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venerdì 24 giugno 2022

Economia: il turismo italiano tira, ma manca il personale

Uno dei punti fermi della nostra economia è il turismo. Dopo i disastri provocati dalla pandemia, finalmente si preannuncia un'estate boom, con prenotazioni a pioggia.
Tuttavia, c'è il pericolo che il possibile boom si trasformi in un flop, dal momento che le aziende del settore lamentano la mancanza di personale. Sono così a rischio ben 6,5 miliardi di entrate.

I numeri dell'economia del turismo

Secondo le previsioni del settore, nel periodo che va da giugno ad agosto, in Italia è previsto l'afflusso di quasi 45 milioni di turisti. Ci saranno quasi 190 milioni di pernottamenti. Si tratta di una cifra superiore di ben 23 milioni rispetto a quelli del 2021. 

In termini percentuali, le stime indicano una crescita del +16,6% degli arrivi e del +14,3% dei pernottamenti.
La crescita riguarda in particolar modo i turisti stranieri, con presenze in aumento del 25,7% rispetto al 2021, per un totale di circa 72,2 milioni.

Malgrado si tratti di numeri estremamente positivi, non siamo ancora capaci di raggiungere i livelli che c'erano prima dello scoppio della crisi pandemica.
A livello di presenze siamo sotto ancora del 12,2%. I numeri sono ancora più lontani rispetto a quelli del 2019, secondo una indagine di Assoturismo Confesercenti, realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze.

Il problema di mancanza di personale

Se i numeri sono incoraggianti, c'è però un problema che rischia di minacciarli. Manca il personale. Una grossa fetta dell'offerta di lavoro che non viene soddisfatta, perché i compensi se sono bassi scontano la concorrenza del reddito di cittadinanza. Inoltre molti lavoratori del comparto, durante la pandemia si sono spostati su altre occupazioni e nella maggior parte dei casi non sono tornati indietro.
E' un problema strutturale che rischia di obbligare le strutture a rinunciare a una parte dei servizi forniti ai clienti. Se non verrà risolta la situazione, verranno messi a rischio 6,5 miliardi di euro di spesa turistica nel nostro Paese.

Altri nodi da sciogliere

A questo problema se ne aggiungono anche altri. Anzitutto la cancellazione dei voli da parte delle compagnie aeree low cost, e poi ci sono gli aumenti di costi fissi e delle bollette, provocate dai fortissimi rincari dei prezzi energetici.

martedì 17 maggio 2022

Imprese della ristorazione in calo è la prima volta dopo un decennio

L'impatto della pandemia ha fatto sentire i suoi effetti "numerici" dopo un po' di tempo sul settore della ristorazione. Oggi è diviso tra la voglia di ripartire e la conta dei danni, che si manifesta soprattutto attraverso un dato in calo, quello delle imprese che si sono registrate.

Il calo del numero di imprese

Sulla base dei dati di Infocamere, l'Osservatorio Ristorazione dell'agenzia  Ristoratore Top su dati Movimprese ha evidenziato che, dopo oltre un decennio di continua crescita numerica, nel 2021 il numero delle imprese attive nel settore della ristorazione è diminuito.

Si tratta di un dato estremamente tangibile degli effetti del contraccolpo da coronavirus. Risulta ancora di più eclatante perché, come detto erano oltre 10 anni che il numero di imprese continuava a crescere. Tanto che si era avvicinato alle 400.000 unità. Nel 2021 il saldo evidenzia invece una riduzione di 707 unità.

Resistono comunque le aziende attive, che sono 340.610. Tuttavia il numero è superiore soltanto di 46 unità rispetto al 2020. Anche le nuove attività ristorative iscritte evidenziano il primo arretramento dopo oltre un decennio: sono 8.942.

Un dato che conferma le difficoltà

Il report sul numero delle imprese nel settore della ristorazione non fa che confermare quanto già era evidente in precedenza. La pandemica ha scatenato una vera tempesta nel settore, perché non solo ha ridotto il numero di imprese, ma ha pure inciso in modo feroce sul fatturato complessivo, che ha subito un drastico taglio malgrado le iniziative a sostegno del settore.

Le prospettive

La clamorosa battuta d'arresto subita a causa della pandemia, al tempo stesso rappresenta un punto di partenza per il futuro. C'è ottimismo riguardo alla ripresa del trend di crescita che si è bruscamente arrestato dopo oltre un decennio. La voglia di resistenze è stata confermata anche dal dato diffuso da Deloitte sulla ristorazione, che ha evidenziato un rimbalzo del business a livello mondiale. Tuttavia, resta lontano dal colmare il crollo del 2020.

mercoledì 27 aprile 2022

Lavoro, l'Europa ha recuperato dai livelli pre-Covid ma non l'Italia

Il problema del lavoro in Italia non è legato soltanto all'impatto della pandemia. Lo mettono in evidenza i dati Eurostat, dai quali emerge che nel nostro Paese il tasso di occupazione è risalito meno rispetto alla media UE dallo scoppio della crisi sanitaria. Ma emerge anche che certe dinamiche poco positive sono in atto da almeno un decennio.

I numeri sul lavoro

Se nel 2021 il tasso di occupazione medio in Ue è salito da 67% a 68,4%, in Italia rimane ancora indietro rispetto al periodo pre pandemia. Il tasso di chi lavora rispetto all'intera popolazione attiva  era al 59%, mentre adesso siamo al 58,2%. 

Inoltre dal 2021 l'occupazione in Italia è cresciuta molto più lentamente rispetto alla media europea. Siamo passati da 56,1% a 58,2%, mentre nello stesso periodo la crescita in Europa è stata di 6,2 punti percentuale.

Confronto

Anche il confronto con altre grandi economie ci mette indietro. Tra il 2012 e i 2021 la Francia è cresciuta dal 64,4% al 67,2%, +2,8 punti; la Germania è passata da 72% a 75,8%. Perfino la Grecia, unico Paese che nel 2021 ha un tasso di occupazione inferiore a quello italiano, ha vissuto una crescita più forte della nostra dal 2012 al 2021: +6,8%, passando dal 50,4% al 57,2%. La Grecia ha anche recuperato 1,1 punti sul 2019.

Va ricordato che il paese ellenico ha vissuto una crisi profonda, e soltanto dopo 8 anni ha visto la fine del tunnel.

Lavoro femminile

Ci sono poi altri numeri sul lavoro che sono poco lusinghieri. Ad esempio, quelli sull'occupazione femminile, mai così male dal 2013. Esisteva già un gender gap sul lavoro molto ampio, e c'è stato un allargamento del divario con la media dell'Unione europea. Nel 2021 erano occupate il 49,4% delle donne tra i 15 e i 64 anni a fronte del 63,4% della media Ue. Ben 14 punti di differenza. La forbice si è ulteriormente allargata rispetto al 2019 (era di 12,7 punti: 62,9 contro 50,2) e rispetto al 2020 (era di 13,6 punti: 62% in Ue, 48,4% in Italia).

Il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2021 era il peggiore in Ue dopo la Grecia (48,2% in recupero sia sul 2019 che sul 2020). In Germania nel 2021 erano occupate il 72,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni.

mercoledì 20 aprile 2022

Redditi e Covid, il Nord colpito 10 volte più forte rispetto al Sud

Stiamo lentamente uscendo dalla crisi sanitaria innescata dalla pandemia, ma ancora ne subiamo gli effetti economici. Tremendi sono stati quelli sul reddito disponibile delle persone, che hanno avuto un brusco calo. E come se non bastasse, adesso ci sono pure le conseguenze della guerra in Ucraina da affrontare.

Un esame delle ripercussioni sul reddito provocate dalla pandemia è stato fatto dal Sole24Ore, in base agli open data sulle dichiarazioni dei redditi 2021 pubblicati recentemente dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia.

Dati sui redditi e pandemia

Da questa indagine emerge che il crollo del reddito disponibile nel 2020 si è abbattuto principalmente al Nord, dove è stato dieci volte più pesante rispetto al Meridione.  

Chiaramente, questo deriva anche dal fatto che il punto di partenza era decisamente differente. Il Nord è territorio più ricco rispetto al Sud, e quindi il calo proporzionale è stato più forte. Questo andamento così eterogeneo si spiega anche con il diverso impatto delle misure di contenimento. Le chiusure hanno pesato soprattutto sui redditi dei lavoratori autonomi e dei dipendenti del settore privato, lasciando invece pressoché inalterati i redditi da pensione e quelli dei lavoratori pubblici.

Ad ogni modo, il calo del reddito disponibile provocato dalla crisi pandemica è stato pari all'1,45% nella parte settentrionale del Paese (a 23.828 euro).
Molto più contenuto invece l'effetto al Sud, dove ci si ferma a una riduzione dello 0,15% (a 17.256 euro).

Andamento regionale

A livello regionale le cadute più significative sono state in Toscana (-1,96%), Lombardia (-1,75%) e Valle d’Aosta (-1,74%). Segno negativo anche per il Veneto (-1,62%), la Liguria (-1,36%), il Piemonte (-1,29%) e l'Emilia Romagna (-1,13%).
Il divario Nord-Sud emerge osservando il lato opposto della classifica, dove ci sono regioni che hanno addirittura avuto un aumento del reddito pro-capite. Segno positivi infatti in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria.

Comuni più colpiti

Circa i singoli Comuni, quelli più colpiti dal calo del reddito sono le città d’arte. Particolarmente colpita Venezia, che a causa del crollo del turismo segna -4,36%, quattro volte peggio rispetto alla media nazionale. Fortunatamente, il 65% di queste perdite è stato recuperato l'anno successivo. Malissimo anche Firenze, altra grande città a vocazione turistica, con -1,98%.
Il dato peggiore di tutti lo evidenzia però Positano, con un tracollo del 35,3%, seguito a una certa distanza dal -21% di Limone sul Garda.
Il dato migliore invece spetta a Campobasso (+1,69%).

lunedì 7 febbraio 2022

Lavoro indipendente, numeri in declino ma non è solo colpa del Covid

La categoria professionale più colpita dalla pandemia è quella del lavoro indipendente. A mettere in evidenza questo problema è l'ufficio studi della CGIA, sulla base dei dati forniti da Istat.

I numeri del lavoro indipendente

Nel corso dei due anni in cui il coronavirus ha flagellato l'economia, sono andate perse tantissime unità di lavoro indipendente. Parliamo di circa 321 mila.
Prima dello scoppio della crisi sanitaria il numero superava i 5 milioni, oggi invece è sceso sotto i 4,9. La perdita percentuale è del 6,2%.

Un trend che viene da lontano

A dire il vero, occorre sottolineare che la discesa numerica del lavoro indipendente era comunque cominciata anche prima dello scoppio della pandemia.
Il picco si era registrato nel 2016, quando il numero totale di lavoratori indipendenti era arrivato a superare quota 5,4 milioni.
Da quel momento in poi è cominciato un calo tendenziale delle unità di lavoro indipendente, fino a toccare il minimo storico a dicembre dello scorso anno.

Il Covid aveva colpito anche i lavoratori dipendenti, ma in quest'ultimo caso c'è stato un forte rimbalzo dopo il primo semestre di crisi sanitaria, che era stato decisamente drammatico. E' nella fase della ripresa che ha fatto seguito alla prima forte ondata di coronavirus, che dunque si crea una divergenza tra lavoro indipendente e dipendente.

I problemi delle partite IVA

Il popolo delle partite IVA ha dovuto fronteggiare diversi problemi legati al covid. Anzitutto le limitazioni alla mobilità. Ma poi si sono associati anche il calo dei consumi, il carico fiscale e l'impennata del costo degli affitti. Fattori che hanno agito insieme, spingendo molte partite IVA a chiudere definitivamente.

Una fetta di coloro che avevano resistito si è dovuta poi arrendere di fronte alla recente impennata dei prezzi dell'energia. Le bollette di luce e gas hanno infatti subito dei rincari enormi che hanno spinto in molti a gettare la spugna.

Interventi necessari

Se non si vuole continuare a perdere unità di lavoro indipendente anche in futuro, occorre invertire in fretta la tendenza, ritoccando l'imposizione fiscale e spingendo sul rilancio dei consumi. Ma anche tagliando una parte del peso della burocrazia. Su tutto però occorre fare una rivoluzione culturale, per ridare dignità valore sociale e un riconoscimento economico equo alle tante professioni artigianali, che rappresentano da sempre una virtù del nostro paese.

lunedì 27 dicembre 2021

Inflazione, il rally mette a rischio i risparmi sul conto corrente


La corsa folle dei prezzi è una minaccia enorme per i risparmi che si trovano sui conti correnti i famiglie e imprese. Perché se l'inflazione dovesse continuare di questo passo, nel giro di un decennio ci ritroveremmo con un terzo del potere d'acquisto in meno.

La folle corsa dell'inflazione

L'inflazione crescente è uno degli spettri che stanno agitando l'azione delle banche centrali. Dopo la grande crisi finanziaria del 2008, l'andamento dei prezzi è stato pressoché nullo. I tassi di crescita hanno viaggiato su medie annue inferiori all’1%, segnando addirittura anche dei picchi negativi.
Il Covid però ha cambiato tutto, o meglio la ripresa economica che ha fatto seguito alla prima violenta ondata pandemica.

Tassi alti e strutturali

La ripresa dell'economia ha innescato un boom della domanda di energia e materie prime di ogni genere, e questa pressione di mercato ha spinto i prezzi verso l'alto. A fine novembre 2021 in Italia l’inflazione ha registrato un aumento su base annua del 3,8%, mentre nell’Eurozona la crescita media è stata del 4,9%. Addirittura gli USA sono arrivati a sfiorare il 7%.

Per diversi mesi ci hanno raccontato la favoletta (o meglio la speranza) che si trattasse di un fenomeno puramente transitorio. Tanto la FED quanto la BCE hanno minimizzato il fenomeno. Ma adesso è chiaro che l’alta inflazione deriva da una situazione in parte strutturale, che ci costringerà a vivere con tassi di crescita più elevati per diversi anni.

Qualche dato allarmante

Questo problema mette le famiglie e le imprese di fronte a importanti sfide. Infatti secondo la Banca d’Italia ci sono oltre 1800 miliardi in giacenza sui conti correnti delle famiglie e circa 500 sui conti delle imprese. Soprattutto per le prime, l’erosione del capitale rischia di assumere proporzioni imponenti.
Se infatti l'inflazione dovesse rimanere attorno al 3%, l'anno prossimo l’erosione sarebbe di circa 55 miliardi. E se tali livelli di inflazione annua dovessero durare per un decennio, la perdita di potere d’acquisto del capitale ammonterebbe al 28,5%.

sabato 20 novembre 2021

Fallimenti, cresce il numeri di casi nel 2021. Il commercio è il settore più colpito

Nel giro di un anno le imprese che hanno dichiarato fallimento sono cresciute di quasi il 50%. E' il dato che emerge dall’Analisi Fallimenti realizzata da Cribis, società del gruppo Crif.

Il dato sui fallimenti

Nei primi nove mesi del 2020, le imprese che avevano dovuto alzare bandiera bianca per via dei debiti erano state 4709. Durante i primi nove mesi del 2021, il numero di fallimenti è invece stato 6761. La crescita è quindi stata del 43,6%. 

Se consideriamo solo il terzo trimestre del 2021, i fallimenti sono stati 1.806, quindi il 12,7% rispetto all’analogo periodo del 2020. Tuttavia, sono meno rispetto al 2019 (-22,4%) e al secondo trimestre 2021 (-24,8%).

Elementi da considerare

Bisogna tuttavia evidenzare due aspetti. Il primo è che il numero di default dello scorso anno è stato paradossalmente più basso del solito, a causa del fatto che l’attività dei Tribunali era ferma per le restrizioni anti-Covid. In secondo luogo, anche se il numero di fallimenti di quest'anno è molto alto, siamo comunque sotto i livelli pre-Covid.
Nonostante i gravi problemi provocati dalla pandemia, le imprese - pur se in difficoltà - hanno saputo reggere il colpo.

Occorre però evidenziare che bisognerà aspettare l'uscita dalla crisi e la fine degli effetti delle politiche di sostegno alle imprese, prima di capire qaunti danni avrà realmente fatto la pandemia.

Settori e distribuzione territoriale

Quello che si può dire è che nei primi nove mesi dell'anno, il numero maggiore di fallimenti ha riguardato il commercio, con 1.955 casi. Poco distante c'è il settore dei servizi a 1.659. Quindi edilizia (1.235) e industria (1.084).
A livello territoriale invece, le regioni più interessate da situazioni di fallimenti sono state Lazio, Lombardia, Toscana, Sicilia e Sardegna. Sul versante opposto, quelle meno colpite dai casi di fallimento sono Trentino-Alto Adige, Molise, Friuli-Venezia Giulia e Calabria.

martedì 14 settembre 2021

Investimenti, il settore delle costruzioni traina la ripresa post-Covid

Gli investimenti stanno consentendo all'economia italiana di crescere in maniera robusta. Secondo l'OCSE nel corso di quest'anno la nostra economia migliorerà del 5,9%, salvo poi rallentare leggermente (+4,1%) il prossimo anno.

Edilizia e investimenti

Come detto, sono gli investimenti a fungere da traino per la nostra economia. Nel corso del 2021 il loro volume è cresciuto del 15,9%, mentre per l'anno prossimo è attasa una crescita dell'8,7%.
Questo vento benefico si avverte soprattutto nel settore delle costruzioni e dell'edilizia, che erano stati tra i più penalizzati dalla pandemia Covid.
Il valore valore aggiunto del settore delle costruzioni sale del 10,1% rispetto ai livelli pre-Covid.

Italia ed Europa

Anche facendo un confronto con l'andamento del settore negli altri paesi europei, l'Italia brilla.
La performance dell’edilizia italiana infatti è decisamente migliore di quella tedesca (+0,8%), per non parlare di quei paesi dove si registra ancora un calo come Francia (-5,8%) e Spagna (-17,8%).

Tra gli investimenti, la parte del leone la recitano quelli legati al superbonus del 110%. Nel secondo trimestre del 2021 la quota di consumatori che indicano certa o probabile una ristrutturazione della propria abitazione raggiunge il massimo storico del 22,9%.

Indotto e lavoro

Peraltro la crescita del settore delle costruzioni sta avendo ripercussioni anche sulla produzione di manufatti per l’edilizia. Da gennaio a luglio del 2021, questo segmente ha vissuto una crescita del 8,4%. Molto meglio quindi rispetto all'intera manifattura italiana, in ritardo del 2,2%.
Per non parlare poi degli effetti che tutto questo sta avendo sul mercato del lavoro. Nelle imprese dell’edilizia la domanda è cresciuta, spingendo del 12,2% le assunzioni nette (719 mila) rispetto allo stesso periodo del 2019. In particolare nelle costruzioni sono salite del 57,6%, con 33 mila assunzioni nette in più rispetto al primo semestre del 2019.

martedì 31 agosto 2021

Aziende italiane, malgrado l'impatto del Covid i debiti sono sotto controllo

Le aziende italiane hanno subito un contraccolpo pesantissimo dalla crisi pandemica. Quasi un'azienda italiana su quattro (il 22,7%) ha chiuso il 2020 in perdita, mentre nel 2019 le imprese in rosso erano un po' meno di una ogni sei. Tuttavia, nonostante un evidente calo dei ricavi, la notizia positiva è che nella maggior parte dei casi non si è dovuto fare ricorso a un indebitamento estremo.

La situazione delle aziende italiane

Lo studio evidenzia che nel 2020 i ricavi delle aziende sono crollati in media del 10,7%, segnando una brusca inversione di rotta rispetto all'aumento del 3% che c'era stato l'anno precedente. Peraltro l'impatto del Covid ha segnato la fine di un trend positivo che durava dal 2013.

Secondo le previsioni, quest'anno e il prossimo ci sarà però un rimbalzo dei ricavi. Dovrebbero infatti crescere del 6,5% quest'anno e del 3,8% il prossimo. Se così fosse, alla fine del 2022 le aziende italiane avrebbero riassorbito quasi tutto l'impatto del Covid (-2,1% rispetto al periodo precedente). Non è certo una notizia che entusiasma, ma almeno regala un poco di speranza e ottimismo.

Il problema dei debiti

In base ad uno studio condotto da Cervid, emerge infatti che il sostegno fornito dallo Stato da una parte e il rafforzamento dei capitali dall'altro, hanno consentito alle aziende italiane di non esporsi troppo alla spada di Damocle dei debiti.
Infatti in base ai dati, è vero che i debiti finanziari delle imprese sono cresciuti, passando da 5,7 volte il margine operativo lordo (dati 2019) a un picco di 8 volte (nel 2020), ma è altrettanto vero che questo livello dovrebbe calare quest'anno a 7,3 volte, e nel 2022 scendere a 6,8 volte. Tra un anno quindi non saremo troppo lontani dai livelli pre-Covid.

C'è settore e settore

Altra cosa interessante che emerge dall'analisi di Cervid, è che l'impatto della crisi sui margini di profitto, varia in modo ampio da settore a settore. Alcuni addirittura hanno beneficiato della pandemia, anche se la stragrande maggioranza può dirsi "vittima" della crisi Covid.

martedì 17 agosto 2021

Debito pubblico a quota 2700 miliardi, una voragine da record nei conti dell'Italia

Alla rilevazione di giugno 2021, il debito pubblico italiano ha toccato un nuovo livello record. Secondo il report fornito da Bankitalia sulla finanza pubblica, la somma raggiunta infatti è di poco inferiore ai 2700 miliardi di euro.

La recente crescita del debito pubblico

Sulla crescita del nostro debito pubblico sta incidendo da mesi il Covid, che ha spinto il governo - come in tutto il mondo - a finanziare la ripresa economica attraverso altro indebitamento (era poco più di 2500 subito dopo lo scoppio della crisi sanitaria).
Soltanto nel mese di giugno, l'incremento mensile è stato di oltre 9 miliardi di euro.

In base al report di Bankitalia, la crescita di giugno deriva essenzialmente da un maggiore fabbisogno (15 miliardi). L'incremento di debito maggiore è stato quello in capo alle amministrazioni centrali, dove l'aumentato è stato di 9,3 miliardi.
Una discreta fetta di questo debito è detenuta dalla Banca d’Italia, circa il 23%, mentre la vita media residua del debito è rimasta stabile a 7,5 anni.

Il peso per cittadino e famiglia

Un debito pubblico di 2700 miliardi significa che ogni cittadino residente ha sulle spalle un peso di 45499 euro, neonati inclusi. Soltanto nel mese di giugno, senza esserne consapevoli il debito di ogni famiglia residente è cresciuto di 359,5 euro.

Gli sforzi fatti per ridurre l'indebitamento del Paese hanno avuto una brusca inversione di rotta con il Covid. Purtroppo questa nuova imponente crescita
sarà una zavorra pesantissima per il futuro, di cui faranno le spese le generazioni a venire. Una sorta di buco nero.

La crescita forte non basta

Questi dati fanno apparire meno brillante finanche la crescita attesa del 2021, che dovrebbe giungere a livelli che non si vedevano dagli anni Settanta. Secondo un sondaggio di Bloomberg, il tasso sarà del 5,6%. Questa crescita aiuterà il Paese a superare la profonda recessione in cui è precipitata l’anno scorso.

martedì 27 luglio 2021

Economia italiana, Confindustria fotografa una situazione in forte ripresa

Dal centro studi di Confindustria è arrivata l'ultima fotografia dello stato di salute dell'economia italiana. Nel rapporto "congiuntura flash" vengono evidenziati i ritmi robusti della ripresa, ma anche i nuovi rischi all'orizzonte. 

Crescita del PIL dell'economia italiana

Nel secondo trimestre del 2021 c'è stato un bel rimbalzo del PIL, che probabilmente sarà superiore a quello che ci sarà da qui a fine anno (ossia negli altri due trimestri).
La recente crescita dell'economia italiana ha beneficiato soprattutto dell'accelerazione delle vaccinazioni, e della progressiva riduzione delle misure restrittive.

I consumi hanno cominciato a irrobustrisi, in virtù della ritrovata libertà di movimento e grazie al risparmio accumulato nei mesi di lockdown. In particolare c'è stata un'accelerazione nell'ambito delle spese per i servizi (il dato il PMI è salito ancora a 56,7), grazie alla ripresa di viaggi e spese fuori casa. La risalita dei servizi dovrebbe peraltro proseguire anche nel terzo trimestre.
Intanto è anche cresciuta la fiducia delle famiglie, ormai oltre i livelli pre-crisi.

Imprese e commercio internazionale

Si è stabilizzato intanto il ritmo di crescita delle imprese. La produzione è aumentata anche nel secondo trimestre, e cosa molto positiva coinvolge quasi tutti i settori dell'economia italiana.
Le attese su produzione e ordini sono a livelli elevati, mentre il clima di fiducia sta mostrando un significativo rialzo.
Anche la dinamica commerciale internazionale è buona, perché anche se l'export è calato a maggio, comunque rimane oltre i livelli pre-crisi.

Il mercato del lavoro

Anche il mercato del lavoro è ripartito. Alla crescita nel manifatturiero, da maggio si è aggiunta anche quella nei servizi.  

Gli occupati a tempo determinato sono tornati al livello pre-crisi, mentre c'è ancora un divario da colmare per quelli a tempo indeterminato: -403mila da gennaio 2020. Resta poi da assorbire il numero enorme di inattivi, che è +400mila.

Rischi

Nonostante i tanti fattori positivi, l'economia italiana comunque non può sentirsi al sicuro da ulteriori scossoni.
Preoccupa in particolar modo l'aumento dei contagi di questo periodo estivo, che pone nuovi rischi di raffreddamento dell’attività economica.

lunedì 14 giugno 2021

Imprese italiane, che beffa: quasi tutti i ristori verranno restituiti con le tasse di giugno

Lo Stato da una parte dà, ma dall'altra lo riprende. E' questo l'allarme lanciato dalla CGIA, che evidenza come gran parte dei ristori previsti da due decreti, finiranno per finanziare il pagamento delle tasse da parte delle imprese italiane.

La beffa per le imprese italiane

Il dato è presto fatto. Grazie a due decreti sostegni che il governo ha approvato nei mesi scorsi, nelle casse delle imprese dovrebbero arrivare circa 21,4 miliardi di euro.
Ma in occasione delle tante scadenze fiscali previste nel mese di giugno, le imprese verseranno all'erario la bellezza di 19 miliardi di euro.

Tra acconti e saldi di Ires, Imu, Irpef/addizionali Irpef, Irap e diritto camerale, praticamente tutto quello che hanno ricevuto lo daranno indietro. I contributi a fondo perduto non serviranno quindi a finanziare la crescita e gli investimenti, ma solo a pagare le tasse.

Nessuna ripresa vera in questo modo

Chi otterrà denaro per compensare gli effetti della crisi, spesso pochi e in ritardo, subirà anche la beffa di doverli restituire subito al mittente, cioè allo Stato.
È evidente che non è questo il modo di dare una mano alle tantissime piccole e medie imprese italiane, già duramente provate dalla crisi.

Forse può interessare: rischio default per molte aziende a causa della crisi Covid.

Peggio ancora andrà a quelle imprese che, con le sole proprie forze, grossi problemi dal Covid non ne hanno subiti. Per loro il fardello del carico fiscale non potrà essere alleggerito da alcun contributo a fondo perduto.
In sostanza lo Stato gli dice: "Hai retto al Covid? adesso arrivo io..."

Azzerare il carico fiscale del 2021

Bisogna ripensare all'intero approccio fiscale dell'anno in corso, secondo la CGIA. Possibilmente arrivando a un azzeramento del carico di tasse.
Se fosse attuato per tutte le imprese con un fatturato 2019 inferiore al milione di euro, al Fisco costerebbe circa 28/30 miliardi di euro. Sarebbe una sorta di "investimento" per lo Stato, perché dando ossigeno alle piccole imprese, si permetterebbe loro di gettare le basi per una ripresa vera. E poi bisogna ricordare che comunque dovrebbero pagare le tasse locali.

lunedì 31 maggio 2021

Crescita economica, gli USA si avvicinano al picco e questo inquieta i mercati

Dopo la Cina, gli Stati Uniti sono il Paese che ha messo più benzina nel motore della crescita economica. Tuttavia, molti analisti ritengono che la ripresa dall’emergenza sanitaria adesso abbia raggiunto dei ritmi troppo elevati. In sostanza siamo al picco, sia per quanto riguarda la crescita che per quanto riguarda gli utili societari.

Quanto corre la crescita economica

Se consideriamo la sola Cina, possiamo finanche dire di aver già superato il picco, dato che la lotta al Covid è in una fase più avanzata rispetto al resto del mondo.
Nell’Area Euro, invece, ci sono ancora molti margini di crescita economica, dal momento che il settore dei servizi ha appena iniziato a riprendersi, mentre il manifatturiero lo ha fatto per primo.

Siamo vicini al picco?

Se guardiamo alle previsioni per il 2021, le stime sono state riviste al rialzo del 4% da inizio anno, arrivando al 6,5% attuale. La maggior parte delle aziende quotate a Wall Strett ha evidenziato ottime trimestrali per il periodo gennaio-marzo. Il punto è che l'avvicinarsi al picco di crescita economica potrebbe creare qualche scossone. Dal punto di vista dei mercati, questo significa possibili pause nel trend al rialzo (e chi sa come fare trading sul forex, sa che questo incide anche sul valutario).

Nota operativa: uno dei modi più interessanti per agire sui mercati, è seguire una spread trading strategia forex.

Dati macro rivelatori

Una fotografia chiara di come sta procedendo la crescita economica ce la daranno i dati di giugno. Per gli Stati Uniti saranno fondamentali i report sul lavoro e quelli sull’inflazione, che di recente ha messo sull'allerta i mercati.
L'inflazione sarà importante anche per l’Eurozona, dove potrebbe arrivare a livelli prossimi o addirittura superiori al target della Bce, il 2%.

In linea di massima la contemporanea azione di stimoli fiscali e di politiche monetarie accomodanti, alimentano la fiducia nella crescita economica robusta per il 2021. Ma un eccesso in tal senso non solo va previsto, ma pure messo in conto quando si agisce sui mercati finanziari. Il picco potrebbe rendere l'ambiente più vulnerabile a eventuali correzioni, dato che i mercati scontano un significativo “boom” in uscita dalla pandemia.

mercoledì 5 maggio 2021

Mercati finanziari preoccupati dalla situazione Covid che si vive in India

I mercati finanziari stanno guardando con molta attenzione a quello che succede in India. Il Paese asiatico infatti è alle prese con una fortissima ondata di casi di COVID-19. Le infezioni giornaliere sono aumentate di 382.315 mercoledì, mentre le vittime sono aumentate al record di 3.780 nelle ultime 24 ore.

La RBI e i mercati finanziari sono preoccupati

Per sostenere l'economia, che subirà un fortissimo contraccolpo dalla crisi sanitaria, la Reserve Bank of India ha annunciato una serie di misure per aiutare le banche a sostenere le infrastrutture sanitarie e i piccoli mutuatari colpiti dalla crisi.

Borsa indiana e Rupia

ripia rbi indiaQueste novità hanno avuto subito un impatto sui mercati finanziari locali e internazionali. Infatti il rendimento dei titoli di Stato dell'India a 10 anni è sceso al minimo di 11 settimane del 5,988%, dopo che la Reserve Bank of India ha annunciato le sue nuove misure.
Nel frattempo la BSE SENSEX è salita di 250 punti o dello 0,5% a 48.495 scambi iniziali.

Invece la rupia indiana ha toccato un massimo di un mese di 73,7 contro il biglietto verde, prima di tagliare alcuni guadagni per scambiare intorno a 74 per USD. E' chiaro che la situazione è molto difficile per chi opera sulla Rupia con una strategia forex intraday trading. Nei giorni scorsi sui mercati finanziari, la valuta indiana aveva toccato un minimo di nove mesi di 75,6 contro l'USD, per via delle preoccupazioni per l'impatto della pandemia sulla ripresa economica Indiana. ci adotta

Annotazione: è possibile negoziare la valuta indiana soltanto sui broker opzioni binarie no Esma.

Dati macro

I dati macro intanto evidenziano che l'attività dei servizi in India (IHS Markit India Services PMI) è aumentata al ritmo più basso in tre mesi ad aprile (e al di sotto delle aspettative di mercato), nonostante sia aumentata per i sette mesi consecutivi. 
Invece il PMI composito in India è sceso a 55,4 punti, segnando la lettura più bassa dallo scorso dicembre. Aumenti più deboli sono stati registrati nei settori manifatturiero e dei servizi. Nel frattempo, i nuovi ordini aggregati sono aumentati al ritmo più lento dallo scorso dicembre.
Allo stesso tempo, l'occupazione è ulteriormente diminuita, segnando una sequenza di 14 mesi di calo.

lunedì 3 maggio 2021

Consumi, il drastico calo da Covid manda al tappeto il terziario dopo 25 anni

E' pesantissimo il bilancio del Covid sul settore terziario italiano. La pandemia ha drasticamente fatto crollare i consumi degli italiani, con forti ripercussioni sia sul fatturato delle aziende, sia sul mercato del lavoro.

Covid, terziario e consumi

Secondo un report di Confcommercio, ben 130 miliardi in meno nel corso del 2020. Il rapporto dell'Ufficio studi evidenzia la prima grande crisi del terziario di mercato, che dopo 25 anni di crescita ininterrotta, ha subito una battuta d'arresto.
Il profondo calo dei consumi si è peraltro concentrato in pochi settori. Infatti l'83% (ossia 107 miliardi) coinvolge soltanto abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.

La cosa altrettanto grave è che il terziario aveva dato sempre un maggior contributo al Pil italiano e alla nostra occupazione. Il Covid ha inevitabilmente arrestato questo processo, rimettendo in discussione il ruolo del terziano rispetto a manifattura e agricoltura.

Settori più colpiti

I maggiori cali si registrano nella filiera turistica (-40,1% per i servizi di alloggio e ristorazione), che ovviamente hanno risentito più di tutti gli effetti dei lockdown sui consumi.
Ma un calo pesantissimo ha riguardato anche le attività artistiche, di intrattenimento e divertimento (-27%). Forte, ma più contenuto, il calo avvertito nel settore dei trasporti (-17,1%).
Nel commercio le cose sono andate un po' meglio, soprattutto per la tenuta del dettaglio alimentare. Alla fine le perdite sono state del -7,3%.

Forse interessa: turismo in crisi da Covid, per la ripresa ci vorranno anni.

Le ripercussioni sul lavoro

Questo crollo ha avuto conseguenze anche sul mercato del lavoro. Infatti il numero di addetti è sceso di 1,5 milioni di unità, rispetto al totale complessivo di lavoratori persi pari a 2,5 milioni.
Anche in questo caso, la pesantezza della situazione è resa ancora più evidente dall'apporto che il settore dei servizi aveva dato alla nostra economia nel recente passato. Infatti tra il 1995 e il 2019, aveva generato quasi 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

lunedì 26 aprile 2021

Imprese e Covid: aiuti esigui ed erogati in ritardo, il Governo deve accelerare

Per consentire alle piccole e medie imprese di affrontare la crisi innescata dalla pandemia, il Governo ha deciso nel corso dei mesi di stanziare ed erogare degli aiuti economici. Un sostegno che giunge (o sarebbe dovuto giungere) in via diretta sui conti correnti delle aziende.
Ma il cammino non è stato così facile, e soprattutto le imprese stesse lamentano anche l'esiguità dei ristori, rispetto ai danni subiti.

Gli aiuti alle imprese per il Covid

Va anzitutto evidenziato che nel complesso sono stati stanziati 64,7 miliardi di euro di aiuti. Prima il governo Conte, poi quello Draghi hanno deciso così di aiutare le imprese in crisi.
Ma se confrontiamo questa cifra con i 350 miliardi di danno al fatturato delle imprese italiane nel 2020, ci rendiamo conto che sono briciole (i ristori coprono appena il 18,5% dei mancati incassi totali).

Peraltro c'è un altro aspetto da sottolineare. Dei 64,7 miliardi di euro di aiuti alle imprese, un terzo appena è costituito da erogazioni a fondo perduto.

Forse può interessare: prodotto interno lordo e covid, la ripresa nel 2021 non basterà.

Tempi lenti e sostegni a singhiozzo

Inoltre se il Covid sta ormai flagellando da oltre un anno le attività economiche, i sostegni alle imprese sono giunti a singhiozzo e soltanto nella misura del 50% (poco più), perché quasi la metà delle risorse sono previste con la legge di Bilancio 2021, e quindi non sono ancora ancora erogate.
È quindi chiaro che il Governo Draghi deve accelerare sulla velocità di erogazione delle misure a sostegno delle imprese.

In Europa è diverso

In linea generale, ma evidenziato che il problema delle nostre imprese non sono le chiusure imposte con i lockdown, anche perché in altri Paesi le restrizioni sono state finanche più pesanti. Il vero problema è che altrove gli aiuti economici sono stati erogati tempestivamente e con dimensioni molto importanti, da noi invece sono arrivati in misura insufficiente e con grave ritardo.
Ricordiamoci che il nostro tessuto economico si fonda su tantissime micro e piccole imprese, e salvarle dal Covid significa salvaguardare una fetta importante dell’economia del nostro paese.

lunedì 12 aprile 2021

Economia americana, le parole di Powell: "Ripresa forte ma il Covid è ancora una minaccia"

L'economia americana è a un punto di svolta. Lo sostiene il numero uno della FED, Jerome Powell, evidenziando gli sforzi fatti sia in termini di politica monetaria che di sostegno fiscale.

Powell e lo stato di salute dell'economia americana

In una intervista concessa alla CBS, il capo della banca centrale americana dice di aspettarsi un balzo del mercato del lavoro e della crescita economica, ma che rimane ancora una minaccia forte dovuta al virus. "Il rischio principale per l'economia americana è che la malattia si diffonda di nuovo".
Per questo motivo il capo della FED evidenzia come sarebbe rischioso procedere a una riapertura affrettata dell'economia, che potrebbe far di nuovo impennare i casi di Covid. "Ci sono davvero rischi là fuori. Se riapriremo troppo in fretta, la gente tornerà troppo in fretta alle vecchie abitudini e assisteremo a un altro picco di casi", ha spiegato.

Outlook migliorato

La svolta è vicina quindi, ma occorre non vanificare gli sforzi fatti finora, sperando che il ritmo delle vaccinazioni continui ad essere alto.
Powell evidenzia che l'economia americana ha cominciato a correre in modo veloce, così come sta crescendo più velocemente la creazione dei nuovi posti di lavoro. Per questo motivo può dire con certezza che "l'outlook è migliorato in modo significativo".

Forse può interessare: imprese italiane e crisi Covid.

L'impegno della FED

Da parte sua, la banca centrale continuerà a mantenere il sostegno all'economia americana, fino a quando la ripresa sarà in gran parte completa. Questo vuol dire tassi di interesse ancora bassi per diverso tempo, e un piano di acquisti di obbligazioni molto sostenuto.
Riguardo alla inflazione, la Federal Reserve è "d'accordo che superi in modo moderato la soglia del 2% per un po' di tempo, ma non vuole che il superamento sia significativo".

Il presidente della banca centrale ha poi aggiunto che "i prezzi di alcuni asset sono elevati in base agli standard storici, ma la Fed non può prevedere le bolle speculative. La Fed è più focalizzata sulla resilienza del sistema in caso di shock, e ritiene che il sistema finanziario abbia retto agli shock in modo significativo". Tuttavia ammette che esiste una possibilità molto bassa che la crisi finanziaria del 2008 si ripeta.

giovedì 1 aprile 2021

Industria del benessere: con il Covid sono andati in fumo 2,1 miliardi di euro di ricavi

L'industria del benessere ha subito una mazzata clamorosa a causa del Covid. Tutte le misure di lockdown hanno praticamente sempre incluso questo settore nelle mosse restrittive, finendo per renderlo il più bersagliato dall'emergenza.

Stroncata l'ascesa dell'industria del benessere

Un danno al quale si aggiunge una beffa, visto che prima della crisi il settore del wellness era in forte crescita. Secondo il Global Wellness Institute (GWI), il tasso medio di crescita per il periodo 2017-2022 avrebbe dovuto essere del 6,5%.
Secondo una analisi di Banca d’Italia, le famiglie hanno drasticamente ridotto (un po' per necessità, un po' per via dei lockdown) la spesa in servizi di cura della persona. Una famiglie su tre ha del tutto smesso di ricorrere a questa tipologia di servizi.

Numeri del settore

Va ricordato che in Italia l'industria del benessere produce tanta ricchezza e tanto lavoro. Nel settore dell’acconciatura ed estetica, infatti, esistono quasi 150mila imprese. Nel complesso ci lavorano 263 mila addetti. Per la stragrande maggioranza si tratta di imprese artigiane (86,5%), quindi anche meno in grado di fronteggiare tempeste così brusche. Secondo un sondaggio di Confartigianato, nel 2020 questo ha avuto una perdita di ricavi per 2.104 milioni di euro, pari al 33,6% in meno.

La piaga dell'abusivismo

A peggiorare il quadro c'è il fenomeno dell'abusivismo. Già prima della emergenza pandemica questo fenomeno era molto diffuso (ISTAT stimava un lavoro indipendente irregolare del 27,8%, con picchi soprattutto nel Mezzogiorno), e generava una concorrenza sleale oltre che und anno economico all'erario. Ma il fenomeno si è poi ampliato con i lockdown e la chiusura delle attività del benessere nelle aree a maggiore rischio. L'esercito di operatori abusivi nell'industria del benessere potrebbe essere di 42 mila soggetti.
Bisogna inoltre considerare che l’abusivismo crea anche un potenziale danno sociale, visto che la qualità e la sicurezza dei trattamenti spesso non sono conformi ai protocolli Covid-19 per distanziamento e sanificazione.

mercoledì 10 marzo 2021

Sterlina, dopo un buon avvio nel 2021 cosa ci dobbiamo aspettare?

In questo primo spicchio del 2021, la sterlina ha saputo apprezzarsi in modo deciso nei confronti dell'euro, e moderatamente anche contro il dollaro. Lo slancio alla valuta britannica è arrivato sia dall'accordo raggiunto in extremis su Brexit, sia dalla veloce avanzata delle campagne di vaccinazione nello UK.

Brexit e sterlina

A fine dicembre Londra e Bruxelles hanno raggiunto un accordo che regola i rapporti commerciali bilaterali a partire dal primo gennaio 2021. Un divorzio amichevole che disciplina diversi aspetti delle relazioni tra i due blocchi, e che ha scongiurato il pericolo di rapporti traumatici. L’accordo permetterà infatti di continuare a scambiare merci senza l’imposizione né di dazi, né di quote. Questo ha sicuramente avuto un effetto positivo sulla sterlina.

Le campagne di vaccinazione

Ma più di quello, è l’ottimismo in merito all’efficacia dei vaccini contro il Covid-19, ad aver dato slancio alla valuta britannica. Il premier Johnson si è detto fiducioso che entro l'estate l'isola verrà immunizzata (tutti gli over 70 entro la primavera). Già oggi lo UK conta oltre 10 milioni di vaccinati, grazie a un programma efficace e veloce. L’isola è il terzo Paese al momento per tasso di vaccinati tra la popolazione, dietro appena a Israele e gli Emirati Arabi Uniti.

Annotazione: tra i vari strumenti che si possono utilizzare negoziando la sterlina, c'è anche il famoso Demarker indicator.

Sterlina in crescita

Questi aspetti alimentano la speranza di una ripresa economica più rapida nel Regno Unito, anche grazie ai pacchetti di stimolo fiscale e monetario. Tutto questo spiega perché la sterlina è cresciuta in questi mesi di quasi il 3% sull’euro, e viaggia sui massimi da meggio scorso. E' inotlre cresciuta di oltre un punto percentuale sul dollaro americano. Chi adotta trading forex intraday tecniche, sta monitorando con attenzione il cammino della valuta britannica.
Intanto il governatore della Banca d'Inghilterra Andrew Bailey ha affermato che la sua valutazione delle prospettive economiche della Gran Bretagna è stata 'positiva ma con grandi dosi di realismo cauto'.

lunedì 8 marzo 2021

Imprese, dati choc: per Confesercenti sono andati in fumo 183 miliardi di euro di Pil

Il report elaborato da Confesercenti, dal titolo “Le imprese nella pandemia: marzo 2020 – marzo 2021”, mette in luce le enormi ripercussioni che la pandemia ha avuto sul nostro sistema economico. A cominciare da un dato scioccante: 183 miliardi di PIL bruciati nel commercio.

Forse può interessare: PIL e Covid, la ripresa del 2021 non compenserà il calo del 2020.

Un anno di Covid per le imprese

L'anno terribile, caratterizzato dalla crisi sanitaria e dai lockdown per arginare l'avanzata dei contagi, ha reso gli ultimi 13 mesi terribili per l’economia italiana e le imprese. Soprattutto quelle aziende che sono attive nel mondo del commercio, hanno dovuto sopportare traumi di ogni genere. Le misure restrittive hanno infatti calato una scure sui consumi dei cittadini, scesi di circa 137 miliardi.

Le restrizioni hanno però fatto calare anche l'afflusso di turisti, la cui assenza ha contribuito al tracollo per dei consumi per circa 36 miliardi. Siamo in sostanza tornati indietro di 24 anni, visto che i livelli di spesa sono scesi a quelli che si registrarono nel 1997.

A rischio 450mila imprese

Confesercenti ha sottolineato che i pubblici esercizi sono rimasti chiusi completamente per 119 giorni nel corso dell'ultimo anno (arrivano addirittura a 154 giorni nella Provincia autonoma di Bolzano). Praticamente 4 mesi su 12.

Di fronte a uno scenario del genere, non stupisce che ben 262mila lavoratori autonomi e piccoli imprenditori abbiano vissuto un anno terribile. Che però rischia di estendersi anche nell'anno in corso. Confesercenti stima infatti che ben 450mila imprese rischiano di cessare l’attività. Questo comporterebbe una perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro.

Eccesso di burocrazia

Ad aggravare le cose poi c'è la iper-burocrazia, alimentata dalle misure varate a ritmo incessante per fronteggiare l’emergenza. Si contano infatti oltre 1000 atti e provvedimenti nazionali e di carattere periferico, che sono stati emanati per contrastare la diffusione del Covid-19 e arginarne gli effetti sanitari ed economici.