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lunedì 14 aprile 2025

Tasse, due volte su tre a non pagare sono le grandi imprese

Un recente report pubblicato dall'ufficio studi della CGIA Mestre ha messo in evidenza un aspetto interessante riguardante le tasse in Italia. Nel 64,3% dei casi, la mancata riscossione da parte del fisco riguarda le persone giuridiche, ossia le imprese di maggiori dimensioni (che assumono la forma di Spa, Srl, consorzi, cooperative, etc).

I numeri della mancata riscossione delle tasse

L'analisi è stata condotta sui dati relativi all'intero millennio che stiamo vivendo. Ebbene in questi 25 anni il fisco ha reclamato inutilmente 1279 miliardi tra tasse, contributi, bollette, multe, etc. Di questa cifra, ben 822 miliardi sono in capo alle grandi aziende

Si tratta quasi del triplo rispetto alla somma che invece è stata inutilmente reclamata nei confronti delle persone fisiche (300 miliardi), e 5 volte la somma che invece riconducibile alle persone fisiche con attività economica (ossia artigiani, commercianti, esercenti, liberi professionisti, etc).
L'infedeltà fiscale sembra quindi essere soprattutto una prerogativa dei grandi contribuenti e non i piccoli (incluse le piccole e medie imprese), che invece sono più ligi al rispetto delle normative riguardo le tasse.

Il credito non riscosso dai lavoratori autonomi

Circa i lavoratori autonomi, bisogna inoltre aggiungere inoltre che c'è un carico residuo non riscosso che equivale a poco più della metà del dato riferito alle persone fisiche. E dire che normalmente, quando si parla di evasione delle tasse, una delle prime categorie che finisce sul banco degli imputati è proprio quella dei lavoratori autonomi. 

Anche se è vero che in questa categoria si nascondono anche molti che non adempiono agli obblighi fiscali, le statistiche ufficiali quindi raccontano che negli ultimi 25 anni solo 13 evasori su 100 hanno una partita Iva, e l'incidenza della loro evasione sul totale è appena del 12,2%.

Se lo stato riuscisse a recuperare la maggior parte di queste somme, il nostro problema del debito pubblico sarebbe in gran parte risolto.

L'evasione per zona territoriale

Per quanto riguarda la collocazione geografica delle sacche di evasione dalle tasse, il debito fiscale pro capite più elevato maturato in questi ultimi 25 anni è in capo ai residenti del Lazio con 39.673 euro. Seguono i campani con 27.264 euro e i lombardi con 25.904 euro. Il Nord è il territorio più virtuoso, con il Trentino Alto Adige in fondo alla classifica delle cifre non riscosse, appena 6.964 euro.

giovedì 12 ottobre 2023

Lavoro, in Italia 2 milioni di disoccupati ma le imprese faticano a trovare un milione di dipendenti

C'è una situazione paradossale che riguarda il mercato del lavoro italiano. Il nostro paese conta circa due milioni di disoccupati, ma al tempo stesso le nostre imprese lamentano la difficoltà di trovare un milione di addetti.
Il conto è abbastanza semplice: se domanda è offerta si allineassero, metà del problema disoccupati nel nostro paese si risolverebbe.

Lo studio della CGIA sul lavoro

L'ufficio studi della CGIA ha sottolineato che tra i disoccupati del nostro paese sono per quasi la metà in una fascia di età compresa tra 15 e 34 anni, parliamo di circa 800 mila persone che sono all'inizio o nella maturità della loro vita lavorativa.

Tuttavia molti di loro hanno un deficit educativo o di esperienza troppo ampio rispetto alle abilità professionali che vengono richieste dalle aziende. Per questo motivo domanda e offerta fanno fatica ad incrociarsi. E sempre per questo, motivo molte aziende devono rinunciare a una parte degli ordini che ricevono, perché non hanno le risorse umane sufficienti per riuscire a farvi fronte. Addirittura si è calcolato che nel nord-est rimane scoperto un posto su due per mancanza di candidati adeguati.

Un problema doppio

Il danno che crea una situazione del genere e duplice, perché da un lato le imprese non possono incrementare la loro attività produttiva e quindi crescere e creare ricchezza da distribuire. Dall'altro lato non si riesce a togliere numerose famiglie dalla condizione di fragilità economica in cui si trovano.

I lavoratori che non si trovano

Sempre la CGIA ha elaborato la classifica delle 50 figure professionali più difficili da trovare. Quelle più introvabili sono i saldatori ad arco elettrico, gli ingegneri elettronici o delle telecomunicazioni, gli intonacatori ma anche i medici di medicina generale e i dirigenti d'azienda. Per queste professioni addirittura la ricerca fallisce 8 volte su 10.

L'elenco delle figure di lavoro introvabili comprende però anche i meccanici collaudatori gli infermieri/ostetriche, i tecnici elettronici (installatore e manutentore hardware), i tappezzieri e i materassai, gli operai addetti a macchinari per la filatura e bobinatura, i saldatori e i tagliatori a fiamma, gli ingegneri elettronici, gli elettrotecnici e gli operai addetti ai telai meccanici per la tessitura e maglieria.

martedì 26 settembre 2023

Costi dell'energia troppo alti, oltre 2 milioni di famiglie deve stringere i consumi

Anche se negli ultimi mesi le bollette di luce e gas sono andate in discesa, il livello dei costi dell'energia rimane ancora decisamente superiore rispetto al periodo pre-Covid. Se il prezzo medio del gas naturale nel 2019 era pari a 16 euro/MWh, ad agosto ha toccato i 34 euro/MWh (+112%). L'energia elettrica, invece, nel 2019 costava mediamente circa 52 euro/MWh, ad agosto ha raggiunto i 112 euro/MWh (+115%).

La conseguenza della lunga esposizione a tariffe elevate è che oltre due milioni di famiglie italiane si ritrovano in "povertà energetica".

Le conseguenze dei costi dell'energia

Elaborando i dati del rapporto Oipe 2023, l'ufficio studi della Cgia ha evidenziato che circa 5 milioni di persone, che corrispondono a 2,2 milioni di famiglie, vivono in abitazioni che sono poco riscaldate d'inverno e poco raffrescate d'estate, che hanno una illuminazione non adeguata e che si caratterizzano per un utilizzo molto parsimonioso dei principali elettrodomestici. Questo quadro definisce la cosiddetta "povertà energetica".

I numeri

La media nazionale delle famiglie in povertà energetica è pari al 8,5%, un dato superiore di mezzo punto percentuale rispetto all'epoca pre-Covid.
La situazione peggiore è quella della Calabria, dove il dato praticamente raddoppia, così come in Puglia e Molise: queste tre regioni si trovano almeno al 16%. Male anche la Basilicata (15%) e la Sicilia (14,6%). Sul versante opposto invece troviamo la Lombardia (5,3% delle famiglie totali), la Liguria (4,8%) e, in particolar modo, le Marche (4,6%).

Gli elevati costi dell'energia hanno messo in crisi soprattutto le famiglie con un elevato numero di componenti e quelle che già vivevano una condizione di disagio economico o in abitazioni poco manutenute.

La realtà è peggio dei numeri

Se questi dati sono allarmanti, lo è ancora di più il fatto che i numeri si riferiscono al 2022, ossia prima che nel nostro paese scoppiasse lo shock energetico (i picchi sono stati raggiunti nell'agosto del 2022, ). Ne consegue che i numeri reali sicuramente sono anche peggiori di questi.

martedì 21 settembre 2021

Imprese a rischio usura, settembre mese di massima allerta. Le situazioni peggiori al Sud

Ci sono quasi 180mila imprese italiane che vivono una situazione di sofferenza. La loro situazione è peggiorata a causa della crisi Covid, ma la cosa più preoccupante è che la crisi di liquidità rischia di farle lentamente scivolare nelle mani degli usurai.

Imprese italiane in carenza di liquidità

E' questo l'allarme lanciato dalla CGIA, che spiega come durante la pandemia è cresciuto il numero di imprese che non hanno onorato i propri impegni finanziari.
Per questo motivo, molte sono finite nell'elenco della Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. Tale segnalazione di insolvenza ha bloccato per loro la possibilità di accedere al credito nei canali legali. Per loro, a meno di faticosissime risalite con le sole proprie forze, l'alternativa è rivolgersi al canale illegale. L'usura.

Un indice - sia pure sommario - dei danni provocato dal Covid è il numero di denunce presentate per usura nel 2020: secondo il Ministero dell’Interno sono salite a 222 (+16,2% rispetto al 2019).

Settembre mese di massima allerta

La situazione è delicata soprattutto in questo periodo, dal momento che settembre è il mese di molte scadenze fiscali per le imprese. Le tasse sono il principale innesco delle crisi di solvibilità, e di conseguenza della richiesta agli usurai. Il rischio di un boom del fenomeno è dietro l'angolo.

Per evitare uno scenario del genere, l'arma dello stato è il Fondo di prevenzione dell’usura” introdotto nel 1996 (e perativo dal 1998).
Ma da solo non basta, per cui occorre che le banche aiutino di più le imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione. Soltanto in questo modo si potrà evitare la crescita del numero di aziende che finirà nelle mani degli strozzini.

Aree metropolitane più a rischio

Le situazioni più gravi sono nelle grandi aree metropolitane: Roma, Milano, Napoli e Torino.
Nella capitale ci sono oltre 13mila imprese "segnalate" alla Centrale dei rischi, il doppio di Torino. A metà strada si collocano Milano (quasi 10mila) e Napoli (8mila).
A livello di macroaree la più colpita è il sud, con 57.992 aziende in sofferenza (32,9% per cento del totale), mentre chi sta meglio è il Nordest (30mila, 17% del totale).

lunedì 11 febbraio 2019

Pressione fiscale, nel 2019 il "tax freedom day" arriverà solo il 5 giugno

La pressione fiscale sugli italiani è aumentata, al punto che nel 2019 saremo "liberi" dalle tasse soltanto il 4 giugno. Fino a quel momento tutto quello che guadagneremo, sarà destinato alle casse del fisco.

Liberi dalla pressione fiscale

Lo ha evidenziato l'ufficio studi della CGIA , sulla base dei dati del Ministero dell’Economia. Complessivamente la pressione del fisco sugli italiani sarà al 42,3% (+0,4 rispetto allo scorso anno). Lo shock fiscale che molti si attendevano, quindi non ci sarà. Almeno per quest'anno. Anzi, stando alle previsioni elaborate dal Ministero, la pressione fiscale addirittura crescerà dopo 5 anni in cui ciò non accadeva. Questo allungherà di un giorno i tempi necessari per raggiungere il “tax freedom day”, ovvero il giorno di liberazione fiscale. Quindi occorreranno oltre 5 mesi, pari a 154 giorni lavorativi, inclusi i sabati e le domeniche.

Durante questo lasso di tempo il contribuente medio italiano dovrà lavorare solo per adempiere a tutti gli obblighi fiscali dell’anno: Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc. La famiglia beneficerà del proprio lavoro solo dal 5 giugno in poi. Per chi ama vederla sotto un altro punto di vista, questo dato significa che per tutto l'anno, in media 3 ore e mezza al giorno saranno dedicate a pagare le tasse e i contributi (se ipotizziamo una giornata lavorativa di 8 ore).

Il confronto storico e con la UE

La parziale consolazione è che di recente c'era andata pure peggio. Nel 2012 (anno bisestile) e nel 2013 infatti il "tax freedom day" è arrivato solo il 9 giugno, a causa di una fiscale che raggiunse il record storico del 43,6%. L'anno migliore per il contribuente è stato nel 2005, con il Governo Berlusconi II. All'epoca la pressione fiscale si attestò al 39,1%, e il "tax freedom day" fu celebrato il 24 maggio.

Rispetto agli altri paesi della UE, come è facile intuire non stiamo messi benissimo. Si può fare una comparazione solo riguardo ai dati del 2017, ma comunque ciò mette in evidenza che altrove si "festeggia" in media 4 giorni prima. In alcuni casi... nettamente prima. Come in Spagna (28 giorni prima), Olanda (13) e Germania (7). Chi sta messo meglio di tutti è il contribuente irlandese, che addirittura è libero dalle tasse il 27 marzo!  Chi sta messo peggio è il nostro vicino francese, che deve lavorare per il Fisco ben 23 giorni in più.

domenica 3 settembre 2017

Tasse, ogni italiano paga in media 8mila euro l'anno allo Stato

Ogni italiano pagherà quest'anno in media 8mila euro di tasse. Ovvero 750 euro al mese. E se questo non vi spaventa abbastanza, sappiate che l'importo sale a quasi 12 mila euro considerando anche i contributi previdenziali. Il calcolo è stato fatto dalla Cgia di Mestre considerando quasi tutto quello che ci tocca pagare allo Stato (apertamente oppure sotto forma di accise, ritenute, sovraimposte e via dicendo). Nell'ultimo ventennio la cifra delle entrate tributarie è salita dell'80%, quasi il doppio dell'inflazione che nello stesso periodo è salita del 43%. Ricordiamo che in Italia la pressione tributaria è del 29,6%, la quarta più elevata dell'Eurozona. E tenuto conto del livello dei servizi che riceviamo in cambio...

L'analisi delle nostre tasse

Nel complesso si tratta di circa un centinaio di tasse pagate direttamente e indirettamente. Di queste soltanto la prima decina sono abbastanza note (Sapere che paghiamo anche le imposte doganali sui sacchetti non biodegradabili?) nonché quelle più pesanti. E fruttano circa 421,1 miliardi allo Stato, ovvero l'85,3 per cento del gettito tributario complessivo.

Le più pesanti sono Irpef e IVA, che rappresentano più della metà (il 54,2 per cento) del gettito totale. Per le aziende invece il peso maggiore ce l'hanno l'Ires e l'Irap.

Lo studio effettuato dalla Cgia mette in evidenza poi delle curiosità. Molti non ci pensano, ma l'IVA è l'imposta che ci accompagna tutti i giorni della nostra vita. Esiste inoltre un'imposta applicata dalle Regioni sulle emissioni sonore degli aeromobili (!). Altre imposte stravaganti sono quella sugli "spiriti" (che in realtà fa riferimento ai distillazione alcolici), quelle sui gas incondensabili e sulle riserve matematiche di assicurazione (tasse su accantonamenti obbligatori delle assicurazioni). C'è poi un'imposta dal nome così lungo da essere impronunciabile: "imposta sostitutiva imprenditori e lavoratori autonomi regime di vantaggio e regime forfetario agevolato".

domenica 25 settembre 2016

Crediti in sofferenza, il settore immobiliare ne genera il 41%

Uno dei problemi maggiori della nostro sistema bancario sono i crediti in sofferenza. Secondo quanto riporta un'indagine della Cgia, quasi la metà ha origine dal settore immobiliare. La percentuale esatta è infatti del 41,4%.

I dati della Cgia sui crediti in sofferenza

tasseSecondo l'ultima analisi realizzata dall'Ufficio Studi della Cgia, ammonta a 64,8 miliardi di euro il volume di crediti in sofferenza della filiera immobiliare, su un totale di 156,8 miliardi generati dalle imprese.
Su questo volume totale di sofferenze, la parte più cospicua riguarda il comparto delle costruzioni (43,1 miliardi) mentre le attività immobiliari (ovvero compravendita, affitto e gestione di immobili e intermediazione immobiliare) sono a quota 21,7 miliardi di euro.

Il grosso problema della filiera immobiliare

Questi numeri testimoniano le difficoltà della filiera immobiliare nel restituire i prestiti agli istituti di credito, rimarca Hellen di Page23. Basti pensare che l'intero settore manifatturiero ne genera 35,1 miliardi (22,4% del totale delle sofferenze), mentre il commercio si ferma a 26,8 miliardi (17,1%).

Una tendenza che cresce

Peraltro la tendenza di questo fenomeno è in crescita, visto che da luglio 2011 a luglio 2016 si "contano" 42,7 miliardi di euro di sofferenze in più per questo comparto, per un incremento che addirittura arriva al 192,7%, come sottolinea finanza-infograficando. Per completezza, va anche detto che nello stesso periodo il settore manifatturiero ha avuto un incremento di sofferenze del 57,5%, mentre il commercio registra un +96,2%. Tra i settori economici che sono più virtuosi, ovvero generano meno sofferenze, ci sono le utilities energetiche (2,3 per cento), le attività professionali (8,5), i trasporti (9,7) e le utilities dei rifiuti/risorse idriche (9,8).