martedì 7 aprile 2026

Investimenti dell'agricoltura italiana, il Nord corre mentre il Sud rimane indietro

L'innovazione non è una componente fondamentale soltanto per le aziende tecnologiche, ma anche per i settori economici più tradizionali come l'agricoltura, che rappresenta un pilastro della nostra economia. Per questo gli investimenti che mirano ad aumentare l'efficienza e la resa produttiva sono sempre necessari. Tuttavia questo processo resta ancora lento e disomogeneo.

Il rapporto tra agricoltura italiana e investimenti

La situazione della innovazione dell'agricoltura italiana è stata fotografata da un report diffuso da Istat alla fine di febbraio. Da questo documento emerge che soltanto il 12% delle aziende agricole ha fatto investimenti nell'innovazione, mentre il resto degli operatori è rimasto colpevolmente indietro.

Quello più evidente per è la forte spaccatura soprattutto tra Nord e Sud. Infatti nelle aree settentrionali del paese c'è la maggior parte delle aziende che puntano sulla innovazione. Al nord-est il 24,5% del totale, a nord-ovest il 19,4% del totale. Più indietro invece ci sono le aziende che fanno investimenti in innovazione al Centro, al Sud e nelle Isole.

Spinte innovativa e dimensione aziendale

Il report fa emergere una forte correlazione tra la dimensione dell'azienda e la spinta innovativa. La propensione infatti è molto bassa tra le piccole aziende, ossia quelle fino a 10 ettari. Invece cresce fino al 34,6% tra quelle di grandi dimensioni, che superano i 50 ettari. Gli investimenti nelle innovazioni sono poi molto più diffusi nelle aziende agro-zootecniche, che integrano coltivazione e allevamento.

Obiettivi degli investimenti

C'è un panorama abbastanza ampio degli obiettivi ai quali si mira attraverso gli investimenti in innovazione. Se in generale lo scopo principale per tutti è quello di migliorare la produttività, con l'innovazione ci sono altri problemi che si mira a risolvere. Ad esempio fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico e aumentare la resilienza operativa di fronte alla scarsità di risorse . grande importanza viene data anche all'erosione del suolo e alla gestione delle risorse idriche, ma anche alla sicurezza alimentare.

martedì 31 marzo 2026

Investimenti, in Italia è ancora un mondo prevalentemente per uomini

C'è una spaccatura ancora molto eclatante che riguarda il genere maschile e femminile in Italia ed è relativa agli investimenti: nel paese soltanto una donna su dieci si avventura nei mercati. Sotto questo aspetto, siamo tra i Paesi più attardati nel vecchio continente.

I numeri delle donne e gli investimenti

Secondo una ricerca condotta società di investimenti XTB, se da noi a malapena il 10% delle donne si dedica a operazioni sui mercati finanziari, ci sono altre realtà dove questa quota è più elevata. Ad esempio Romania (22%) e Portogallo (19%).

In generale a livello globale la partecipazione delle donne ai mercati finanziari è in crescita. Questa inclusione finanziaria si manifesta anche nel nostro paese, ma ad un ritmo decisamente inferiore.

L'identikit della donna che investe

In base ai dati della piattaforma online di trading, risulta che la donna italiana che si dedica agli investimenti ha un'età media di 39 anni (in diminuzione rispetto ai 41 registrati nel 2024), quindi più matura rispetto all'età media degli uomini, che è di 35 anni. L'investitrice tende a preferire gli asset più tradizionali, ossia i titoli azionari (ai quali dedicano circa l'11% dei loro portafogli) mentre dedicano minor spazio agli ETF (soltanto il 3%). Assolutamente minimo l'interesse verso i broker opzioni binarie Italia.

Tuttavia la preferenza verso i titoli azionari non significa maggiore propensione al rischio, visto che i titoli preferiti sono quelli che vengono percepiti come più solidi e radicati nel contesto economico nazionale. Ad esempio quelli bancari, dove i migliori indicatori di volatilità trading sono sempre abbastanza piatti.

Il ruolo del mobile

Un dato importante che emerge dall'analisi è l'inversione di tendenza rispetto alla modalità con cui vengono condotti gli investimenti. Il 75% delle transazioni fatte dalle donne è avvenuto infatti tramite canale mobile, contro il 25% del desktop. Si tratta di un cambio di rotta deciso rispetto all'anno precedente, quando circa la metà degli investimenti era fatta tramite i device mobili.
Cosa significa tutto questo? Che gli investimenti non vengono considerati più un'attività occasionale bensì si integrano sempre di più nella quotidianità delle donne.

giovedì 26 marzo 2026

Denaro facile con il "buy now, pay later", ma Bankitalia lancia l'allarme

Uno dei fenomeni finanziari in maggiore ascesa negli ultimi anni è quello del buy now, pay later. È una forma di pagamento dilazionato, che tradotto significa avere denaro facile per comprare oggi quello che con le sole proprie forze non si riuscirebbe ad acquistare. Il punto è che questo fenomeno sta diventando così diffuso da chiamare un rischio per l'eccessivo indebitamento che comporta.

L'allarme dei Bankitalia sul denaro facile

I riflettori sul fenomeno sono stati accesi da Banca d'Italia. L'istituto centrale Nazionale ha sottolineato che questa forma di pagamento era stata adottata dal 4% dei nuclei familiari nel 2022, ma nel 2025 era già schizzata al 30%, nonostante una larga fetta degli utenti lo impieghi soltanto in maniera occasionale.

Il rischio connesso alla formula bnpl

Il buy now, pay later piace molto agli utenti perché consente di effettuare acquisti a rate senza corrispondere interesse o vedersi gravati di oneri aggiuntivi. Certo si tratta di una possibilità accattivante per chi non ha denaro sufficiente da spendere in un dato momento e mira a distribuire le proprie spese nel corso del tempo. 

Ma il rovescio della medaglia però è che la concessione così disinvolta di questo credito può comportare gravi rischi, soprattutto per quelle famiglie che già sono finanziariamente più fragili. A furia di fare ricorso al bnpl si finisce per perdere il controllo e rischiare il default.

L'identikit dell’utilizzatore

Secondo l'analisi di Banca d'Italia, la formula del buy now, pay later sta lentamente cambiando anche l'utilizzatore. Fino a poco tempo fa erano soprattutto giovani e soggetti con redditi medio alti a ricorrere a questo strumento, ma negli ultimi tempi il ricorso al denaro facile sta trovando larghissimo utilizzo nelle fasce della popolazione che sono finanziariamente più fragili. Spesso viene chiesto da chi ha già dei finanziamenti in corso, se non addirittura da chi è già in ritardo con altre scadenze finanziarie.

Forse può interessare: Pagamenti in Italia, il contante resta ancora lo strumento pi utilizzato.

Le novità in arrivo da novembre

In virtù di questi rischi connessi al denaro facile del buy now, pay later, è stata introdotta una direttiva Europea, la CCD2, che a partire da novembre stabilisce delle regole più rigorose di trasparenza contrattuale e di valutazione del merito creditizio connesse alle operazioni di bnpl.

lunedì 23 marzo 2026

Mercato finanziario, la guerra nel Golfo tiene banco anche questa settimana

Anche durante la prossima settimana il conflitto nel Golfo è destinato a restare il driver principale del sentiment degli investitori. Il mercato finanziario è preoccupato dalla crescita dei prezzi dell'energia e dai riflessi che avrà sull'inflazione, che a sua volta potrebbe condizionare le mosse delle banche centrali nel prossimo futuro.

Gli eventi più importanti per il mercato finanziario

Nel corso dei prossimi giorni ci saranno comunque dei dati macroeconomici importanti da tenere d'occhio. Negli Stati Uniti il calendario economico propone soprattutto l'indice PMI globale di marzo e i prezzi del commercio estero di febbraio. 

Gli operatori del mercato finanziario osserveranno anche il dato dell'indice di fiducia dei consumatori dell'università del Michigan, che nella sua lettura preliminare aveva evidenziato i primi segnali di tensione legati alla crisi nel Golfo. Questi dati si potranno seguire sul calendario economico di Pocket Option Italia.

Appuntamenti in Europa

Nel vecchio continente i report più attesi dal mercato finanziario riguardano gli indici PMI preliminari, tanto per l'Eurozona quanto per Germania, Francia e Regno Unito. L'escalation in Medio Oriente dovrebbe riflettersi sull'indice IFO che dovrebbe scivolare al minimo di 11 mesi.

C'è in calendario anche la riunione di politica monetaria della Norges Bank, che dovrebbe fare lo stesso delle altre grandi banche centrali che si sono riunite di recente, mantenendo i tassi invariati a causa della nube incertezza derivante dalla crisi nel Golfo. Nel frattempo il petrolio è salito di nuovo oltre i 100 dollari per barile, tornando oltre uno dei liveli di Fibonacci trading.
Il mercato finanziario guarderà alcuna attenzione anche alle elezioni anticipate parlamentari in Danimarca.

Gli appuntamenti nell'Asia Pacifico

Pochi appuntamenti di rilievo in Cina, dove il calendario economico è abbastanza scarno. In Giappone invece il focus sarà sull'inflazione di febbraio e si leggeranno con interesse anche verbali dell'ultima riunione della Bank of Japan.
Attesi in Australia i dati sull'inflazione, soprattutto dopo che la Reserve Bank of Australia ha deciso di aumentare per la seconda volta i tassi di interesse.

mercoledì 18 marzo 2026

Inflazione in crescita con la guerra nel Golfo, rincari pesanti per le famiglie

Gli ultimi report sui prezzi al consumo rischiano di diventare soltanto un bel ricordo per i prossimi mesi. Infatti l'ultima revisione al ribasso delle stime sull'inflazione, a causa della guerra del Golfo lascerà spazio presumibilmente a forti aumenti nei prossimi mesi.

Gli scenari geopolitici e la corsa dell'inflazione

L'ultimo rapporto pubblicato da Istat sull'andamento dell'inflazione in Italia ha comportato una revisione al ribasso delle stime dello 0,1% sia su base annua che su base mensile. È stato rivisto al ribasso anche il carrello della spesa, in questo caso dello 0,2% (passa infatti dal 2,2% al 2%).

Purtroppo questi dati, benché freschissimi, rischiano già di sembrare dell'era preistorica dal momento che la guerra in Medio Oriente provocherà un contraccolpo feroce sull'andamento dei prezzi al consumo. I primi effetti li cominceremo a sentire già a marzo, quando secondo il Codacons inizieranno a esserci degli aggravi della spesa per le famiglie che nell'arco di un anno potrebbero arrivare fino a 700 euro.
Ovviamente l'impatto della guerra sull'inflazione dipenderà dalla durata della stessa, che tutti si augurano possa essere ancora relativamente breve.

I problemi per le imprese

Se le famiglie sono destinate a subire dei contraccolpi forti, non sarà diverso lo scenario per le imprese. Si preannunciano infatti aumenti esorbitanti del costo dell'energia, rallentamenti nelle consegne e anche un calo della domanda dovuto alla corsa dei prezzi.

A soffrire maggiormente di questa situazione saranno le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del tessuto imprenditoriale italiano. Mentre l'aggravio dei costi operativi è già divenuto una realtà concreta, si cerca di stimare il possibile contraccolpo sulle vendite. Secondo una recente previsione, nel 2026 la metà potrebbe subire un calo del fatturato compreso tra il 5 e il 15%, è un terzo subire una contrazione superiore al 15%. Una conseguenza grave inoltre sarà la riduzione degli investimenti e di conseguenza anche un impatto negativo sulla competitività delle nostre aziende.

giovedì 12 marzo 2026

Profitto netto, dopo quattro anni di attesa TIM può festeggiare

Era dal 2020 che il gruppo di telecomunicazioni TIM presentava bilanci annuali in perdita. Dopo quattro anni di attesa finalmente è giunto un profitto netto, grazie ad una serie di fattori che si spera possano consolidare questa inversione di rotta anche in futuro.

I dati di bilancio e il profitto

Il gruppo ha chiuso l'anno 2025 con un profitto netto di 519 milioni di euro, ribaltando così la perdita di 364 milioni che era stata registrata lo scorso anno. Circa 297 milioni sono attribuibili agli azionisti della capogruppo, mentre 222 milioni spettano alle minoranze della controllata brasiliana TIM Brasil, che ha chiuso l'anno con un utile netto normalizzato di circa 700 milioni di euro.

Proprio il ruolo sempre più rilevante della controllata sudamericana è stato fondamentale per tornare al profitto netto. Hanno però inciso anche alcune componenti straordinarie di bilancio, come il rimborso del canone concessorio del 1998, che ha generato un effetto positivo vicino al miliardo di euro.

Una svolta incoraggiante

Il ritorno al profitto netto da parte di TIM avviene dopo anni complicati, durante i quali è stata realizzata una profonda riorganizzazione dell'intero gruppo. Il fulcro di questo processo è stata la separazione della rete e la vendita della società della rete fissa NetCo, avvenuta nel 2024.

NB. Anche per i titoli del mercato azionario italiano si può utilizzare lo strumento del ventaglio di Gann fan.

Altri numeri

Per quanto riguarda il business operativo, il gruppo TIM ha realizzato ricavi complessivi per 13,7 miliardi di euro. Questo risultato segna una crescita del 2,7%, rispetto all'anno prima. L'EBITDA after lease è cresciuto del 6,5%, mentre il debito netto after lease è sceso di circa 412 milioni rispetto al 2024.
La nota negativa resta la capogruppo TIM spa, il cui bilancio continua ad essere in perdita per 155 milioni (Tuttavia siamo molto distanti dalla maxi perdita di 1,2 miliardi del 2024).

Il ritorno al profitto netto non ha comunque stupito i mercati, che non stanno premiando le azioni TIM. Il titolo infatti cede circa mezzo punto percentuale a Piazza Affari, a quota 0,59 (per dati aggiornati si vedano Consob broker autorizzati e siti trading). Nelle prime ore del mattino tuttavia aveva piazzato un breve scatto oltre quota 0,60. 

martedì 10 marzo 2026

Aziende agricole del Mezzogiorno sempre più sotto pressione

Sono tantissime e rappresentano un elemento fondamentale per la nostra economia. Proprio per questo il grido di aiuto di molte aziende agricole del Mezzogiorno deve essere ascoltato. L'agricoltura sta facendo i conti con problemi che non sono più congiunturali bensì strutturali, e che mettono sotto pressione l'intero sistema produttivo.

Le difficoltà delle aziende agricole del Mezzogiorno

Il problema fondamentale delle aziende agricole del Mezzogiorno, che nella maggior parte dei casi sono piccole e medie imprese, è la scarsità dell'elemento più importante per produrre: l'acqua. Le imprese si trovano da tempo a dover fare i conti con una siccità che non è più un fenomeno climatico di tipo straordinario, ma un elemento strutturale frenante della produzione. 

In molte zone del Meridione l'acqua è quasi un bene di lusso per le imprese, perché è diventata troppo costosa. In alcuni casi addirittura viene proprio a mancare.

La preoccupante evoluzione degli ultimi anni

Le stagioni negli ultimi anni si sono fatte sempre più secche vengono, soprattutto al Sud. Le aziende agricole devono razionalizzare l'acqua disponibile oppure ricorrere a pozzi privati o sistemi di pompaggio, che sono energivori e quindi molto costosi.. Tutto ciò comporta un aumento dei costi operativi, che già sono sotto pressione per via dei rincari energetici e dell'aumento dei prezzi di molte materie prime.

In un contesto così difficile, la sopravvivenza passa necessariamente per l'innovazione. Ma scegliere questa strada costa, e le aziende in gran parte non possono permettersi ulteriori spese, specialmente quelle che sono alle prese con la scarsità di acqua. Ecco perché si dice che l'agroalimentare avrebbe bisogno anche della finanza.

Qualche numero

Negli ultimi cinque anni soltanto di 12% delle aziende agricole ha realizzato interventi di tipo innovativo. Ma mentre al Nord la percentuale è praticamente doppia rispetto alla media nazionale (si arriva al 24,5%), al mezzogiorno invece si dimezza e crolla al 6,2%. 

Il paradosso è che proprio nelle zone dove gli investimenti servirebbero di più, si finisce per farlo di meno. C'entra anche un fattore strutturale, visto che la capacità di vestire è una prerogativa soprattutto di grandi aziende, che si trovano per lo più al Nord, mentre al Mezzogiorno troviamo imprese di piccole e medie dimensioni, con realtà di piccola scala e con poca capacità di innovare.

mercoledì 4 marzo 2026

Prezzo del petrolio, impennata con la guerra in Medio Oriente

Le prime conseguenze di quanto sta accadendo in Iran le stiamo vedendo in questi giorni e riguardano il prezzo del petrolio, che sta salendo rapidamente e secondo alcuni osservatori anche toccare 100 dollari al barile nelle prossime settimane.

Iran, lo stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio

Le autorità iraniane hanno deciso di reagire all'attacco Israelo-americano che ha portato all'uccisione di Khamenei chiudendo lo stretto di Hormuz, l'arteria marittima strategica del Golfo Persico. Lo stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America. E' stato definito dall'Energy information administration statunitense (Eia), "uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo".

La chiusura di questo passaggio comporta che i commerci devono adeguarsi e cercare altre vie di transito. Secondo alcuni recenti dati sono oltre 150 le petroliere che hanno gettato l'ancora nelle acque aperte del Golfo, e molte altre restano ferme dall'altra parte dello Stretto perché impossibilitate a navigare in sicurezza. Ogni giorno da lì passano circa 20-25 milioni di barili di petrolio, ossia un quarto del mercato globale. Inevitabilmente il prezzo del petrolio risente pesantemente per questa chiusura (per quotazioni aggiornate si vedano opzioni binarie broker No ESMA).

Anche il gas si mette a correre

Accanto all'effetto negativo sul prezzo del petrolio, ci sono problemi seri anche per le forniture di gas naturale liquefatto (GNL), perché anche il 20% di esso transita da qui ed è una commodity fondamentale per l'Europa. Il rischio concreto quindi è una impennata dei costi dell'energia e di conseguenza una fiammata dell'inflazione. Ecco perché molti hedge fund piu grandi al mondo stanno riposizionando i loro asset.

Anche il commercio ne risente

L'importanza dello stretto di Hormuz non riguarda soltanto l'energia, ma in generale il commercio e di conseguenza le intere catene di approvvigionamento globale. Si stima che circa un sesto dell'intero commercio globale dovrà essere ridisegnato, e in ogni caso si svilupperà secondo tempi più lunghi a causa delle nuove rotte da battere.
Il timore più grande riguarda una nuova forte fiammata dell'inflazione, che potrebbe salire in misura dello 0,3-0,7% nel prossimo semestre in Europa.

lunedì 2 marzo 2026

Costo per l'energia, perché in Italia stiamo messi così male?

Uno dei problemi maggiori degli ultimi anni per imprese e famiglie è senza dubbio riuscite a sostenere il costo per l'energia, che in Italia è sempre più pesante. La bolletta elettrica italiana è tra le più care del vecchio continente, e neanche di poco.

La zavorra pesante del costo per l'energia

A parità di consumi, famiglie e imprese italiane si trovano a dover sostenere un costo per l'energia sensibilmente più elevato rispetto agli altri membri dell'Unione Europea. E con la crisi in Medioriente dopo l'attacco USA-Israele all'Iran, le cose potrebbero rapidamente peggiorare.

Ma va detto che il costo per l'energia così alto non è un fenomeno temporaneo, ossia di una distorsione di mercato legata a fattori contingenti (come fu con la crisi post Covid), bensì delle conseguenze di una struttura di mercato che sconta scelte sbagliate sia in ambito Nazionale che in ambito europeo.

La formazione del prezzo

Il primo elemento che incide pesantemente sul costo dell'energia riguarda il modo in cui si forma il prezzo all'ingrosso. Il prezzo dell'elettricità viene determinato dall'ultima tecnologia sfruttata per soddisfare la domanda, quasi sempre il gas naturale. Questo significa che, anche quando si utilizza una fonte rinnovabile, la remunerazione avviene allo stesso prezzo della fonte più cara

Siccome in Italia la produzione del sistema elettrico si fonda quasi integralmente sul gas, il costo finale sarà strutturalmente più elevato (e molto esposto alla volatilità dei mercati internazionali).

Il mix energetico nazionale

Un altro problema per il nostro paese è la configurazione del mix energetico che abbiamo scelto. Da decenni abbiamo rinunciato alla fonte nucleare, e siamo stati bravi a ridurre l'uso del carbone a poco più che marginale. Tuttavia avremmo dovuto investire nelle rinnovabili molte pià risorse, e non averlo fatto ci ha resi fortemente dipendenti dall'estero per quanto riguarda le fonti energetiche. Non accade così per altri paesi europei, che possono contare su fonti produttive più diversificate, che fungono anche da stabilizzatore dei prezzi.

Il sistema europeo

Un altro problema riguarda il meccanismo europeo delle emissioni di CO2. Senza entrare in tecnicismi, diciamo solo che le centrali elettriche trasferiscono il costo delle emissioni direttamente sul prezzo dell'elettricità, indipendentemente dalla fonte utilizzata per produrla. Per il nostro paese questo si traduce in un costo molto più elevato (tralasciamo poi il discorso sui reali benefici in termini ambientali e un sistema del genere dovrebbe assicurare).

martedì 24 febbraio 2026

Acquisti più forti dell'offerta, il deficit strutturale dell'argento continuerà

Negli ultimi mesi la quotazione dell'argento ha corso sui mercati finanziari. La spinta è arrivata sia dalla ricerca di beni rifugio che da acquisti di metallo fisico più numerosi dell'offerta. In base alle previsioni del Silver Institute, questo scenario potrebbe proseguire anche nel prossimo futuro.

Non si placano gli acquisti

argentoIl ruolo dell'argento in ambito industriale è sempre più importante. In particolare, il Silver metal è estremamente richiesto in alcuni settori chiave della tecnologia: nell'energia solare, nei veicoli elettrici, nell'intelligenza artificiale e nelle infrastrutture digitali. 

Le proprietà uniche del metallo peraltro lo rendono insostituibile. I segnali in tempo reale indicano che tale domanda è destinata a rimanere robusta anche nei prossimi anni.

I singoli segmenti

Gli acquisti di argento ovviamente non si muovono in maniera omogenea, ma variano a seconda dei segmenti. Se la gioielleria e l'argenteria mostrano un calo della domanda a causa dei prezzi sempre più elevati, la richiesta di argento per fini industriali continua a crescere sempre di più. Tuttavia è sempre più largo l'utilizzo del thrifting, ossia l'utilizzo di argento in minori quantità sostituendolo per quanto possibile con materiali meno costosi.

L'offerta non tiene il passo

Gli acquisti in ambito industriale quindi continueranno ad esserci, ma il problema è che l'offerta non riesce a tenere il passo. Infatti il Silver Institute prevede una crescita della produzione globale di argento soltanto del 1,5% nel 2026, che non è affatto sufficiente a colmare il GAP LAP trading che esiste tra acquisti e offerta. Il mercato è destinato così a rimanere ancora in deficit. Secondo le stime, nel 2026 il deficit arriverà a circa 67 milioni di once.

Questo scenario di mercato continuerà a esercitare una spinta rialzista sul prezzo dell'argento, che quest'anno è riuscito a superare anche i 100 dollari per oncia.

giovedì 19 febbraio 2026

Quotazione in Borsa, le PMI ancora non colgono l'occasione

I numeri mettono in evidenza che l'accesso alla quotazione in Borsa viene percepito dalle PMI italiane più come una sfida che come una reale occasione. Eppure è un vero peccato, dal momento che l'accesso ai mercati finanziari potrebbe diventare una leva importantissima per la crescita.

Il quadro italiano sulla quotazione in borsa

La situazione è stata fotografata da un report promosso da Consob e Cetif Università Cattolica, che ha analizzato la relazione che c'è tra le piccole medie imprese italiane e il mercato dei capitali. 

Emerge allora un quadro fatto di sottovalutazioni, scarsa liquidità e alternative sempre più competitive, fattori che non favoriscono la quotazione in borsa.

La questione delle dimensioni di impresa

Nell'indagine è stato preso un campione rappresentativo composto da circa 120mila PMI che hanno deciso di non cavalcare la possibilità di una quotazione in borsa. L'88% di esse ha meno di 50 addetti, cosa che rende assai complicato l'accesso ai mercati regolamentati. La maggior parte si trova in Lombardia, che si conferma l'asse imprenditoriale portante del nostro paese, e appartengono al settore manifatturiero.

Quelle che hanno deciso per la quotazione in Borsa sono appena lo 0,14% del campione. La cosa interessante è che sono profondamente diverse dalle altre, dal momento che hanno dimensioni più elevate rispetto alla media, sono maggiormente esposte ai settori tecnologici e scientifici, e sono molto più propense all'innovazione (ad esempio, al tema dell'intelligenza artificiale) e alla crescita. Per loro la quotazione sembra non tanto un punto di partenza quanto una tappa di rafforzamento di un processo già avviato.

I numeri shock sul delisting

La cosa che più di ogni altra mette in allarme riguarda il delisting, ossia l'addio alla quotazione in borsa. Se tra il 2023 e la metà del 2025 ci sono state 62 nuove PMI quotate, ben 86 invece hanno deciso di uscire. Questo saldo negativo si traduce in una contrazione della capitalizzazione totale di oltre 44 miliardi.
Quelle che hanno deciso di uscire dal mercato dei capitali lo hanno fatto per tre fattori chiave: valori di scambio ridotti, valutazioni ritenute non coerenti con i fondamentali dell'azienda, e la crescente attrattività del private Equity che più flessibile rispetto ai vincoli di borsa e offre premi anche più elevati.

lunedì 16 febbraio 2026

Mercati finanziari, l'attenzione è rivolta soprattutto ai dati macro

Durante i prossimi giorni una serie di dati macroeconomici contribuirà a tratteggiare lo stato di salute dell'economia globale, che vive ancora un contesto incerto. Gli appuntamenti per i mercati finanziari sono numerosi, mentre continuerà anche la scia di trimestrali da parte delle aziende quotate in Borsa.

Gli appuntamenti negli USA per i mercati finanziari

La settimana americana comincerà di fatto martedì, visto che il 16 febbraio si celebra il Presidents Day e i mercati finanziari saranno chiusi. Ma da martedì in poi comincerà un'intensa pubblicazione innanzitutto di utili societari da parte di aziende quotate a Wall Street. Spiccano Walmart, Warner Bros, Discovery, Moody's.

Per i mercati finanziari c'è poi l’importante appuntamento con i verbali di politica monetaria della Federal Reserve. La Banca Centrale Americana a gennaio ha lasciato il tasso di interesse fermo, dopo i tre tagli dello scorso anno. Gli ultimi dati macro hanno mostrato un'economia resiliente.
Questa settimana verrà pubblicata una stima del PIL del quarto trimestre e l'indicatore di inflazione preferito dalla Fed, ovvero l'indice dei prezzi PCE core.

Cosa ci attende in Europa

Numerose appuntamenti macroeconomici sono in calendario nel Vecchio Continente. Verrà pubblicata l'indagine PMI flash di febbraio nella Eurozona, dal quale ci si aspetta una stabilizzazione dell'attività manifatturiera e una leggera espansione dei servizi. 

Ci saranno inoltre diversi report sull'inflazione e sul mercato del lavoro nel Regno Unito. Nei giorni scorsi i dati di crescita UK inferiori alle aspettative hanno penalizzato la sterlina, che si è mantenuta intorno al livello di 1,36 dollari (si possono consultare le quotazioni aggiornate su qualsiasi forex piattaforma demo).

Il resto del mondo

Nella zona dell'Asia-Pacifico questa settimana ci sarà un grande vuoto lasciato dalla Cina, dove i mercati finanziari saranno chiusi per la settimana del Capodanno Lunare. In Giappone invece gli investitori dovranno valutare numerosi indicatori economici, tra i quali spicca il PIL preliminare del quarto trimestre.
Occhio ai verbali dell'ultima riunione della reserve Bank of Australia e ai dati commerciali della Nuova Zelanda, dove si riunisce anche la Reserve Bank.

mercoledì 11 febbraio 2026

Consumi alimentare e sprechi, buttiamo via una montagna di cibo ogni anno

Il fenomeno degli sprechi alimentari deve farci riflettere per via dell'impatto ambientale, sociale ed economico che ha. Una larga fetta dei nostri consumi in realtà finisce nella pattumiera, e il conto a fine anno è pesantissimo.

Gli sprechi sui nostri consumi alimentari

Secondo un rapporto dell'osservatorio Waste Watcher International, ogni anno in Italia buttiamo via cinque milioni di tonnellate di cibo. Significa circa 13 miliardi e mezzo di euro di prodotti alimentari che anziché finire effettivamente nei nostri consumi, finiscono nella pattumiera.

Nel corso del 2025 ogni cittadino italiano ha sprecato in media poco più di mezzo chilo di cibo ogni settimana. Sebbene ci sia una riduzione di circa il 18% rispetto all'anno precedente, restiamo ben oltre la media europea e ancor più lontani dall'obiettivo fissato dall'agenda ONU per il 2030.

Dove si spreca di più e di meno

La maglia nera dello spreco va al Sud e alle Isole, dove si buttano circa 630 grammi di cibo a testa, rispetto ai 515 grammi del Nord e ai 490 del Centro Italia, la zona più virtuosa.
Nell'indagine sugli sprechi viene evidenziato come i consumi delle famiglie siano programmati meglio per evitare gli sprechi, confermando una maggiore attenzione dei nuclei con figli alla pianificazione dei propri acquisti.

Un conto salato anche a livello economico

Lo spreco alimentare ha un impatto economico enorme. Come abbiamo detto si buttano circa 13 miliardi e mezzo di euro di cibo. Basta pensare che quasi il 30% del cibo che viene preparato, alla fine non finisce tra i nostri consumi. Il 17% rimane nei piatti e il 13% finisce ancora integro nella pattumiera senza essere recuperato.

Il costo di questa pratica scriteriata è anche indiretto, perché circa un terzo del cibo che viene sprecato contribuisce a 10% delle emissioni protagoniste del climate change, e quindi contribuiscono agli eventi climatici estremi che provocano enormi danni (lo scorso anno 12 miliardi di euro di perdite agricole). In questo senso il problema è doppio: non solo c'è un danno economico ma anche un danno a livello ambientale.

giovedì 5 febbraio 2026

Tassi di interesse, la Bank of England conferma tutto ma diventa più dovish

La riunione di politica monetaria della Bank of England si è conclusa senza sorprese sostanziali. L'istituto britannico infatti ha deciso di confermare i tassi di interesse al 3,75%. Tuttavia l'esito della votazione evidenzia una forte spaccatura all'interno del board di politica monetaria, e la forte prospettiva che ci avviciniamo a dei tagli ai tassi di interesse nelle prossime riunioni.

La scelta sui tassi di interesse

La decisione di lasciare invariato il costo del denaro è stata presa con il voto favorevole di 5 membri, mentre 4 membri si sono espressi a favore di un taglio immediato per 25 punti base. Emerge quindi una forte tendenza all'interno dell'istituto a tagliare i tassi di interesse nel corso di quest'anno.

Ciò che preoccupa i membri della comitato di politica monetaria è la crescita debole dell'economia britannica, nonché la crescente capacità inutilizzata del mercato del lavoro. Al contrario, l'inflazione fa un po' meno paura perché se è vero che rimane ancora al di sopra dell'obiettivo del 2% fissato dalla Bank of England (fonte dati Pocket Option Italia), dovrebbe tornare a quel livello a partire da aprile. Inoltre i rischi dell'inflazione persistente sembrano essere diminuiti.

La reazione del mercato

L'approccio più accomodante adottato dalla Bank of England riguardo ai tassi di interesse ha finito per spingere al ribasso la sterlina sul mercato valutario. Il cambio con il dollaro è sceso infatti verso 1,355, allontanandosi ulteriormente dal massimo di quattro anni toccato pochi giorni fa. Tuttavia va segnalato il recente incrocio delle medie mobili che ha inviato un messaggio rialzista al mercato.

La valuta britannica ha chiuso il mese di gennaio con un forte guadagno rispetto al Dollaro, pari a circa il 2%, ma in questo momento è sotto pressione anche per fattori politici. Emergono infatti dei dubbi sulla durata della leadership del premier Starmer in seguito alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti: si è scoperto che quest'ultimo ha avuto forti legami con Jeffrey Epstein.
Intanto sul mercato azionario l'indice FTSE100 rimbalza all'indietro, dopo aver aggiunto il nuovo massimo storico mercoledì.

lunedì 2 febbraio 2026

Costo per l'energia sempre più alto, negozi e ristoranti continuano a soffrire

Nonostante il calo rispetto ai prezzi di un paio d'anni fa, il costo per l'energia continua ad essere una voce estremamente pesante per negozi e ristoranti, che continuano a lanciare un accorato grido d'allarme. Molte aziende non riescono più a reggere questa situazione, e sono tanti gli imprenditori che hanno già alzato bandiera bianca. 

A quanto ammonta il costo per l'energia

Il rapporto 2025 dell'Osservatorio Commercio Energia (Ocen) evidenzia che il costo per l'energia - sia luce che gas - supera i 2000 euro al mese per i ristoranti e i negozi di alimentari. Rispetto ai prezzi che c'erano prima dello scoppio della pandemia, la bolletta elettrica per le aziende impegnate nel settore terziario è cresciuta di quasi il 30%, mentre quella del gas ha avuto un incremento superiore al 70%.

Alcuni dati eclatanti

Nel report di Confcommercio viene evidenziato come nell'ultimo spicchio del 2025 alberghi di medie dimensioni sono arrivati a pagare oltre 9.000 euro al mese di energia, mentre i negozi di grandi dimensioni circa 6.000 euro. Il conto per gli alberghi di piccole dimensioni è arrivato a superare i 5mila euro, mentre i ristoranti superano di poco i 2000 euro. Per bar e negozi non alimentari la spesa oscilla tra gli 850 e i €1000. Per le piccole e medie imprese, affitto e costi per l'energia si "mangiano" quasi tutto il profitto. Nel complesso tra il 2019 e il 2025 l'energia elettrica in Italia è aumentata del 122%.

Un macigno sulla nostra competitività

Sono costi importanti, che agiscono da freno soprattutto alla competitività di queste imprese. Il confronto con gli altri paesi europei è infatti impietoso, se pensiamo che il prezzo medio dell'energia elettrica in Italia all'ingrosso è superiore di quasi l'80% rispetto alla Francia e alla Spagna, mentre siamo al 27% in più rispetto alla Germania.

Cosa spinge in alto la bolletta

Il motivo per cui il prezzo da pagare per luce e gas continua ad essere altissimo non è soltanto l'elevato costo per l'energia, ma anche l'incidenza degli oneri generali di sistema, che pesano quasi per il 20% sul totale delle bollette. Questi oneri erano stati tagliati drasticamente durante la crisi energetica degli scorsi anni, ma negli ultimi tempi sono tornati ad esercitare un peso importante sul costo complessivo per l'energia.

mercoledì 28 gennaio 2026

Patrimoni in gestione, nuovo record storico per gli ETF

Chi decide di impiegare i propri risparmi si rivolge sempre più spesso a strumenti di gestione dei patrimoni come gli ETF. Lo dimostra il dato record raggiunto alla fine del 2025, con l'industria globale degli Exchange Traded Fund è stata capace di superare i 19,85 trilioni di dollari.

La crescita dei patrimoni in gestione

Si tratta di numeri esorbitanti, che diventano ancora più eclatanti se pensiamo che i patrimoni in gestione alla fine del 2024 ammontavano di 14,85 trilioni di dollari. Questo significa che nel corso del 2025 c'è stata una crescita del 33,7% di questa industria.

Anche se consideriamo i flussi netti è stato stabilito un nuovo record, con 2,37 trilioni di dollari raccolti nel corso dell'anno. Un altro record è stato fissato a dicembre, con flussi netti per 330,7 miliardi.

Il panorama globale degli ETF si fa sempre più vasto dal momento che alla fine dello scorso anno contava quasi 16.000 prodotti, con oltre 30mila quotazioni su 83 borse di 65 paesi diversi.

Il contesto favorevole agli ETF

I numeri che abbiamo appena visto sono contenuti in un recente report di ETFGI, società indipendente di ricerca e consulenza per l'industria degli ETF. Secondo gli esperti la corsa al record storico è frutto di un contesto di mercato che è stato particolarmente favorevole

Anzitutto gli indici azionari di tutto il globo hanno registrato delle performance enormemente positive (si vedano in proposito le quotazioni su Pocket Option link). In secondo luogo è cresciuta la domanda di soluzioni finanziarie a basso costo, con una forte flessibilità e liquidità.

Azionario e obbligazionario

All'interno dei patrimoni in gestione tramite ETF spiccano soprattutto quelli sull'azionario globale che sono circa il quadruplo di quelli obbligazionari. La corsa del prezzo delle materie prime e i record dell'oro hanno spinto anche gli ETC ETF oro e in generale gli ETF sulle materie prime.
Per quanto riguarda i maggiori emittenti, i leader dei patrimoni in gestione rimangono i soliti noti iShares, Vanguard e State Street. Messi insieme hanno una quota di mercato complessiva superiore al 59%.

domenica 25 gennaio 2026

Federal Reserve, cos'è e come funziona la banca centrale USA

Il 23 dicembre del 1913 il Congresso statunitense approvò il "Federal Reserve Act", con cui veniva istituita la banca centrale degli Stati Uniti. Viene conosciuta con il nome di Federal Reserve, ed informalmente come Fed, ma il suo nome intero è Federal Reserve System.
L'istituto ha sede all'Eccles Building, a Washington, e iniziò le sue operazioni nel 1916.

Qual è lo scopo della Federal Reserve

Federal ReserveIl Federal System è oggi costituito da un'agenzia governativa centrale, il Board of Governors of the Federal Reserve System - con sede nella capitale Washington e composto da 7 governatori nominati dal Presidente degli Stati Uniti - e da dodici Federal Reserve Bank regionali, i cui presidenti sono nominati con complesse procedure. Dalla sua creazione ad oggi, l'organizzazione interna dell'istituto è stata più volte soggetta a revisione e modifica.

La Federal Reserve (Fed) ha due mandati: mantenere l'inflazione al 2% e mantenere la piena occupazione.

Lo strumento della Fed: i tassi di interesse

Il principale strumento di cui dispone la FED per raggiungere questi obiettivi è fissare i tassi di interesse sui prestiti che concede alle banche, sia quello che le banche applicano quando si prestano a vicenda. Le decisioni vengono prese in otto riunioni prefissate all'anno.

titoli di stato usaQuando l'inflazione sale troppo rapidamente e supera l'obiettivo del 2%, la Fed aumenta i tassi di interesse. Questo incrementa i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi (Treasuries), che diventano più attraenti e attirano maggiori afflussi di capitale estero. Come conseguenza, il dollaro USA (USD) tende a rafforzarsi.

Quando l'inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo alto, la Fed può abbassare i tassi d'interesse. In questo modo tende a indebolire il dollaro americano man mano che il capitale defluisce verso paesi che offrono rendimenti più elevati. 

Se i tassi restano invariati, l'attenzione si sposta sul tono della dichiarazione del Federal Open Market Committee (FOMC) e se sia aggressiva (aspettativa di tassi futuri più alti) o dovish (aspettativa di tassi futuri più bassi).

Gli strumenti non convenzionali

In situazioni estreme, la Federal Reserve può anche stampare più dollari e attuare politiche di quantitative easing (QE). Con questo processo la Fed aumenta sostanzialmente il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato, che può capitare quando le banche non si prestano tra loro (per timore di inadempienza della controparte). È l'ultima carta da giocarsi quando abbassare i tassi d'interesse difficilmente porterà al risultato sperato.

Il quantitative easing (QE) è stato lo strumento preferito dalla Fed per combattere la crisi del credito avvenuta durante la grande crisi finanziaria del 2008. Consiste nel copiare più dollari della Fed e usarli per acquistare obbligazioni statative statunitensi, prevalentemente da istituzioni finanziarie. Il QE di solito porta a un dollaro statunitense più debole.

Il restringimento quantitativo (QT) è il processo inverso in cui la Federal Reserve smette di acquistare obbligazioni dalle istituzioni finanziarie e non reinveste il capitale delle obbligazioni che detiene in scadenza in nuovi acquisti. Di solito è positivo per il dollaro statunitense.

martedì 20 gennaio 2026

Quotazione di oro e argento , nuovi record su tensione in Groenlandia

Si alza il livello di tensione tra Stati Uniti ed Europa sul tema della Groenlandia, fornendo un assist importante alle quotazioni di oro e argento. Entrambi i metalli continuano a ritoccare i rispettivi massimi storici, e potrebbero farlo ulteriormente nei prossimi giorni.

Cosa sta spingendo la quotazione di oro e argento

Trump sta continuando ad alzare il livello di ostilità per realizzare il suo piano di acquisizione della Groenlandia, e dopo il primo muro compatto eretto dall'Europa ha deciso di passare alle minacce, innescando così il rialzo delle quotazioni di oro e argento. 

L'inquilino della Casa Bianca infatti ha deciso di imporre dazi a otto nazioni europee che si sono apertamente opposte al suo piano di acquisizione della Groenlandia. Dal primo febbraio scatteranno così delle tariffe del 10% contro - tra le altre - Francia, Germania e Regno Unito. Tariffe che arriveranno al 25% a giugno.

La tensione crescente

L'ultima uscita di Donald Trump ha spinto i leader europei a programmare una riunione di emergenza, che si svolgerà nei prossimi giorni, allo scopo di valutare eventuali contromisure. Tra queste è la più probabile sembra essere l'adozione di dazi di rappresaglia su circa 93 miliardi di euro di beni statunitensi. 

Il rischio quindi che si inneschi una dannosa guerra commerciale è sempre più elevato, e il nervosismo sul mercato diventa terreno fertile per i rialzi di quotazioni di oro e argento (per quest'ultimo pesa anche un deficit di offerta di mercato).

I prezzi sul mercato

La spinta rialzista ha portato l'oro spot a sfiorare 4. 700 dollari per oncia mentre il prezzo dell'argento è salito oltre 94 dollari per oncia (fonte dati Pocket Option nuovo link).
A spingere la crescita delle quotazioni di oro argento ci sono anche gli attacchi dell'amministrazione Trump alla Federal Reserve, che alimentano i timori relativi all'indipendenza dell'istituto centrale, e quelli relativi alla sostenibilità del debito americano. Un altro fattore rialzista e la rotazione nel complesso dei metalli guidata dagli investitori in Cina.

giovedì 15 gennaio 2026

Banca Centrale della Cina, un istituto dalle grandi peculiarità

Nel mondo occidentale siamo abituati a pensare che una banca centrale, visto l'importante ruolo che riveste, abbia come caratteristica distintiva quella di essere un ente indipendente ed autonomo. Non vale questo discorso per la Banca Centrale della Cina, che è un istituto di proprietà dello Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Ruolo e compiti della banca centrale della Cina

L'istituto di Pechino venne istituito nel 1948, dopo la vittoria del Partito Comunista Cinese e la creazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Gli obiettivi principali perseguiti dalla banca centrale della Cina sono quelli di salvaguardare la stabilità dei prezzi, inclusa la stabilità del tasso di cambio dello Yuan rispetto ad altre valute principali (soprattutto il dollaro), e promuovere la crescita economica del paese.

La banca centrale della Cina inoltre punta anche a realizzare delle riforme finanziarie, come condurre lo sviluppo del mercato. La PBOC rappresenta in via ufficiale la Cina nelle organizzazioni finanziarie internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale - FMI, la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo (BAsS).

Gli strumenti dell'istituto

Per realizzare i suoi scopi, la banca centrale della Cina utilizza un insieme di strumenti che è più ampio rispetto a quelli che sono maneggiati dalle altre banche centrali come la Federal Reserve e la BCE

Le armi principali di politica monetaria sono la manovra del Reverse Repo Rate (RRR) a sette giorni e del Loan prime Rate (LPR, la cui modifica incide direttamente sui tassi per prestiti e mutui a famiglie e imprese), il Medium term Lending Facility (mlf), gli interventi sul cambio estero e il reserve requirement ratio.

Chi governa la Banca Popolare Cinese?

Essendo un'istituzione di proprietà dello Stato, la banca centrale della Cina non gode di autonomia politica. Anzi, è obbligata ad attuare le politiche del Partito Comunista Cinese sotto la direzione della sua Commissione finanziaria centrale. Il segretario del comitato del Partito Comunista cinese, nominato dal Presidente del Consiglio, esercita un'influenza enorme sulla gestione e sulla direzione della Banca Popolare.

lunedì 12 gennaio 2026

Mercati sull'allerta, questa settimana comincia la stagione degli utili a Wall Street

Dopo un avvio a rilento nei primi giorni dell'anno, ora si comincia a fare sul serio. Per i mercati finanziari la settimana che comincia è quella dell'avvio della stagione degli utili. Si comincia con i conti delle maggiori banche statunitensi. Nel panorama ci sono però anche importanti dati macroeconomici su entrambe le sponde dell'oceano.

Appuntamenti negli USA per i mercati

Il calendario degli appuntamenti negli Stati Uniti ha il suo fulcro nell'avvio della stagione degli utili del quarto trimestre. Ad alzare il velo sui conti saranno alcune delle maggiori banche del paese tra cui JP Morgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley. In corrispondenza del rilascio, molti trader sfrutteranno tecniche di scalping 5 minuti per guadagnare sulle oscillazioni di prezzo.

Ma saranno giorni importanti anche sul fronte dei dati macroeconomici. Spicca in particolare l'indice dei prezzi al consumo di dicembre. I mercati ritengono che l'inflazione rimarrà stabile al 2,7% su base annua, lo stesso livello al quale dovrebbe salire l'inflazione core. Indicazioni importanti arriveranno anche dalle vendite al dettaglio e dalla produzione industriale.

Gli eventi in Europa

Nel vecchio continente il focus dell'attenzione dei mercati sarà rivolta al Regno Unito, dove verranno pubblicati i dati mensili sul prodotto interno lordo assieme a quelli su produzione manifatturiera e bilancia commerciale. L'economia britannica è reduce da due mesi consecutivi di contrazione e si prevede una terza battuta di arresto, cosa che potrebbe incidere sulle future scelte della Bank of England che a dicembre ha tagliato i tassi per stimolare la crescita.

Nell'Area Euro verranno pubblicati i dati sulla produzione industriale. Sempre in Europa ha appuntamento con il meeting di politica monetaria della banca centrale di Polonia, che dovrebbe mantenere il tasso di interesse al 4%, dopo sei tagli lo scorso anno.

Il resto del mondo

Nella zona dell'Asia Pacifico sono attesi importanti indici macroeconomici dalla Cina. I mercati guarderanno soprattutto quelli relativi al commercio internazionale. In Giappone i dati più rilevanti riguardano il saldo delle partite correnti e l'inflazione alla produzione.
Si riunisce in meeting invece la banca centrale della Corea del Sud, che dovrebbe mantenere invariato il tasso di interesse a 2,5%.

mercoledì 7 gennaio 2026

Aziende in crisi, oltre 70 dossier sul tavolo del Ministero

Lo specchio della progressiva frenata della produzione industriale italiana è l'incremento del numero di aziende manifatturiere che attraversano uno stato di crisi. Le situazioni di difficoltà che sono sotto il monitoraggio diretto del Ministero delle Attività Produttive e del Made in Italy (MiMIT) sono circa 70, tra vertenze aperte e situazioni di monitoraggio.

L'aumento delle aziende in crisi

Rispetto allo scorso anno c'è stato un incremento delle crisi aziendali in ambito manifatturiero. La metà delle aziende in difficoltà appartengono al settore metalmeccanico, il 35% riguarda invece il settore chimico-tessile, mentre il 10% riguarda i call center. Complessivamente le situazioni di crisi aziendali coinvolgono circa 60. 000 lavoratori.

L’ultima situazione aperta in ordine di tempo è quella di Natuzzi, che ha annunciato lo stop nelle fabbriche di Altamura e Santeramo. Sono previsti 479 esuberi. Per l’azienda pugliese specializzata nella produzione di arredamento (titolare del marchio Divani & Divani) è l’ultimo atto di una crisi che va avanti da quasi vent’anni.

Il lavoro del ministero

L'attività del ministero in diversi casi è riuscita ad arginare o congelare le dimissioni o il licenziamenti. Nell'ultimo anno sono stati raggiunti 27 tra accordi o soluzioni alle crisi, che hanno avuto come risultato la stabilizzazione dei posti di lavoro. Sono stati coinvolti circa 13. 000 lavoratori, per i quali è stato scongiurato il rischio di licenziamento.

Nella maggior parte dei casi il MiMit ha lavorato alla ricerca di acquirenti oppure su progetti di riconversione industriale. Grazie al lavoro del ministero si è riusciti a evitare la chiusura di aziende come La Perla, Cinzano, Venator, Dema, Coin, Sofinter. 

Le origini delle crisi

Va precisato che la lettura delle situazioni presentate al tavolo ministeriale hanno origini molto eterogenee. In alcuni casi le difficoltà delle aziende sono il prodotto di vicende che vengono da lontano (si pensi alla crisi dell’Ilva), mentre altre affondano in situazioni più recenti. In generale, i dati raccontano come sia il Mezzogiorno ancora una volta l’area che presenta le maggiori criticità.