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martedì 1 maggio 2018

Spread Btp-Bund ai massimi da metà aprile dopo il no di Renzi al M5S

Le vicende politiche italiane danno una brutta spallata ai Btp. Lo spread infatti risale fino ai massimi di quasi due settimane, sulla scia dei timori che presto l'Italia possa tornare nuovamente al voto. L'unica consolazione è che i movimenti dell'ultimo lunedì di aprile sono stati resi più accentuati dal fatto che i volumi sono stati deboli, per via dell'approssimarsi delle festività del primo maggio. Al termine della tornata d’aste di fine aprile, le esigenze di rifinanziamento del Tesoro per il 2018 (tra 390 e 400 miliardi) risultano coperte per circa il 43%.

Il peso della politica sullo spread


Ad ogni modo, l'incubo politico aleggia eccome sui mercati. L’ex segretario del Pd Matteo Renzi ha smorzato le prospettive di una allenaza con il M5S per formare un nuovo Governo. La risposta del leader pentastellato Di Maio è stata chiara: non resta altro che andare a votare di nuovo, lanciando contemporaneamente un invito a Salvini di schierarsi assieme in vista delle nuove elezioni di giugno. A seguito delle dichiarazioni del leader M5S lo spread Btp/Bund è salito fino a 125 punti base. Come detto, ai massimi di due settimane.

In buona sostanza si è verificato lo scenario inverso rispetto a una settimana prima. L'ipotesi di dialogo tra Pd e M5s aveva infatti dato slancio ai Btp la settimana scorsa. Lo spread Btp/Bund era giunto fino a 111 pb, ovvero nuovo minimo da aprile del 2016. Stavolta invece il dialogo è andato incontro al fallimento e questo ha provocato vendite marcate.

L'andamento dello spread


Il rendimento sul Btp decennale è risalito fino a 1,82%, anche in questo caso ai massimi di metà aprile, mentre il ‘credit default swap’ a 5 anni sul debito italiano è salito al massimo da una settimana di 89 pb. Alla fine lo spread tra Btp e Bund ha chiuso la giornata in lieve rialzo a 117 punti base dai 115 di ieri, con il rendimento del decennale italiano all'1,73%.

L'attenzione adesso si sposta anche sul fronte macro. Oltre alle questioni di politica interna, subito dopo la festività del primo maggio c'è in calendario il dato preliminare sul Pil italiano del terzo trimestre e i Pmi manifatturieri di aprile.

lunedì 26 settembre 2016

Tasse, il Governo vuole ridurle dal 2018. Ma con quali fondi?

Sospesa tra la voglia di iniettare fiducia nel paese, e ottenere un bel po' di consenso politico, il governo Renzi vuole procedere a una riduzione delle tasse dal 2018. Idea bella, non troppo originale che peraltro ha un problemone di fondo: i soldi per compensare questa riduzione non ci sono. Eppure pare il governo voglia inserirla fin da ora nella prossima legge di bilancio.

L'ipotesi di riduzione delle tasse

tassePer adesso non si sanno bene i contenuti di questa proposta. E cioè l’entità dello sgravio fiscale a favore dei cittadini. Ne' chiaramente con quali tagli di spesa o eventuali nuove entrate potrà essere coperto il minor gettito che ne deriverebbe. Di sicuro non con gli incassi del canone RAI in bolletta, visto che finora è stato un flop.

L'IRES scenderà dal prossimo anno

C'è il precedente dell'Ires. L’aliquota sui redditi delle imprese dal prossimo gennaio passa dal 27,5 al 24%, secondo quanto deciso con la legge di Stabilità dell’anno scorso.

Gli sgravi tributari possibili

Più o meno gli sgravi Irpef dovrebbero seguire lo stesso percorso. Non sarà possibile attuarli nel 2017, ed è per questo che si lavora già in ottica 2018, quando gli spazi di bilancio dovrebbero essere maggiori. Ci sono soltanto ipotesi finora. C'è chi parla di riduzione di un punto dell’aliquota del 38% (per tutti i contribuenti con redditi oltre i 28 mila euro). C'è chi dice che verranno ridotte a tre le aliquote. La prima ipotesi "costerebbe" 3 miliardi, la seconda 9. A proposito di Fisco, sappiate che gli errori nel 730 sui Redditi possono ancora essere rettificati

giovedì 22 settembre 2016

Industria, lo Stato punta sull'innovazione per il rilancio

Passerà per l'innovazione e anche (ancora) per i benefit fiscali il piano di rilancio del governo per l'industria. Sono infatti previsti 13 milioni di incentivi nei prossimi anni, oltre che un ammortamento del 250% per consentire alle imprese di incrementare questo vantaggio fiscale.
Oltre a questo, però ci saranno anche 24 miliardi di investimenti privati e altri 10 di impegno pubblico per iniziative quali la banda larga e il made in Italy, a cui dovrebbe corrispondere quello privato per 32 miliardi.

Il nuovo piano per l'industria

Sono i numeri del nuovo piano industriale presentato a Milano da Renzi e il ministro dello Sviluppo economico Calenda. Lo scopo è chiaro: rilanciare la produttività del Paese. Strizzando in special modo l'occhio al settore manifatturiero.

Il progetto dell'Industria 4.0 (chiamato così nell'ottica di una quarta rivoluzione industriale, quella dominata dalla tecnologia e dal digitale) punta forte sugli investimenti e sull'innovazione. E' in tale senso che c'è anche una forte intenzione di puntare su percorsi universitari e istituti tecnici superiori dedicati (raddoppiando gli iscritti a scuole che si occupano di questi temi innovativi).

Un impegno per le infrastrutture

Lo Stato dovrà impegnarsi a fondo per assicurare le infrastrutture (prima tra tutte la banda larga). Ma dovrà anche spingere gli investimenti privati e la ricerca. Insomma darsi quella svegliata che perfino Weidmann ha chiesto nel suo atto di accusa all'Italia. A tal proposito spicca il credito d'imposta alla ricerca. Il credito massimo per contribuente passerà da 5 milioni che vengono attualmente riconosciuti fino a 20 milioni.

Un cambio di impostazione culturale

Quello che dunque caratterizza il nuovo progetto del governo è un cambio di impostazione culturale. Non ci sarà più uno Stato che dice alle imprese in quali settori devono investire. Spariscono anche gli incentivi che vengono assegnati solo alle aziende che superano una valutazione ministeriale. Il piano del governo Industria 4.0, che punta a far crescere gli investimenti privati di 10 miliardi solo nel 2017. Questo dovrebbe dare slancio anche all'occupazione, visto che in tema di lavoro la crescita di Germania e Spagna fa ancora impallidire l'Italia.

venerdì 2 settembre 2016

L'Istat colpisce Renzi: Italia ancora a crescita zero

L'Italia non si è affatto rimessa in marcia. L'Istat dà un duro colpo a Renzi, subito dopo che il Premier ha mostrato con fierezza alcuni dei risultati raggiunti dal suo Governo. Tanto che si pensava per l'intero 2016 di portare a casa una crescita dell'1%. Macché, i conti non tornano.

L'Istat smonta l'entusiasmo di Renzi

Secondo l'istituto nazionale di statistica, infatti, nel secondo trimestre il prodotto interno lordo (PIL) è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente. Il fatto che sia salito dello 0,8% nei confronti dello stesso periodo del 2015 è poca cosa.
Il dato conferma che l'Italia resta in coda alle maggiori economie mondiali insieme alla Francia. Nello stesso periodo il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% nel Regno Unito. Inoltre la prospettivaè che la crescita economica in Italia rimarrà piatta fino a tutto il 2016.

I consumi interni non si sbloccano

L’Istat spiega anche il significato del dato. «Dal lato della domanda interna, i consumi nazionali sono stazionari in termini congiunturali, sintesi di un aumento dello 0,1% dei consumi delle famiglie e di un calo dello 0,3% della spesa della PA, mentre gli investimenti fissi lordi hanno registrato una flessione dello 0,3%. Le importazioni sono aumentate dell’1,5% e le esportazioni dell’1,9%».
Se considerata al netto delle scorte, la domanda nazionale ha sottratto 0,1 punti percentuali alla variazione del PIL. La cosa curiosa è che un'altra indagine evidenzia che nel frattempo le famiglie tornano a comprare prodotti di maggiore qualità. I contributi per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP) sono sostanzialmente pari a zero, così come gli investimenti fissi lordi. Peggio ancora, si registra un contributo negativo (-0,1 punti percentuali) per la spesa della Pubblica Amministrazione (PA). «La variazione delle scorte ha contribuito negativamente per 0,1 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta è stato positivo per 0,2 punti percentuali».

Altri dati ISTAT

«Il valore aggiunto – conclude – registra incrementi congiunturali nell’agricoltura (0,5%) e nei servizi (0,2%) mentre diminuisce (-0,6%) nell’industria. All’interno dei servizi si rilevano settori in flessione e settori in espansione: incrementi significativi riguardano le attività professionali e di supporto (0,5%) e quelle del comparto del commercio, trasporto e alloggio (0,4%); all’opposto, il calo più marcato riguarda le attività finanziarie e assicurative (-0,6%)».