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lunedì 7 novembre 2022

Lavoro, si preannuncia un inverno caldissimo per le Big Tech

L'inverno è alle porte ma per le grandi aziende tecnologiche americane si preannuncia una stagione caldissima, almeno sul fronte del lavoro. Twitter è solo uno dei casi, magari il più eclatante, di quelli sul tavolo.

Periodo durissimo per il lavoro nelle Big Tech

L'aria che si respira nella Silicon Valley si è fatta molto pesante, come dimostrano anche le ultime trimestrali pubblicate dalle grandi aziende tecnologiche.
I bilanci hanno evidenziato i bruschi effetti dell'inflazione, della crisi internazionale, del rallentamento della crescita. Fattori che hanno indotto molte aziende a stringere la cinghia sul mercato del lavoro.

Il caso Twitter

La notizia più discussa degli ultimi giorni è quella riguardante Twitter. Dopo aver concluso l'acquisto della famosa piattaforma social, il magnate australiano Elon Musk ha infatti annunciato l'intenzione di tagliare del 50% della forza lavoro della società. Parliamo di una sforbiciata che coinvolgerà 3700 dipendenti sui 7500 totali.

Secondo quanto riportato dal New York Times, a molti dipendenti sarebbe arrivata una email dalla compagnia che li congedava già da venerdì scorso, ordinando di non presentarsi perché sarebbero divenuti operativi i primi tagli al personale.

Twitter non è un caso isolato

Elon Musk si trova però in buona compagnia, visto che anche Amazon ha fatto un intervento forte sul mercato del lavoro, comunicando il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato. La motivazione di questa scelta è individuata in un "ambiente macroeconomico insolito", che potrebbe comportare il congelamento delle assunzioni per diversi mesi.

Nelle scorse settimane anche Microsoft, Alphabet e Meta hanno fatto intendere un piano di razionalizzazione delle risorse, che inevitabilmente significa tagli ai posti di lavoro.
Google ha invitato alcuni dei suoi dipendenti a cercare un'altra occupazione all'interno dell'azienda.

A fine ottobre altre società tecnologiche hanno tagliato posti di lavoro, come Lyft (mobilità) e Stripe (pagamenti). I co-fondatori di Lyft John Zimmer e Logan Green hanno fatto sapere giovedì scorso che la società taglierà il 13% del personale, quasi 700 posti di lavoro. Lyft ha più di 5.000 dipendenti, esclusi i conducenti.

lunedì 1 novembre 2021

Lavoro, finisce il blocco dei licenziamenti. Ma intanto aumentanole dimissioni volontarie

Con il mese di novembre scatta una novità importante che riguarda il mondo del lavoro. Finisce infatti il periodo di "blocco di licenziamenti", che era stato introdotto durante la pandemia per evitare che la crisi economica provocasse un fiume di tagli per giusta causa.

Il blocco dei tagli al lavoro

Varato nel febbraio del 2020, durante la prima fase acuta della pandemia, era finito a giugno dello scorso anno ma soltanto per le imprese medio-grandi della manifattura e dell’edilizia (4 milioni di posti di lavoro coinvolti).

Quello scaduto la scorsa notte invece riguarda una platea di 10 milioni di lavoratori. Da oggi infatti tornano possibili i licenziamenti anche per artigianato, terziario, piccole imprese, pelletteria, tessile e abbigliamento.
Il blocco varato dal Governo è stata una novità assoluta per la storia della Repubblica. L'unico procedente risaliva all'epoca monarchica, nell'estate del 1945.

Prolungamento della CiG

La fine del blocco dei licenziamenti in ambito edile e manifatturiero, non ha prodotto grandi contraccolpi. La speranza è che lo stesso accada con la fine di questo secondo blocco.
Ad ogni modo, per evitare scenari pesanti, il governo ha deciso di affiancare alla scadenza del provvedimento la proroga della cassa integrazione Covid per le piccole imprese tra il 1° ottobre e il 31 dicembre per un massimo di tredici settimane.

Situazione e paradossi del mercato del lavoro

La ripresa economica dovrebbe contribuire ad evitare grossi problemi, anche se occorre evidenziare un dato preoccupante. Negli ultimi trimestri quasi mezzo milione di lavoratori si è licenziato volontariamente. La quota di abbandono volontario sul totale degli occupati ha superato il 2% per la prima volta da anni.
Difficile trovare una causa, che potrebbe essere legata al fatto che assieme al rimbalzo dell’economia, molti cercano di ricollocarsi sul mercato del lavoro passando da settori in declino ad altri più produttivi.

Dal mercato del lavoro arriva inoltre un'altra statistica che deve far rilfettere. Ad agosto scorso gli occupati erano ancora quasi mezzo milione in meno rispetto a prima della pandemia. Significa che ci sarebbe spazio per molte assunzioni, ma le imprese lamentano forti difficoltà a trovare nuovi addetti.
Insomma il lavoro c'è, ma manca personale qualificato. La carenza di competenze è molto elevata soprattutto per quelle funzioni ricercate oggi dalle imprese.

martedì 13 luglio 2021

Lavoro, il blocco dei licenziamenti ha salvato 330mila posti (temporanemanete)

L'istituto nazionale di previdenza (INPS) ha resi noti i dati riguardanti il mondo del lavoro, relativamente all'intero periodo caratterizzato dalla pandemia. Si scopre così che tra l'ultimo trimestre del 2019, quando ancora non immaginavamo cosa sarebbe successo, e il primo trimestre del 2021, l'ultimo dei quali si hanno dati disponibili, il numero di occupati nel nostro Paese è calato del 2,8%. A pagarne il prezzo sono stati soprattutto i precari, le donne e gli autonomi.

Il quadro sul lavoro durante la pandemia

Il Rapporto annuale pubblicato da INPS evidenza che la diminuzione ha riguardato soprattutto i lavoratori indipendenti, che sono scesi del 5,1%. Inoltre il totale di ore lavorate di questa categoria è diminuito del 9.8%.
Meno colpito è il settore dei lavoratori dipendenti, dove il calo complessivo è stato del 2,1%.
Nel complesso, considerando tutte le tipologie contrattuali, a fine febbraio 2021 - si legge - i posti di lavoro dipendente presso le aziende private risultavano diminuiti di 37.000 unità rispetto allo stesso momento dell'anno precedente.

Va anche rimarcato che nello stesso periodo, le nuove assunzioni sono scese di quasi un terzo rispetto al 2019. Inoltre quei fortunati che hanno mantenuto il lavoro, in molti casi hanno visto scendere le proprie entrate a causa della riduzione dei giorni di lavoro.

Licenziamenti in calo

La pandemia ha quindi dato una dura batosta al lavoro nel nostro Paese. Ma le cose sarebbero andate molto peggio senza il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione.
Infatti proprio il blocco voluto dal Governo (imposto durante il periodo marzo 2020-febbraio 2021), ha salvato circa 330.000 posti di lavoro. In special modo, questa misura di salvaguardia ha protetto in due terzi dei casi i lavoratori di piccole aziende (fino a 15 dipendenti).
Ricordiamo che questa misura è finita per le grandi imprese lo scorso primo luglio.

Complessivamente, le cessazioni da lavoro causa licenziamento si sono dimezzate. Rispetto infatti alla media annua di 560.000 che c'era nei 24 mesi precedenti la pandemia, si è scesi a 230.000 tra marzo 2020 e febbraio 2021.

giovedì 8 novembre 2018

Produzione, con la Pernigotti se ne va un altro pezzo d'Italia

La chiusura della storica azienda di cioccolato Pernigotti è solo l'ultimo capitolo di una serie di colpi al cuore della produzione made in Italy. Martedì i sindacati, al termine di una riunione con i vertici dell'azienda, hanno comunicato l'abbandono dello stabilimento italiano di Novi Ligure. Tradotto: 100 lavoratori perderanno il posto mentre altrettanti verranno dirottati altrove.

Produzione flop nelle mani turche

produzione pernigottiL'azienda di produzione dolciaria fondata nel 1860 era passata al gruppo turco Tuksoz nell'estate del 2013, ceduta dalla Fratelli Averna. All'epoca parlando dello storico marchio che identifica nel mondo la gianduia e il torrone italiano, la nuova proprietà annunciò la volontà di sviluppare l'attività in nuove e interessanti aree geografiche, sfruttando la forza del marchio Pernigotti.

Il punto è che nello stabilimento italiano non è stato mai investito un solo euro. Inoltre in 5 anni sono stati accumulati 13 milioni di perdite. Un fatto che il Sindaco ha definito "inspiegabile, visto che il settore dolciario tira ancora". Inoltre in questi ultimi anni diversi tipi di produzione erano già state trasferite in Turchia, e c'erano state flessioni anche nel comparto dei preparati per gelato, di cui la Pernigotti ha sempre vantato la leadership.

Fa ancora più male sapere che non sono stati i proprietari a comunicare la decisione, ma semplici emissari di uno studio milanese ingaggiato poche settimane fa dopo l’allontanamento dell’amministratore delegato Massimiliano Bernardini.

I danni degli investitori stranieri

La gestione turca in sostanza è stata drammaticamente disastrosa. E l'epilogo è identico a quello visto per altre storiche aziende italiane: le proprietà straniere prima comprano e poi licenziano e chiudono, mantenendo però la proprietà del marchio che spesso è prestigioso (come in questo caso), e vanno poi a produrre all'estero. Il tutto a danno dei lavoratori e della qualità dei nostri prodotti. E' recentissima ad esempio Cla chiusura della fabbrica di Torino HAG e Splendid.

Di tutti gli impiegati nella fabbrica di viale Rimembranza, soltanto pochi si salveranno. Sono quelli del settore commerciale, che però dovranno trasferirsi a Milano. In città è già partita la mobilitazione della città che non ci sta a perdere un patrimonio di storia e tradizione, mentre i sindacati stanno intraprendendo tutte le iniziative volte a contrastare questa scelta. I lavoratori hanno indetto uno sciopero a oltranza e l'assemblea permanente. Ma intanto l'azienda ha già fatto partire la richiesta di cassa integrazione straordinaria da dicembre fino al novembre del prossimo, per «parziale cessazione dell’attività aziendale».

giovedì 15 giugno 2017

Lavoro, Nike annuncia un restyling che taglierà 1400 dipendenti


Il colosso Nike si prepara a dare un colpo di scure deciso sui posti di lavoro. La cosa paradossale è che il motivo con cui il colosso dell'abbigliamento sportivo si prepara a questo cospicuo taglio è... per seguire meglio i clienti. Il che suona paradossale, per non dire che a prima vista una scusa del genere sembra una presa in giro, tenuto conto anche del fatto che i conti dell'azienda sono ottimi.

Il leader globale delle calzature sportive comunque andrà avanti per la sua strada, incurante delle polemiche. Ci sarà quindi un forte ridimensionamento mondiale della forza lavoro, che è stato stimato nel 2% complessivo dei dipendenti. Tradotto in unità lavorative, saranno circa 1400 quelli che saranno buttati fuori, su 70mila totale.

La scelta di Nike sul lavoro

La motivazione - come detto - è voler essere più vicina ai clienti di alcune città chiave per l'azienda, che è impegnata in una dura competizione con Adidas. Questo come conseguenza del lancio di una iniziativa pensata per focalizzarsi sui consumatori e snellire l'organizzazione. Il colosso americano spiega: "vogliamo spingere la crescita per servire più da vicino i consumatori in 12 città in 10 paesi chiave". Queste sono Milano, New York, Londra, Shanghai, Pechino, Los Angeles, Tokyo, Parigi, Berlino, Città del Messico, Barcellona e Seul.

I conti dell'azienda sembrano rendere ingiustificabile una scelta simile a danno della forza lavoro. L'azienda guidata da Mark Parker infatti ha chiuso il terzo trimestre (il 28 febbraio 2017) con ricavi in crescita del 5% a 8,4 miliardi di dollari. Anche l'utile per azione è salito del 24% a 0,68 dollari. Tuttavia, sembra che gli investitori non siano rimasti troppo contenti di questo percorso. Ecco quindi il vero motivo della scure: compiacere i mercati finanziari.