Lo "smart working" si sta diffondendo sempre di più in Italia, anche a livello subordinato. Si tratta di quelle forme di lavoro che sono discrezionali riguardo all'orario, al luogo o anche agli strumenti utilizzati.
Il numero di queste forme di lavoro dipendente è cresciuto del 40% rispetto al 2013, e oggi sono circa 250 mila quelli impiegati con questa formula.
Un nuovo concetto di lavoro
Secondo i dati dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, lo "smart worker" tipico è un uomo (nel 69% dei casi) di circa 41 anni e per lo più residente al Nord (52% dei casi, al Sudo solo il 10%).
I vantaggi professionali e non
Da questo tipo di organizzazione del lavoro, egli ottiene dei benefici sia nell'efficienza che nello sviluppo professionale, ma anche a livello di equilibrio tra tempo dedicato al lavoro e alla vita relazionale (familiare e non), molto meglio quindi rispetto ai lavoratori che operano secondo modalità tradizionali. Di certo non è un problema che tocca i ricchi di Stato, ossia i manager pubblici ad altissimo reddito.
Distanza tra grandi e piccole aziende
Sempre secondo questo studio, il 30% delle grandi imprese nel 2016 ha posto in essere dei progetti strutturati di Smart Working, mentre è ancora poco diffuso nelle piccole e medie imprese, dove i progetti strutturati sono fermi al 5% dello scorso anno.
Secondo Fiorella Crespi, Direttore dell'Osservatorio Smart Working, «il lavoro agile in Italia non sia più un’utopia né una nicchia, ma una realtà rilevante e in crescita in grado di offrire una boccata di innovazione e flessibilità a un mercato del lavoro per troppi anni bloccato da rigidità e contrapposizioni».