Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

domenica 23 agosto 2026

Lavoro, in Italia lo svolgiamo 5 anni in meno rispetto al resto d'Europa

Ci sono due dati statistici che sembrano in contraddizione l'uno con l'altro ma che sono entrambi veri. In Italia si vive più a lungo che nel resto d'Europa, eppure passiamo 5 anni in meno della nostra vita al lavoro rispetto agli altri punti

I numeri sul lavoro

lavoroQuesto scenario emerge da alcuni indicatori europei relativi all'anno 2025. La vita trascorsa al lavoro in Europa mediamente è di 37,5 anni. La situazione èmolto diversa nel nostro Paese, dove la vita lavorativa arriva a 33 anni. Solo la Romania ne ha una più bassa. La nostra distanza rispetto al resto d'Europa quindi è molto ampia.
Se facciamo un confronto con il paese con la vita lavorativa più lunga vengono i brividi. Nei Paesi Bassi infatti la vita lavorativa media arriva addirittura a 44 anni, ben 11 in più rispetto al nostro paese. Ma le distanze sono ampie anche rispetto alla Germania (7 anni in più di noi) Francia e Spagna (4 anni in più).
Va precisato inoltre che il ritardo italiano rispetto alla media UE non si sta riducendo, bensì ampliando nel corso degli anni.

Il divario è ancora più ampio per le donne

Se questi numeri riguardano il mercato del lavoro in generale, analizzando il caso delle donne la situazione è ancora più imbarazzante. Infatti la vita lavorativa media del gentil sesso in Italia è pari a 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea. Inoltre il divario tra uomini e donne del nostro paese sfiora i nove anni, il più elevato di tutta l'Unione Europea. In generale in Italia è ancora forte la disparità sul lavoro tra uomo e donna.
Del resto siamo il paese con un tasso di occupazione femminile molto basso, appena 58%, ben al di sotto della media dell'Unione Europea 71%.

Perché abbiamo questi dati negativi

Il pessimo dato statistico dell'Italia riflette soprattutto l'ingresso molto tardivo dei giovani nel mercato del lavoro (peraltro rispetto all'occupazione cambiano le priorità per i giovani italiani), e nel caso delle donne la bassa partecipazione femminile.
Sono dati allarmanti soprattutto in ottica previdenziale, perché un Paese dove la spesa pensionistica è pari al 15,5% del PIL e l'aspettativa di vita media molto lunga, là dove c'è una vita lavorativa media bassa, il sistema pensionistico diventa insostenibile.

giovedì 6 novembre 2025

Reddito reale disponibile, dato shock sull'Italia negli ultimi 15 anni

L'ufficio di statistica europeo Eurostat ha di recente pubblicato un rapporto sulle condizioni di vita all'interno dell'Unione Europea. Del capitolo dedicato al reddito dei cittadini UE emerge che in Italia il reddito disponibile reale è calato rispetto al 2010. Oltre a noi soltanto altri due Paesi hanno un dato simile.

Che cos'è il reddito reale 

Il reddito reale misura quello che ci resta dopo l'inflazione, ossia la capacità di spesa che hanno i cittadini realmente dopo i rincari dei prezzi. Il reddito disponibile reale esprime in sostanza  quanto è cambiato il potere di acquisto delle famiglie. Se i prezzi aumentano più degli stipendi, allora il reddito reale disponibile cala. 

Ebbene secondo Eurostat quello degli italiani è sceso del 2,8% rispetto al 2010. In pratica la stessa quantità di denaro disponibile non è sufficiente per permetterci gli stessi beni e servizi che si ottenevano 15 anni fa.

Il confronto con l'Europa 

Se il dato dell'Italia è già di per sé negativo, è deprimente se lo confrontiamo al resto d'Europa. Nella maggior parte dei casi infatti ci sono stati degli aumenti anche consistenti. La media Europea indica un incremento del 20,4%. 

Ma ci sono casi estremi come la Romania, dove il reddito reale disponibile è cresciuto del 162%. In Polonia, Croazia, Ungheria e nei paesi Baltici l'aumento è stato superiore al 50%. Per trovare dei paesi con un saldo negativo come il nostro bisogna spostarsi geograficamente poco. Infatti ci sono i nostri vicini di casa francesi (-1,7%) e i greci (-25,8%).

Più indietro nel tempo 

Se andiamo ad allargare l'orizzonte temporale, spingendoci ancora più indietro, la situazione dell'Italia addirittura peggiora ulteriormente. Se prendiamo come anno di riferimento il 2008, ossia l'anno del massimo impatto della crisi finanziaria del 2007-2009, da allora il potere di acquisto medio degli italiani è sceso del 7%. Significa che oggi servono 107 per comprare quello che nel 2008 ci costava 100 euro. 

Quello che emerge quindi è che, mentre la maggior parte dei paesi europei ha recuperato competitività salari e produttività, noi invece continuiamo ad avere un equilibrio molto fragile, dove il reddito reale non riesce a compensare più l'aumento dell'inflazione.

giovedì 28 agosto 2025

Finanza, in Italia molti faticano a capire anche i concetti di base

La comprensione dei temi basilari dell'economia non è soltanto un fatto di scuola, ma un aspetto fondamentale per poter prendere delle decisioni efficaci nella propria vita. Per questo è allarmante che l'Italia sia molto indietro in quanto a conoscenza di finanza, come evidenzia un report stilato da OCSE/Infe (International Survey of Adult Financial Literacy, dicembre 2023).

Il report OCSE sulla conoscenza della finanza

Il nostro paese si colloca al 36esimo posto su 39 in quanto a conoscenza dei temi della finanza. 

Per giungere a questa classifica sono stati fatti dei sondaggi su alcuni concetti, e purtroppo soltanto il 16,6% degli italiani è riuscito a raggiungere un punteggio di 70 su 100, che è ritenuto quello minimo che occorre a gestire le proprie finanze in modo consapevole.

Problemi nella vita reale

Questo significa che più di 8 italiani su 10 non sanno gestire la propria situazione economica in modo davvero oculato. Cioè sa gestire i propri soldi, sa cosa fare dei propri risparmi e sa come proteggersi dai rischi di mercato.

Sono numeri impietosi, soprattutto se li mettiamo a confronto con quelli di altri paesi europei. La Germania è il paese guida la classifica, visto che lì oltre 7 persone su 10 raggiungono il punteggio minimo. Da noi, come detto, è poco più di 1 su 10. In Estonia e Finlandia sono quasi 5 su 10, in Spagna e Francia 4 su 10.

Comportamenti pratici scorretti

Tra le varie lacune che abbiamo in tema di finanza, una delle più serie riguarda proprio i comportamenti pratici. Ne facciamo correttamente solo 6 su 9, mentre gli altri 3 sono sbagliati. Anche in questo caso, la nostra posizione in classifica è nei bassifondi.

Tra i comportamenti scorretti che facciamo più spesso c'è quello di dimenticarci dei nostri conti. Soltanto poco più della metà degli italiani li controlla in modo costante. Gli altri lo fanno sporadicamente e questo aumenta il rischio di incappare in truffe finanziarie. Già il 10% circa degli italiani ne è stato vittima, e solo 1 su 10 di loro aveva le capacità di difendersi efficacemente.

giovedì 3 aprile 2025

Investimenti, gli italiani continuano a preferire il mattone

C'è una costante che riguarda il rapporto tra il nostro paese e gli investimenti. La preferenza delle famiglie italiane infatti continua ad andare verso il settore immobiliare, al punto tale che il mattone rappresenta quasi la metà dell'intera ricchezza lorda complessiva.

Il mattone e gli investimenti

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, l'istituto statistica europeo, circa il 71% delle famiglie italiane è proprietaria dell'abitazione in cui vive. Se escludiamo i paesi dell'ex blocco sovietico, siamo primi nella classifica. In Francia questa percentuale arriva al 65%, nel Regno Unito al 63%, in Germania arriva soltanto al 50%. 

Quello che si può dire è che ad oggi il mattone rimane ancora l'investimento preferito delle famiglie italiane, che nel 69% dei casi lo ritiene il più sicuro di tutti.

Asset sicuro, vero o falso?

Bisogna evidenziare che dietro questa preferenza per il mattone c'è sicuramente un fattore emozionale importante e il fatto comunque che si tratta di un bene tangibile. La casa è là, la puoi vedere la puoi toccare, a differenza dei titoli azionari o di altri asset finanziari. 

Tuttavia proprio questo legame emotivo così forte può indurre in confusione e far sì che agli investimenti nel mattone non vengano applicati gli stessi parametri razionali utilizzati per gli altri tipi di impiego del proprio capitale.
Basta pensare ad esempio che, malgrado il mattone rimanga l'investimento preferito, pochi sanno che la crescita di valore delle abitazioni nell'ultimo decennio è stata minore rispetto all'aumento dell'inflazione.

Alcuni numeri

Ad eccezione di alcune grandi località turistiche o metropoli, chi ha fatto investimenti per 1 milione di euro in immobili nel 2013, oggi avrebbe mediamente 1,08 milioni. In pratica avrebbe guadagnato l'8% in dieci anni. Ma se consideriamo l'inflazione, allora il suo investimento ha perso circa il 15%. Facendo un confronto con i principali indici azionari globali, in special modo Wall Street, un investimento di un milione fatto nel 2013 avrebbe portato al raddoppio del capitale.

Conclusioni

Bisogna precisare che gli investimenti nel settore immobiliare possono essere fruttiferi quanto o più degli altri tipi di impiego del capitale, ma bisogna sottolineare e che prima di effettuare investimenti in immobili bisogna analizzare la composizione del proprio patrimonio e lo scenario generale.

martedì 18 marzo 2025

Industria nautica, l'Italia continua a volare (e per questo spaventano i dazi)

Uno dei settori in cui l'Italia brilla all'interno del panorama globale è certamente quello della nautica. Anche gli ultimi dati resi noti da Confindustria lo confermano: l'industria nautica italiana continua a volare all'estero, tanto che nel 2024 è stato raggiunto il nuovo massimo storico di vendite.

Le vendite all'estero della nostra industria nautica

Se nel 2023 erano stati raggiunti 4 miliardi di euro di vendite all'estero, già a ottobre 2024 la cifra delle vendite era salita a 4,5 miliardi (dati Fondazione Edison). L'industria nautica italiana non ha eguali al mondo, visto che è il primo esportatore mondiale di unità da diporto.

Eppure il contesto degli ultimi trimestri non è stato positivo, perché la crisi economica ha ridotto la domanda, finendo per normalizzare una crescita che procedeva a ritmi sostenuti da parecchio tempo. Il calo è stato evidente soprattutto la parte che riguarda le barche fino ai 20-22 metri, che sconta l'incertezza in alcuni mercati e per alcune tipologie.

Brilla il segmento dei superyacht

Anche riguardo alle prospettive finora regnava un grande ottimismo. In particolare il segmento dei superyacht (oltre 24 metri) continua ad essere quello con il maggior numero di ordini. Ci sono 572 unità in costruzione su un totale di 1138. Il portafoglio ordini in questo segmento dell'industria nautica è cresciuto per il 34% delle aziende, mentre circa un terzo segnala invece una riduzione minima (inferiore al 5%). Un altro terzo infine segnala una riduzione compresa tra il 5 e il 10%.

Il fattore Trump

A sporcare il quadro tuttavia è ciò che si sta manifestando all’orizzonte dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. La battaglia dei dazi intrapresa dal presidente statunitense rischia di incidere notevolmente sull'industria nautica italiana. 

In primo luogo perché gli Stati Uniti restano il più importante mercato a livello globale dei cantieri italiani (le cui tipologie di imbarcazioni non sono sovrapponibili a quelle americane). Nel 2023 (ultimo dato disponibile) l’Italia ha esportato verso il continente americano 770 milioni di euro, quasi tutti negli Stati Uniti. 
In secondo luogo perché Invia in diretta genera problemi riguardo agli approvvigionamenti e ai loro costi.

lunedì 10 marzo 2025

Turismo, i viaggiatori vengono mossi soprattutto da cibo e vino

A Berlino si svolge la manifestazione ITB, che l'evento globale più importante legato al turismo. In occasione dell'inaugurazione dello stand italiano a questa fiera, sono stati evidenziati alcuni aspetti caratteristici che delineano l'interesse dei viaggiatori nei confronti del nostro paese.

Aspetti chiave del turismo in Italia

Anzitutto i numeri sono confortanti. Il turismo in Italia è un settore ancora in crescita, con il numero dei viaggiatori che nel 2024 è aumentato. 

Tra gli stranieri che preferiscono il nostro paese ci sono soprattutto i tedeschi, la cui quota complessiva è stata del 14,8%, seguiti dai francesi (13,2%) e dai britannici (7,5%). Subito giù dal podio troviamo i cittadini statunitensi (5%).

Cosa attira gli stranieri

È interessante sottolineare che le motivazioni che spingono gli stranieri a scegliere l'Italia offrono qualche sorpresa. Se i due motivi principali sono l'arte e la cultura del nostro Paese, una quota sempre maggiore di viaggiatori stranieri dà importanza al fattore enogastronomico. 

Nell'ultimo anno infatti questa motivazione ha vissuto un incremento del 176% rispetto al passato, quando invece era una ragione di nicchia. In termini di volumi, poco più di un milione di visitatori stranieri ha scelto di scoprire la bontà e la genuinità della nostra enogastronomia (con 1,8 milioni di pernottamenti). Grazie al turismo internazionale, il nostro comparto enogastronomico ha ottenuto 363 milioni di euro dell'ultimo anno. Aspetto ancora più positivo, si tratta di un fattore che spinge anche alla conoscenza non delle mete turistiche tradizionali, ma delle aree interne al Paese.

Export e turismo

Tutto questo serve anche a sottolineare quanto sia importante il legame tra l'export enogastronomico e il turismo. Esiste infatti una correlazione diretta anche abbastanza evidente. Quando i nostri prodotti tipici vengono venduti all'estero, permettono di esportare il made in Italy e rappresentano un biglietto da visita importante per il nostro paese, attirando ogni anno nuovi turisti. 

L'export agroalimentare italiano ha come principali mercati di sbocco la Germania, gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito, ossia quei paesi dai quali giunge la maggior parte dei turisti mossi da interesse enogastronomico verso l'Italia. Ecco perché i dazi USA voluti da Trump potrebbero rappresentare un danno enorme non solo in via diretta, ma anche in modo indiretto perché colpirebbero il turismo.

martedì 11 febbraio 2025

Aziende agrituristiche sempre più sulla cresta dell'onda, in vent'anni sono raddoppiate

C'è un settore che continua a registrare forti tassi di crescita negli ultimi anni. È quello degli agriturismo. Il numero di aziende agrituristiche che operano in Italia è raddoppiato negli ultimi vent'anni, superando le 26.000 unità.

Il successo delle aziende agrituristiche

La situazione del settore è stata analizzata dall'Istat, che ha evidenziato come nell'ultimo anno ci sia stata un ulteriore crescita, che si è concentrata maggiormente al centro (2,3%) e nelle isole (1,7%). Le aziende agrituristiche hanno un valore della produzione economica che ha raggiunto 1,9 miliardi di euro, con una crescita del 15% rispetto all'anno scorso.

Analisi geografica del settore

Parallelamente alla crescita del numero di aziende agrituristiche, è cresciuto anche il numero dei comuni che hanno almeno una struttura di questo tipo nel proprio territorio. Nel 2023 si è arrivati al 63,7%, ma nel Centro Italia questa percentuale sale all'85,7%. Chi spicca in negativo è il Nord-Ovest del paese, dove i comuni con almeno un'azienda agrituristica sono solo il 53,1%. Nella maggior parte dei casi le strutture si trovano in aree collinari 53%, mentre nel 31% dei casi si trovano in montagna. Le aziende agrituristiche in pianura sono soltanto il 16%.

Aumenta la platea dei turisti

Le aziende agrituristiche stanno diventando sempre di più la meta preferita dei visitatori. Nel 2023 sono stati 4,5 milioni quelli che hanno deciso di trascorrere in questo modo un periodo di vacanza. Si tratta di un numero in crescita del 11% rispetto all'anno precedente. Quasi la metà sono stranieri. Il Centro Italia è stata la meta preferita dai visitatori, visto che il 72% ha deciso di andare tra Toscana, Lazio, Umbria e Abruzzo.

Le motivazioni alla base della preferenza per questo tipo di strutture generalmente risiedono nella voglia di stare a contatto con la natura o gustare i sapori tipici del territorio. Questo tipo di strutture infatti punta molto sulle peculiarità culturali e paesaggistiche del territorio dove operano, tant'è che cercano di integrare nelle loro strutture anche molteplici servizi, come degustazioni e ristorazione o attività ricreative in loco da svolgere all'aria aperta.

mercoledì 20 novembre 2024

Prezzo dell'olio d'oliva, si prevede uno shock nei prossimi mesi

Nell'ultimo biennio c'è stata una forte crisi produttiva nelle campagne olearie, che hanno contribuito a far impennare i prezzi dell'olio d'oliva, in particolare quello dell'extravergine. Ma a giudicare dalle previsioni degli esperti, nei prossimi mesi le cose potrebbero drasticamente cambiare.

Previsioni produttive ed effetti sul prezzo dell'olio d'oliva

La nuova campagna olearia in Spagna - dove si è avvertita in special modo una forte crisi produttiva - dovrebbe tornare a livelli regolari, come quelli che c'erano fino a qualche anno fa. 

Al tempo stesso si prevede che in altri paesi chiave ci dovrebbe essere una forte ripresa. La conseguenza è che l'offerta di mercato è destinata a crescere notevolmente, con inevitabili conseguenze ribassiste sul prezzo dell'olio d'oliva.

Si tratta di uno scenario che alimenta forti preoccupazioni per l'intero comparto, dal momento che l'olio d'oliva italiano è di grande qualità ma anche di maggior prezzo. Se questi ultimi dovessero calare in maniera forte sul mercato, è plausibile che si ridurranno notevolmente le vendite di uno dei nostri prodotti alimentari di eccellenza.

Alcuni numeri

La previsione per la campagna olearia del 2024-2025 dovrebbe vedere la Spagna collocarsi attorno a 1,2-1,3 milioni di tonnellate, quasi il doppio rispetto alle 700 mila dell'ultimo biennio. Sul mercato tornerà Inoltre anche l'olio prodotto in Turchia, circa 350.000 tonnellate, dopo la fine dello stop imposto da Ankara alle esportazioni per via della carenza di prodotto sul mercato interno. Da Tunisia e Grecia arriveranno rispettivamente 300mila e 250mila tonnellate. La produzione italiana invece dovrebbe arrivare sulle 200mila tonnellate, rendendoci così il quinto produttore mondiale.

Del prezzo

Quali conseguenze avrà tutto questo sul prezzo dell'olio d'oliva? Potrebbe ampliarsi la forbice tra quello italiano, che a ottobre raggiungeva i 9,17 euro, e quello degli altri paesi. In Spagna era precipitato a 6,8 euro, mentre in Grecia e Tunisia superava di poco i 7 euro. Ma verso la fine della campagna di raccolta questa forbice potrebbe aumentare ulteriormente. 

Nonostante ci sia stato un rimbalzo nei consumi di olio (dopo la frenata provocata dal forte rialzo dei prezzi), i produttori italiani potrebbero perdere quote di mercato a beneficio degli olii di provenienza straniera.

lunedì 30 settembre 2024

Costo della casa, l'Italia viaggia in controtendenza rispetto all'Europa

Mentre in tutta Europa si sta assistendo ad una progressiva diminuzione del costo della casa, in Italia viaggiamo sul binario opposto perché nel primo trimestre di quest'anno c'è stata una crescita del 1,7%.

Cosa si intende per costo della casa

Bisogna precisare innanzitutto che quando parliamo di costo della casa non ci riferiamo soltanto al prezzo necessario per acquistarla, ma ad un indicatore più complesso per via del fatto che vengono presi in considerazione anche altri parametri. Ad esempio, quanta parte del reddito di una famiglia finisce per essere utilizzata per la propria abitazione.

Si scopre così che la media Europea si attesta al 15%, mentre il popolo che spende di più per la propria casa è quello finlandese, che gli destina il 24% delle proprie entrate. Sul gradino più basso della classifica ci sono i polacchi, che per la casa spendono soltanto il 6% delle loro entrate.

L'Italia cambia rotta

Nel nostro paese l'ultimo decennio è stato caratterizzato da un costo della casa generalmente più basso rispetto alla media Europea. Tuttavia le cose sono cambiate in tempi più recenti. Il primo trimestre di quest'anno ad esempio c'è stata una crescita del 1,7%, mentre nella Eurozona c'è stato un calo dello 0,4%.

L'andamento calante d'Europa

Va sottolineato che questo andamento calante è diffuso nella maggior parte dei paesi europei. A cominciare dalla Germania, considerata la locomotiva economica d'Europa. Il costo della casa lì è repentinamente crollato del 6,6% nel corso del primo trimestre di quest'anno. Un calo notevole l'ha avuto anche la Francia, -4,8%. Anche il ricchissimo Lussemburgo ha avuto un calo notevole, addirittura -10,9%.

Ci sono diverse ragioni per cui il costo della casa sta scendendo in Europa, ma principalmente questo è ascrivibile all'aumento dei tassi di interesse degli ultimi anni da parte della BCE. Il lungo periodo di tassi di interesse elevati ha reso i mutui più costosi e meno accessibili per i compratori di casa, con conseguente riduzione della domanda di abitazione. Proprio per questo il recente avvio dei tagli dei tassi da parte della BCE potrebbe far cambiare le cose velocemente sul mercato.

giovedì 19 settembre 2024

Stipendi, la parità tra uomo e donna resta ancora un'utopia

Mercoledì 18 settembre è stata celebrata a livello internazionale la giornata della parità retributiva. Si tratta di una giornata istituita dall'ONU del 2019, per sensibilizzare il mondo sul tema del divario tra gli stipendi maschili e quelli femminili (gender pay gap).

Il divario tra gli stipendi in Europa

In base ai dati forniti da Eurostat, la differenza tra gli stipendi medi lordi su base oraria tra maschi e femmine in Europa è risultata pari al 12,7% (dati del 2022), che sostanzialmente rappresenta la percentuale di guadagno in meno ogni ora lavorata dalle donne rispetto ai colleghi maschi.

Va detto che all'interno dell'Unione Europea il dato segue un andamento molto eterogeneo. Il paese con il gender pay gap più elevato è stata l'Estonia, come una percentuale del 21,3%. Alle spalle di questo non ci sono gli austriaci con il 18,4%, poi i nostri vicini svizzeri con il 17,9% (al pari della Repubblica Ceca). La Germania si colloca un passo più sotto, con il 17,7%. Un altro importante paese che ha un gender pay gap superiore alla media europea è la Francia, con 13,2%. L'Italia si colloca sotto la media, con un gap inferiore al 5%. Il paese più virtuoso è però Lussemburgo dove addirittura c'è un gender pay gap negativo dello 0,7%. Significa che le donne guadagnano più degli uomini.

Da cosa dipende questa differenza

Il gender pay gap è frutto di diversi fattori, tra cui spiccano l'accesso a posizioni lavorative di rilievo maggiore, differenza di carriera e ostacoli nel raggiungere incarichi di vertice nelle aziende, oltre alla difficoltà di conciliare maternità e lavoro.

Analisi delle situazioni

Analizzando più a fondo i dati forniti da Eurostat, emerge che il divario retributivo ha una valore più basso tra i giovani lavoratori mentre tende ad ampliarsi al crescere dell'età dei dipendenti. La ragione di tutto ciò e che le donne trovano molti più ostacoli nel proseguire la loro carriera ed avanzare nella stessa. 

Un altro dato interessante è che il divario tra gli stipendi e più elevato nel settore privato che in quello pubblico. Probabilmente ciò dipende dal fatto che, nella maggior parte dei paesi europei, le retribuzioni in questo ambito sono determinate in base a griglie salariali trasparenti che si applicano a prescindere dal genere.

giovedì 27 giugno 2024

Lavoro, bisognerà attrarre 2 milioni di stranieri per mantenere il Pil ai livelli attuali

In Italia uno dei temi più delicati è senza dubbio quello relativo al mercato del lavoro. I numeri, spesso in chiaroscuro, si offrono a diversi punti di vista e vari approfondimenti. Uno di questi ha messo in luce che a causa del calo demografico nel Paese, per mantenere occupazione e PIL ai livelli attuali, bisognerà attrarre 2 milioni di stranieri per lavorare da noi.

Il fabbisogno di forza lavoro

lavoroPer via della crisi demografica italiana si sta riducendo la popolazione in età lavorativa, il numero degli occupati nel Nord Italia dovrebbe scendere ci circa 2,4 milioni entro il 2040. Non si riuscirà a compensare questo calo con le diverse iniziative già in programma, che prevedono l’attrazione dei giovani, una maggiore occupazione femminile e un allungamento della vita lavorativa. 
Neppure lo spostamento di forza lavoro all'interno del Paese sarà in grado di compensare questa carenza, ma solo di farla scendere fino a circa 1 milioni dei lavoratori.

La necessità degli stranieri

Secondo alcune ricerche, il solo settore delle rinnovabili creerà milioni di posti di lavoro. Per questo motivo bisognerà attirare anche gli stranieri, e con loro anche le famiglie. Le zone che maggiormente dovranno far ricorso a forza lavoro proveniente dall'estero sono Lombardia (528mila), Veneto (455mila), Piemonte (372mila) ed Emilia Romagna (206mila).

Tra queste, il Veneto è la regione che avrà maggiori problemi per via del fatto che beneficia di minori afflussi dalle altre regioni d’Italia. Al contrario invece, l’Emilia-Romagna ha la più alta attrattività dal resto del Paese. Ciò significa che dovrà attirare meno forza lavoro straniera in rapporto alla popolazione.

Una situazione che si verificherà ovunque

Ma se il Nord dovrà accogliere più lavoratori dall'estero, anche il resto del Paese sarà interessato da un fenomeno simile. Nessuna regione potrà fare a meno dei lavoratori provenienti da altri Paesi, se non vuole perdere pezzi della sua economia.
Va rimarcato inoltre che questi numeri si riferiscono all'obiettivo di mantenere inalterato il numero di occupati e il nostro PIL. Ma se l'intenzione (come dovrebbe essere) è di aumentare sia l'uno che l'altro, allora il fabbisogno di immigrati necessari crescerà notevolmente, fino a più che raddoppiarli qualora si volesse crescere economicamente dell’1% l’anno o più.

lunedì 3 giugno 2024

Lavoro e laurea, in Italia la percentuale peggiore in Europa

Molto tempo fa il possesso di una laurea (che a dire il vero pochi potevano permettersi) era un requisito che certamente avrebbe spalancato le porte del lavoro. Oggi invece lo scenario è drammaticamente all'opposto, visto che le statistiche dell'Unione Europea raccontano che i neolaureati italiani sono quelli che hanno più difficoltà a trovare una occupazione.

I dati sui laureati e il lavoro

I dati pubblicati da Eurostat, relativi all'anno 2023, evidenziano che l'82,8% dei neolaureati all'interno dell'Unione Europea ha un lavoro. Il dato è peraltro in crescita rispetto allo scorso anno, quando era 81,6%. In media inoltre occorre un periodo di tempo compreso tra uno e tre anni, dopo il conseguimento della laurea, per arrivare ad occupare un posto di lavoro.

In Italia lo scenario è molto diverso. Anzitutto i neolaureati che hanno un'occupazione sono soltanto il 67,3%, assai meno rispetto alla media Europea. Non solo, il nostro è l'unico paese dove la percentuale è al di sotto del 70%. Gli altri due peggiori infatti sono la Grecia con il 72,3% e la Romania con il 74,3%. Poco conforta il fatto che la percentuale italiana sia cresciuta di un paio di punti rispetto al 2022, visto che rimaniamo comunque abbondantemente indietro nella classifica.

I motivi delle difficoltà a trovare lavoro

Le ragioni per cui In Italia c'è questa percentuale così bassa sono differenti, e di sicuro fanno chiedere a molti giovani se oggi come oggi laurearsi convenga ancora. Sicuramente incide l'elevato livello di disoccupazione e di inattivi che c'è nel nostro paese. Anche in questo caso siamo al di sotto della media Europea, visto che il tasso di occupazione nella UE è al 66,3% , mentre da noi siamo al 61,9%.

La piaga del ghost jobs

Sulle difficoltà per i neolaureati di trovare lavoro incide anche il malcostume che serpeggia nel mercato, ossia i fenomeni di lavoro non regolamentato oppure i lavori fantasma (ecco come riconoscere il "ghost jobs"), ossia quelle occupazioni che in realtà non offrono reali opportunità se non quella di scoraggiare chi risponde a tali annunci e poi incassa una marea delusione.
Nel passaggio dall'Università al mondo del lavoro i giovani incontrano grandi difficoltà, che la frequentazione di stage e tirocini riescono in parte a mitigare.

domenica 28 aprile 2024

Prezzi sempre più alti, più della metà delle famiglie italiane è in difficoltà

La corsa dei prezzi nell'ultimo biennio è stata un vero macigno per le famiglie. Fortunatamente, la leggera frenata dell'inflazione degli ultimi mesi ha consentito in quasi tutta Europa la diminuzione del numero di famiglie in difficoltà. Tuttavia in Italia questo numero invece è aumentato.

Le famiglie sfiancate dalla corsa dei prezzi

Se in tutto il vecchio continente c'è stato un leggero miglioramento, per quanto riguarda il numero di nuclei familiari in difficoltà economica in Italia, la situazione si è mossa in controtendenza. Infatti la percentuale è cresciuta nel 41% al 45%. 

È quanto emerge dalla ricerca intitolata Behavior Change, condotta da CPS GfK, gruppo internazionale leader nelle ricerche di mercato.

Le conseguenze sulle abitudini

A causa di questi problemi, numerose famiglie italiane hanno cominciato a modificare le loro abitudini di consumo, per riuscire a far fronte all'aumento feroce dei prezzi. In particolare, le famiglie hanno cercato di ridefinire le loro priorità in modo da poter risparmiare sul superfluo. 

Molte famiglie stanno cercando inoltre di focalizzarsi sempre di più sulle promozioni o sugli sconti (lo fanno otto famiglie su dieci), e dallo stesso tempo cresce sempre di più l'orientamento verso i prodotti a marchio dei distributori.

Alcuni numeri

Dall'indagine emerge che il 68% degli italiani acquista ormai soltanto quello che è strettamente necessario, e più o meno la stessa percentuale guarda sempre al prezzo come fattore prioritario rispetto alla qualità del prodotto. Soltanto una persona su tre compra ciò che effettivamente gli piace, badando meno al costo.

Conclusioni

Dall'indagine che abbiamo appena esposto, emerge quindi che gli italiani stanno modificando le loro abitudini in relazione al contesto difficile. Nonostante rimanga forte un attaccamento al proprio stile di vita, si cerca di cambiare per affrontare le difficoltà.
Lo dimostra ad esempio una maggiore apertura degli italiani rispetto alla carne coltivata, e una forte propensione ad abbracciare stile alimentari che rinunciano agli zuccheri o che siano prodotti in modo più sostenibile per il pianeta.

giovedì 18 aprile 2024

Investimenti per 270 miliardi, ecco il conto dell'Italia per le case green

La nuova direttiva europea sulle case green implica che gli immobili italiani dovranno essere riqualificati nel giro di pochi anni, e questo comporterà degli investimenti importanti a carico di famiglie e imprese.
Il conto totale potrebbe giungere a 270 miliardi di euro, secondo una stima del Centro studi di Unimpresa.

La necessità di forti investimenti

La direttiva europea si inserisce nel contesto del grande piano per la transizione energetica, chiamato Green Deal, e vuole ridurre in maniera sostanziale il consumo energetico e le emissioni di gas inquinanti di case e palazzi.

Ciò significa che nel nostro Paese, circa 12,5 milioni di immobili dovranno essere ristrutturati per soddisfare le richieste dell'Europa. Per oltre 7,6 milioni (61%) l'intervento dovrà essere importante, visto che sono attualmente classificati nelle peggiori classi energetiche, ovvero F e G.
Tutto questo comporterà importanti investimenti, visto che il costo medio dovrebbe oscillare, per ciascun immobile, tra i 20 mila euro e i 55 mila euro.

Il panorama degli immobili italiani

Il patrimonio immobiliare italiano è stato per buona parte costruito prima della Seconda guerra mondiale, ossia almeno 75 anni fa. Soltanto l'1% rientra nella classe energetica migliore (A4) e quasi altrettanti nelle classi successive (A3, A2 e A1).
Nella categoria B c'è il 2% degli immobili, mentre il 4% rientra nella categoria C. La prima classe in doppia cifra è la fascia D, che contempla il 10,2% delle abitazioni, mentre nella classe E ne figurano il 16,9%.
Come detto, le classi F e G messe assieme fanno il restante 61%. Più della metà del patrimonio immobiliare italiano necessita quindi di investimenti per adeguarsi alle direttive europee, che impongono una piena riqualificazione energetica entro il 2050.

L'UE si divide

Le nuove norme europee sulle case green hanno creato una profonda spaccatura, perché ci sono Paesi (come appunto l'Italia, ma anche Spagna, Grecia e Portogallo) che verranno duramente colpiti da queste regole (metà delle famiglie dovrà sostenere spese notevoli, che finiranno per comprimere il resto dei consumi e quindi l'intera economia nazionale).

Tuttavia, al momento la direttiva non prevede sanzioni particolari per coloro che non si adegueranno entro i tempi stabiliti. Spetta ai singoli governi nazionali decidere quali sanzioni applicare, oltre alla perdita automatica di valore degli immobili non conformi alle normative.

martedì 20 febbraio 2024

Banche, continua la desertificazione di filiali nei comuni italiani

Il trend decrescente del numero di filiali sparse sul territorio italiano continua, tanto che ci sono migliaia di comuni che ormai sono rimasti senza banche. Con inevitabili conseguenze per i cittadini e le piccole e medie imprese, soprattutto artigiane.

Come cambia il rapporto tra territorio e banche

Stiamo viaggiando sempre più in una direzione nella quale le banche sono prevalentemente virtuali e molto meno fisiche. Ma questo penalizza In primo luogo i piccoli comuni, dove per ragioni di costo diventa sempre meno conveniente avere un presidio territoriale. 

Nel solo anno 2023 sono state chiuse 823 filiali, che sommate alle 677 dell'anno precedente, portano il totale di chiusure in un biennio a oltre 1.500 sportelli. A livello geografico significa più o meno che un quarto del nostro territorio è stato abbandonato dalle banche.

Un danno per comuni e persone

Il numero di comuni che non ha più una presenza bancaria nel suo territorio è salito 3.300. Questo vuol dire che oltre 4,3 milioni di persone non possono accedere ai servizi bancari nel luogo di residenza.

Sotto questo aspetto la maglia nera va a tre regioni: Marche, Abruzzo e Lombardia, dove c'è stata la flessione maggiore. Peraltro la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente, visto che sei milioni di persone vivono in comuni dove c'è soltanto uno sportello bancario. I prossimi a rimanere senza una filiale saranno quindi loro.

Inutile dire che l'assenza di banche sul territorio crea un danno enorme soprattutto alle persone più fragili, in primo luogo gli anziani, le cui competenze digitali sono comprensibilmente povere. Ma per lo stesso motivo, un danno analogo ce l'hanno anche le persone con un basso livello di istruzione.

La controtendenza statunitense

Va evidenziato che una dinamica di segno opposto si sta registrando negli Stati Uniti. Colossi del settore bancario come Jp Morgan e Bank of America stanno aprendo centinaia di filiali sparse sul territorio, e programmano di continuare a farlo anche nei prossimi anni.
Questo dimostra quanto sia importante la presenza sul territorio delle banche, sia ai loro bilanci ma anche alla società stessa.

martedì 23 gennaio 2024

Patrimonio netto cresce la distanza tra i ricchi e i poveri d'Italia

L'ultimo rapporto di Oxfam sulle disuguaglianze nel nostro paese ha evidenziato che la forbice tra i ricchi e i poveri è aumentata ulteriormente. Infatti, tra il 2021 e il 2022, il patrimonio netto dei ricchi è cresciuto, mentre quello dei poveri si è ulteriormente assottigliato.

Le indagini sul patrimonio netto

In Italia l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri è testimoniato da numeri eclatanti. Alla fine del 2021, il 10% delle persone più ricche aveva un patrimonio netto oltre sei volte superiore alla metà più povera della popolazione, ed era altresì titolare di circa il 23% dell'intera ricchezza nazionale.

Il divario però si è ulteriormente ampliato, tanto che la loro ricchezza è diventata 84 volte superiore a quella detenuta dal 20% più povero della nostra popolazione.Forse può interessare: la classifica dei più ricchi d'Italia nel 2023.

Aumentano poco i ricchi e molto i poveri

Alla fine del mese di novembre il numero dei miliardari nel nostro paese è cresciuto di 27 unità, con un patrimonio netto che è cresciuto complessivamente - in termini reali - di quasi 70 miliardi di dollari. Nel frattempo però è cresciuto anche il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà. Addirittura un totale di 5,6 milioni di individui versano in condizioni di povertà assoluta, ossia non hanno le risorse sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose.

Questo incremento è stato causato dalla forte impennata dell'inflazione. Peraltro gli indicatori segnalano un peggioramento anche in tempi più recenti, a causa del rallentamento dell'economia italiana avvenuto nel 2023, nonché per la fine di alcune misure di sostegno alle fasce più deboli della popolazione. Bisogna sottolineare che questo scenario allunga il trend ventennale di aumento della povertà nel nostro Paese.

L'Italia va male come distribuzione dei redditi

Bisogna peraltro evidenziare che il nostro paese si trova agli ultimi posti della classifica europea per quanto riguarda l'equità della distribuzione dei redditi. Sotto questo aspetto, siamo in ventunesima posizione sui 27 Paesi membri dell’Unione europea.

giovedì 4 gennaio 2024

Commercio, scatta in tutta Italia o quasi l'ora dei saldi invernali

Ha cominciato la Valle d'Aosta, ma venerdì toccherà praticamente a tutto il resto dell'Italia: stiamo parlando dei saldi invernali, un appuntamento sempre molto importante per il mondo del commercio e per i consumatori.

Il primo evento clou dell'anno per il commercio

Secondo un sondaggio condotto da Ipsos per conto di Confesercenti, ben 4 consumatori su 10 hanno già pianificato di sfruttare il periodo dei saldi per fare uno o più acquisti. 

Un altro 56% invece si è dichiarato disponibile a procedere ad un acquisto nel caso in cui i negozi del commercio al dettaglio gli presenteranno un'offerta interessante. Si tratta di una percentuale in crescita rispetto agli anni scorsi, a conferma che c'è una maggiore attenzione rispetto ai propri consumi, a causa dell'onda lunga dell'inflazione che fa sentire il suo peso nelle tasche.

Tutto ciò significa che l'acquisto in saldi è meno impulsivo che in passato ed è invece più ragionato.

La spesa media e le preferenze di acquisto

Per sfruttare le vendite di fine stagione invernali, il budget medio previsto da chi intende acquistare è di 267 euro. Tuttavia un terzo degli intervistati ha in previsione una spesa che non supererà i 150 euro. 

In base alle intenzioni degli intervistati emerge che i capi più cercati saranno le calzature, seguite da maglioni e felpe. Tutte e tre superano il 50%. La classifica dei desideri degli italiani per i saldi invernali 2024 prosegue con l'intimo (34%), gonne e/o pantaloni (33%), magliette, canottiere e top (29%), camicie e camicette (27%).
Ancora una volta i negozi del commercio fisico saranno privilegiati rispetto agli acquisti on-line: 83% contro 51%.

Gli effetti del clima

Va detto che quest'anno il mondo del commercio si trova a dover fare i conti anche con il clima. Le temperature eccezionalmente miti che sono state registrate nei mesi di ottobre novembre e dicembre hanno praticamente ridotto della metà le vendite di capi invernali. In alcuni casi questi prodotti giungeranno sugli scaffali a prezzo di saldo senza essere mai stati messi a prezzo pieno.

giovedì 2 marzo 2023

Vendite di auto a combustibile, rischia di saltare lo stop nel 2035

Pensavamo che con il via libera della Commissione Europea, il divieto di vendite di auto combustibile sarebbe inevitabilmente scattato a partire dal 2035. Invece un colpo di scena ha cambiato le carte in tavola, tanto che adesso l'accordo sullo stop rischia di saltare.

La querelle sulle vendite di auto

automobiliIl voto degli ambasciatori UE avrebbe dovuto essere solamente un passaggio formale per il definitivo stop alla vendita di auto combustibile (diesel e benzina) a partire dal 2035. Nonostante la contrarietà espressa sempre dall'Italia (ma anche dalla Polonia), tutto sembrava apparecchiato per arrivare alla definizione del divieto.

È accaduto invece che assieme al nostro Governo, hanno cominciato ad emergere perplessità anche da parte della Germania, mentre la Bulgaria si sarebbe astenuta dal prendere una posizione. Il rischio che si arrivasse una bocciatura del provvedimento ha cominciato ad aumentare, spingendo la presidenza svedese dell’UE a rinviare il voto a venerdì prossimo. Ma c'era da aspettarselo, visto che le vendite di auto in Europa mostrano livelli distanti dall'era pre-pandemia, e il divieto alle auto a combustione potrebbe agrgavare la situazione.

Il rinvio del voto

Per far passare il provvedimento è necessario il 55% degli Stati favorevoli, ossia 15 su 27. Inoltre tali Stati devono rappresentare il 65% della popolazione europea. Facendo un calcolo, tenuto conto della contrarietà dell'Italia, della Polonia e dell'astensione di Germania e Bulgaria, soltanto il primo requisito verrebbe rispettato. L'accordo verrebbe quindi bocciato.

Le prossime ore serviranno quindi a tentare di convincere soprattutto la Germania ad appoggiare la regola che vorrebbe vietare la vendita di auto a combustibile dal 2035. Del resto proprio la posizione tedesca ha un po' sparigliato le carte. Il ministro tedesco dei trasporti, Volker Wissing ha detto un video su Twitter: "la Commissione europea preferirebbe consentire solo veicoli alimentati a batteria. Noi la vediamo in modo diverso", annunciando il suo intervento per consentire ai veicoli con motori a combustione di poter essere immatricolati anche oltre il 2035.

I timori

Il principale timore di questa svolta epocale si lega alle sue conseguenze sul piano industriale. L'elettrificazione dei veicoli infatti richiede dei cambiamenti significativi dell'intero settore automobilistico, che già affronta una grossa crisi, tanto che già da tempo l'agenzia Moody's ha tagliato a tappeto tutti i rating del mercato automobilistico. Ecco perché i produttori chiedono tempo per pianificare i cambiaenti, che vanno anche guidati con molta attenzione, onde evitare delle conseguenze economiche e industriali e sociali indesiderate.

giovedì 26 gennaio 2023

Lavoro, marcia indietro dell'Italia sullo Smart working

Sotto la spinta della pandemia, il lavoro in Italia aveva subito una profonda trasformazione, virando sempre di più verso forme di impiego più agili. Sembrava che lo smart working dovesse consolidarsi e diventare in buona parte un fenomeno consolidato. I numeri però rivelano tutt'altro.

Cambia di nuovo il lavoro

Con la fine della pandemia ed il ritorno alle vecchie abitudini, anche lo smart Working ha fatto diversi passi indietro. Si è tornati cioè ad una forma di lavoro più tradizionale nella stragrande maggioranza dei casi.

Secondo le ultime analisi presentate da Inapp (ossia l'Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche) solo il 14,9% degli occupati lavora in smart working. Una percentuale bassissima, se si pensa che il lavoro agile potrebbe coinvolgere addirittura il 40% degli occupati.

Pandemia e post pandemia

Durante il biennio della crisi sanitaria, ed in particolar modo nel 2020, c'è stato un vero e proprio boom del lavoro agile. Mentre in precedenza la quota di smart working era appena del 4,8%, decisamente al di sotto della media europea, si è passati in breve tempo al 13,7%.

Molti ritenevano che il lavoro agile sarebbe diventato maggiormente radicato anche con la fine della crisi pandemica. Tuttavia nel 2021 questo tasso di crescita ha fatto marcia indietro. Malgrado ci siano condizioni assolutamente idonee per svolgere lavoro agile in moltissimi casi, quasi sempre tale condizione non è sufficiente perché si passi concretamente ad un lavoro da remoto.

Schema culturale

Il paradigma lavorativo che sembrava essere stato innescato dalla crisi pandemica è sfumato. Il ritorno alla normalità vanifica così gran parte delle potenzialità del lavoro a distanza, evidenziando come l'organizzazione di molte delle nostre imprese non sia capace di introdurre delle radicali innovazioni, che possano portare benefici tanto al lavoratore quanto l'azienda stessa.

giovedì 19 gennaio 2023

Commercio elettronico, continua il trend crescente in Italia

La crescita dell'e-commerce continua ad essere robusta nel nostro paese. Assieme ad esso avanza l'intera filiera associata. Il valore del commercio elettronico è giunto in Italia a 71 miliardi di euro, in base agli ultimi dati disponibili relativi al 2021.

La corsa del Commercio elettronico

commercio negoziNon sembra conoscere pause il trend positivo che sta caratterizzando questo settore da diversi anni. I numeri delle vendite online sono eclatanti. La sua rete del valore è la migliore tra le 99 attività economiche italiane per incidenza sul fatturato complessivo del settore privato. 
Nei cinque anni compresi tra il 2016 e il 2021, il contributo del comparto al fatturato del totale delle attività economiche italiane del settore privato è salito al 40,6%.

Lo studio di Netcomm

A fotografare la situazione del commercio elettronico d'Italia è uno studio condotto da Netcomm in collaborazione con The European House – Ambrosetti, che mette in evidenza come parlare in questo caso di un semplice trend sia ormai semplicistico. Non si tratta più di un exploit, bensì di una filiera concreta e robusta della nostra economia. Talmente tanto che il suo contributo alla nostra economia è il migliore tra tutte le altre attività prese in considerazione.

Lavoro e sviluppo economico

La sua importanza si manifesta anche in ambito occupazionale. Per ogni 100 unità di lavoro generate in modo diretto dalle attività di commercio elettronico, si attivano infatti ulteriori 141 unità di lavoro.
Inoltre il moltiplicatore economico dell'e-commerce è pari a 2,48. Significa che per ogni 100 euro investiti nella filiera estesa, se ne generano ulteriori 148 nel resto dell'economia

Analisi geografica e per settore

A livello geografico, il commercio elettronico è sviluppato in modo trasversale in tutta Italia. Più della metà del fatturato proviene però dal Nord-Ovest (51,1%, con un importante contributo offerto dalla Lombardia).
Tra i sotto-settori, emerge il ruolo di traino esercitato dalla logistica, che ha conosciuto una fase di ripresa durante la pandemia, la cui crescita si attesta al +13,7% medio annuo in termini di fatturato.