglio dei tassi non sembra davvero essere realistica al momento, in ogni caso il commento della RBA nella giornata di martedì aveva innescato un aumento di posizioni corte sul dollaro australiano. Lo scenario però è repentinamente cambiato a seguito dei dati cinesi.

giovedì 4 aprile 2019

Mercato vinicolo, l'Italia continua a dominare la scena mondiale

L'economia italiana è in recessione, ma c'è un settore che fortunatamente continua a marciare spedito. E' il mercato vinicolo. L'Italia per il quarto anno consecutivo si è confermato al primo posto al mondo come produttore.

I numeri del mercato vinicolo

Viene evidenziato da una indagine Unicredit i cui risultati sono contenuti nel "Industry Book 2019" dedicato al comparto (sono stati mappati i bilanci depositati degli ultimi cinque anni di un campione di 685 imprese produttrici di vino). Da noi si producono infatti 50,4 milioni di ettolitri, con un volume di output di 11 miliardi di euro di vino l'anno, grazie all'attività svolta da oltre 2mila imprese.

Nel corso del 2018 la produzione di vino è cresciuta del 10,5% rispetto all'anno precedente, mentre la quota di mercato vinicolo mondiale del nostro paese è salita fino al 17%. E sono vini buoni, visto che solo il nostro paese ha ben 523 prodotti certificati IG (cioé Dop e Igp). La Francia è seconda a 435.

Tra le varie tipologie di vino prodotte, spicca la crescita di quello Dop. Dal 2017 al 2018 la sua produzione è cresciuta del 21,7%. In special modo sono i vini rossi Dop ad essere cresciuti in misura maggiore (23,4%) ma anche i bianchi hanno visto un notevole incremento (20,5%).

Le prospettive del mercato vinicolo

Se la nostra produzione mondiale è la più grande al mondo, lo è pure l'export di vino. L'Italia infatti detiene una quota del 19,8% dell'export vinicolo mondiale, con 6,2 miliardi di euro incassati nel 2018. La nostra produzione si indirizza soprattutto verso il mercato statunitense, e poi verso Germania e Regno Unito. Questi 3 mercati sono gli sbocchi principali ed assieme assorbono più della metà dell'export italiano globale. Sotto questo aspetto però, sono molto interessanti le prospettive future per il mercato vinicolo. Uno dei mercati dall'appeal maggiore è senza dubbio quello cinese, dove nel 2020 sono previste volumi di vendite in aumento dell'11,9%.

venerdì 18 gennaio 2019

Mercati finanziari ottimisti dopo i rumors su distensione USA-Cina

Le voci su progressi nei negoziati tra USA e Cina fanno felici i mercati (benché siano state smentite), e riportano un po' di appetito al rischio tra gli investitori. Il primo a beneficiarne è il dollaro, in lieve ripresa, mentre a pagare è soprattutto lo yen giapponese (tipica valuta rifugio).

I mercati e le voci sui progressi USA-Cina

Secondo alcune indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal nella serata di ieri, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin avrebbe proposto la rimozione dei dazi contro la Cina. O quanto meno la parziale eliminazione di alcuni di essi. La notizia non ha ricevuto conferme, ed anzi è stata successivamente smentita da un portavoce del Tesoro. Tuttavia è bastata la sola indiscrezione su questo tema, perché i mercati reagissero positivamente con un forte rialzo dell’azionario e vendite sui Treasury.

Le valute

Sul fronte delle valute a beneficiarne è stato il dollaro, che supportato da un più ampio appetito di rischio è salito contro lo yen. Inoltre tutti i forex segnali operativi trading puntano sul rialzo della coppia. La valuta Usa si avvia a chiudere in territorio positivo la prima settimana da cinque a questa parte. Sui mercati valutari la coppia USD-JPY viaggia a 109.434 (quarta seduta consecutiva di rialzi). Va però aggiunto che lo yen giapponese è in calo contro la maggioranza delle altre monete anche a causa del debole rapporto sull'inflazione. L'indice centrale dei prezzi al consumo in Giappone, che esclude il cibo fresco, è aumentato dello 0,7% a dicembre rispetto a un anno fa. A novembre era salito dello 0,9%. Escludendo sia il cibo fresco che l'energia, l'indice è salito solo dello 0,3%.

L'euro invece è poco mosso sul dollaro sui mercati internazionali. La moneta unica europea passa di mano a 1,1405, con un guadagno di pochi pips (se non lo sapete, qui è spiegato il valore pip forex che cos'è). Ricordiamo che appena ieri la moneta unica era scesa ai minimi delle due settimane contro il biglietto verde, a 1,1370 dollari, con la debole lettura di dati macro della zona euro.

lunedì 14 gennaio 2019

Dollaro AUD e NZD sono vittime della debole economia cinese

Si è accesa una grossa spia rossa sull'economia cinese. I primi dati della settimana confermano infatti - dopo gli altri recenti - che lo stato di salute della seconda economia mondiale non è affatto solido. E a farne le spese sono soprattutto dollaro australiano e neozelandese.

Dollaro AUD, NZD e Cina

Pechino ha registrato un forte calo delle esportazioni a dicembre (crollate in dicembre di 4,4 su base annua, peggior risultato da due anni), ma è stata ancora più ampia la flessione delle importazioni, pari al 7,6% (la più consistente da luglio 2016). La bilancia commerciale segna ancora un surplus, ma si è ridotto di oltre il 16% rispetto all'anno precedente. L'impatto cinese sul commercio internazionale è cresciuto nel corso dell'ultimo anno (probabilmente per il timore che la guerra dei dazi possa renderle più costoso in futuro), e questo alimenta le preoccupazioni con riferimento alla guerra dei dazi con gli USA. A completare il quadro ci sono le vendite di auto, che sono scese per la prima volta dal 1990.

L'effetto dei dati macro su borse, dollaro Aud e Nzd

I dati diffusi stamane hanno fatto scendere i mercati azionari in tutta l'Asia e anche in Europa. Sta infatti andando in caduta verticale lo yuan (chi adotta la Parabolic sar strategia Forex avrà visto l'indicatore trasformarsi), dopo la performance brillante della scorsa settimana, durante la quale aveva recuperato l'1,5% rispetto al dollaro, concretizzando il rialzo più grande da gennaio 2017. Quel rally, va precisato, era però stato innescato esclusivamente dall'ottimismo circa l'esito dei negoziati con gli USA sul fronte commerciale. Era inevitabile che i segnali di crescenti timori di una frenata della seconda economia mondiale, avrebbero finito per penalizzare la valute cinese (Molto bene intonato viceversa lo yen, tradizionale asset rifugio).

Suggerimento: prima di avventurarvi sui mercati con operatori di dubbia affidabilità, scegliete bene in base alle piattaforme migliori classifica.

Ma questi dati hanno avuto un impatto forte sulle valute più esposte all’andamento delle materie prime. il riferimento è al dollaro australiano e neozelandese (che sono anche indicatori della propensione al rischio globale). Va ricordato infatti che Pechino è il primo partner commeciale di Sydney, ma ha altresì un ruolo fondamentale anche per l’interscambio con la Nuova Zelanda.

venerdì 14 settembre 2018

Cina, crescita investimenti fissi ai minimi storici. Ma almeno riprendono i negoziati con gli USA

Gli ultimi dati sull'economia della Cina evidenziano un peggioramento forte per quanto riguarda la crescita degli investimenti fissi, ma un passo avanti per produzione industriale e vendite al dettaglio.

Il report sull'economia della Cina

Secondo i dati diffusi dall'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, infatti i fixed asset (dato che comprende infrastrutture, apparecchiature industriali e costruzioni) sono saliti soltanto del 5,3% annuo nei primi otto mesi del 2018. L'attesa degli economisti era per il 5,5%, ovvero lo stesso tasso rilevato durante il periodo tra gennaio-luglio.
La cosa più rilevante però è che si tratta del peggiore dato rilevato dal 1992, quando era iniziata l'elaborazione della statistica. Se dagli investimenti fissi arriva una brutta notizia, migliori giungono dalla produzione industriale e dalle vendite al dettaglio di agosto. E' stata infatti evidenziata una crescita rispettivamente del 6,1% e del 9% su anno, in entrambi i casi superiore alle attese.

La guerra commerciale minaccia l'economia


Cosa ci racconta tutto questo? Che la seconda economia mondiale sta continuando a rallentare. La cosa preoccupa ancora di più se si considerano i rischi derivanti dalla guerra commerciale con gli Usa (basta aprire una delle migliori piattaforme trading demo per vedere gli effetti sullo Yuan). Proprio per questo motivo, negli ultimi mesi le autorità di Pechino hanno puntato forte sulle misure di stimolo alla crescita. Esempi ne sono l’incremento della spesa per infrastrutture o il taglio di tasse e tariffe. Tuttavia non si tratta certo d misure in grado di generare effetti mmediati. Inoltre sono misure che soltanto parzialmente potranno assorbire le conseguenze negative di una guerra commerciale prolungata da parte di Washington.

Consiglio: se vi interessa il trading sulle valute, considerate l'ipotesi di un conto zero spread forex broker.

Per questo motivo i mercati dell’area Asia/Pacifico hanno tirato il fiato dopo l’annuncio della ripresa della trattativa sul commercio mondiale fra Cina e Stati Uniti, facendo sperare che l’annunciata entrata in vigore dei dazi per 200 miliardi sull’import cinese possa essere rinviata. Resta però il fatto che i segnali inviati dall'amministrazione Usa sono contrastanti, per cui gli investitori ci vanno molto cauti. Proprio Trump via Twitter ha infatti sottolineato che “gli Stati Uniti non hanno fretta di chiudere il negoziato”.