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giovedì 1 maggio 2025

Imprese italiane, ecco la strategia per attenuare i dazi di Trump

La temporanea sospensione dei dazi da parte dell'amministrazione Trump ha offerto una piccola boccata di ossigeno alle imprese italiane, che tuttavia si stanno preparando anche allo scenario peggiore e corrono ai ripari.

I timori delle imprese italiane

Come ha evidenziato un sondaggio che è stato realizzato da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, una grossa fetta delle imprese italiane sta cercando delle soluzioni per affrontare le possibili conseguenze dovute alle tariffe commerciali statunitensi. Il mercato a stelle e strisce infatti rappresenta una quota fondamentale del nostro export ed un mercato di sbocco molto remunerativo.

L'indagine evidenzia che il 56% delle aziende italiane è convinta che ci sarà una riduzione delle vendite verso il mercato americano. Il 26% delle imprese teme inoltre che ci sarà un incremento dei costi di approvvigionamento, e una quota simile evidenzia il pericolo che ci sia una flessione di vendite di beni intermedi e semilavorati, che spesso transitano per la trasformazione in altri paesi prima di finire sul mercato USA. Il 19% inoltre collega ai dazi un incremento della concorrenza di aziende di altri paesi, che non potendo più esportare degli USA lo faranno verso l'Europa.

La strategia della diversificazione

Tutti questi timori stanno spingendo le imprese italiane a diversificare i mercati di destinazione dei loro prodotti, così da attenuare in parte gli effetti dei dati. Le nostre aziende esportano mediamente in 11 paesi, e questo in parte già è un dato positivo in questa battaglia che si apprestano ad affrontare. Soprattutto le imprese del Nord Italia possono vantare una maggiore diversificazione, mentre quelle che hanno più difficoltà in tal senso sono quelle del Meridione, dove in media l'export si indirizza verso 6 Paesi stranieri.

Più export verso l'UE

Il 25% delle imprese contattate nelle indagini e si appresta a espandersi verso ulteriori mercati all'interno dell'Unione Europea e quasi un quinto lo farà anche fuori dall'Unione Europea. Soltanto il 3% invece vede come possibile soluzione anche quella di spostare la produzione direttamente negli Stati Uniti. Un terzo delle aziende ritiene invece che alla fine sarà costretta ad aumentare i prezzi di vendita per compensare l'effetto dei dazi.

martedì 18 marzo 2025

Industria nautica, l'Italia continua a volare (e per questo spaventano i dazi)

Uno dei settori in cui l'Italia brilla all'interno del panorama globale è certamente quello della nautica. Anche gli ultimi dati resi noti da Confindustria lo confermano: l'industria nautica italiana continua a volare all'estero, tanto che nel 2024 è stato raggiunto il nuovo massimo storico di vendite.

Le vendite all'estero della nostra industria nautica

Se nel 2023 erano stati raggiunti 4 miliardi di euro di vendite all'estero, già a ottobre 2024 la cifra delle vendite era salita a 4,5 miliardi (dati Fondazione Edison). L'industria nautica italiana non ha eguali al mondo, visto che è il primo esportatore mondiale di unità da diporto.

Eppure il contesto degli ultimi trimestri non è stato positivo, perché la crisi economica ha ridotto la domanda, finendo per normalizzare una crescita che procedeva a ritmi sostenuti da parecchio tempo. Il calo è stato evidente soprattutto la parte che riguarda le barche fino ai 20-22 metri, che sconta l'incertezza in alcuni mercati e per alcune tipologie.

Brilla il segmento dei superyacht

Anche riguardo alle prospettive finora regnava un grande ottimismo. In particolare il segmento dei superyacht (oltre 24 metri) continua ad essere quello con il maggior numero di ordini. Ci sono 572 unità in costruzione su un totale di 1138. Il portafoglio ordini in questo segmento dell'industria nautica è cresciuto per il 34% delle aziende, mentre circa un terzo segnala invece una riduzione minima (inferiore al 5%). Un altro terzo infine segnala una riduzione compresa tra il 5 e il 10%.

Il fattore Trump

A sporcare il quadro tuttavia è ciò che si sta manifestando all’orizzonte dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. La battaglia dei dazi intrapresa dal presidente statunitense rischia di incidere notevolmente sull'industria nautica italiana. 

In primo luogo perché gli Stati Uniti restano il più importante mercato a livello globale dei cantieri italiani (le cui tipologie di imbarcazioni non sono sovrapponibili a quelle americane). Nel 2023 (ultimo dato disponibile) l’Italia ha esportato verso il continente americano 770 milioni di euro, quasi tutti negli Stati Uniti. 
In secondo luogo perché Invia in diretta genera problemi riguardo agli approvvigionamenti e ai loro costi.

martedì 14 maggio 2024

Economia italiana ringrazia ancora la forza del settore agroalimentare

I numeri confermano ancora una volta l'importanza del settore agroalimentare - che comprende non soltanto l'agricoltura ma anche l'intermediazione e la distribuzione dei prodotti - per l'economia italiana.

Il ruolo strategico nell'economia italiana

Se consideriamo il fatturato dell'agroalimentare italiano, nel 2022 anno è stato di poco inferiore ai 590 miliardi di euro, segnando una crescita di oltre l'8% rispetto al 2021. Rispetto al 2015 la crescita addirittura è arrivata al 29%, ed oggi per l'economia italiana il valore del settore è pari al 19% del PIL.
Inoltre l'agroalimentare è il primo settore manifatturiero in Italia per valore aggiunto generato.

Oltre a questi numeri vanno poi ricordati anche quelli relativi al lavoro. Ben 3,7 milioni di persone sono occupate nel settore, che peraltro ha attirato più di 25 miliardi di euro di investimenti.

La qualità in risposta alla crisi

Se consideriamo che questi numeri sono stati realizzati in un contesto estremamente difficile per l'economia in generale, prima per la crisi da Covid, poi per quella geopolitica e per la crisi energetica, è chiaro che il vero fattore vincente della produzione agroalimentare italiana è la sua qualità. Non per niente l'Italia è al primo posto in Europa per numero di prodotti certificati (i nostri sono 890).

La spinta arriva dall'export

La qualità del settore agroalimentare è apprezzata in tutto il mondo, come dimostra il fatto che il valore dell'export nel 2023 ha toccato una cifra record di 62,2 miliardi di euro, segnando una crescita del 6,4% in media ogni anno a partire dal 2010. Se in quell'anno il settore agroalimentare incideva soltanto per l'8,2% sul totale dell'export dell'economia italiana, questa percentuale oggi sfiora il 10%.

Il vino italiano è il prodotto più cercato all'estero

Spicca in particolar modo il vino, che tra tutti i prodotti si conferma quello a maggiore vocazione estera (vedi quali sono i vini italiani più apprezzati all'estero). Le vendite hanno infatti raggiunto quasi 8 miliardi di euro, e rappresentano circa il 12,5% dell'export agrifood italiano. Ma alle sue spalle crescono anche la pasta, i prodotti lattiero caseari, frutta e vegetali trasformati.

mercoledì 30 agosto 2023

Imprese, Amazon può essere un alleato: export boom per le PMI nel 2022

La concorrenza dell'e-commerce è sicuramente uno delle spine che il mondo delle imprese italiane deve affrontare, e che nel tempo ha sottratto clienti e affari. Ma talvolta il "nemico" può diventare anche un alleato, come evidenziano gli ultimi report pubblicati da Amazon, il colosso fondato da Jeff Bezos.

I numeri delle piccole medie imprese

Nel 2022 oltre la metà delle 21mila piccole e medie imprese che hanno deciso di sfruttare la piattaforma, ha venduto i suoi prodotti all'estero. Si è generato un giro di affari che sfiora il miliardo di euro, con una crescita rispetto all'anno precedente di circa il 20%.

La multinazionale americana sottolinea il suo impegno finalizzato a dare strumenti efficaci alle PMI, per vendere con successo attraverso il canale digitale e ambire a varcare i confini nazionali. Amazon ha investito a livello europeo oltre 8 miliardi di euro in logistica, servizi, strumenti e formazione, per raggiungere l'obiettivo di spingere le PMI a vendere all'estero 1,2 miliardi di euro annui entro il 2025.
I maggiori Paesi di sbocco sono stati Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito.

Una scelta che può premiare

Anche le vendite complessive sullo store sono cresciute: le imprese di piccole e medie dimensioni hanno infatti piazzato ben 125 milioni di merce, anche in questo caso con un incremento del 20%. Al momento oltre il 60% delle vendite nello store online proviene da partner di vendita indipendenti.

Alcuni dati offrono un quadro più analitico. Delle 21mila piccole e medie imprese che hanno scelto Amazon per vendere i loro prodotti, circa 850 hanno superato il milione di fatturato sullo store, mentre ben 5mila hanno superato i 100 mila euro.

Lombardia sugli scudi

A livello territoriale la vivacità più forte riguarda le imprese della Lombardia (175 milioni di vendite) che detiene anche il primato del maggior numero di PMI presenti sul market place (oltre 3.400), mentre i settori più gettonati sono Casa, Bellezza, Salute e Cura della persona, Sport e Alimentari.

lunedì 28 febbraio 2022

Economia italiana, dalla guerra in Russia un impatto notevole

Confartigianato e Confesercenti lanciano l'allarme relativo all'impatto della guerra russo-ucraina sull'economia italiana, sia sul fronte delle imprese che di quello delle famiglie.

La guerra e l'economia italiana

Secondo la confederazione che rappresenta gli artigiani italiani, le sanzioni contro la Russia potrebbero aggravare un quadro già in atto da diversi anni. Infatti le sanzioni che sono scattate dopo la guerra in Crimea, già costano all'economia italiana circa 3 miliardi di euro l'anno. 

Con questo nuovo conflitto, le imprese italiane potrebbero patire un ulteriore contraccolpo a livello di export. Il flusso verso il mercato russo si è già ridotto del 28,5% negli ultimi anni.

L'impatto si avverte specialmente sulle micro e piccole imprese. Ad essere colpiti sono in special modo i settori alimentari, moda, mobili, legno, metalli, che vendono in Russia prodotti per 2.684 milioni di euro. Ossia il 34,9% delle nostre esportazioni nel Paese.
Tra le regioni più esposte per le esportazioni sul mercato russo vi è l'Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Marche, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia.

L'allarme di Confesercenti

A questo allarme se ne aggiunge anche un altro. Secondo una stima di Confesercenti, l’invasione dell’Ucraina potrebbe avere un impatto rilevante sull’economia italiana.

Infatti il maggior costo delle materie prime importate e dell’energia potrebbe portare il tasso di inflazione al 6% nel 2022, determinando minori consumi per 4 miliardi di euro. Peraltro questi ultimi già risentono dell’effetto della quarta ondata di Covid.

La corsa dei prezzi viene innescata dall'incremento dei prezzi energetici e delle materie prime. Del resto in seguito all’avvio delle operazioni militari, già si è visto che c'è stato un ulteriore rimbalzo, con quotazioni che rispetto a inizio d’anno segnano ora aumenti del 27% per il petrolio e del 52,4% per il gas.
Il balzo dell’inflazione, a sua volta potrebbe avere un impatto sui tassi bancari, con un aggravio che potrebbe arrivare a costare alle imprese 5 miliardi di euro già il prossimo anno.

martedì 19 ottobre 2021

Consumi, boom della pasta durante la pandemia: 17 milioni di tonnellate nel mondo

L'anno della pandemia sarà ricordato anche per diversi picchi per certi tipi di consumi. Abbiamo ancora negli occhi le code ai supermercati agli albori dei primi lockdown, quando gli scaffali vennero assaltati per fare scorta soprattutto di pasta, farina, lievito e conserve.

La crescita dei consumi di pasta

Riguardo ai consumi di pasta, c'è un dato che conferma il vero e proprio boom che si è registrato durante la pandemia.
Lo scorso anno nel mondo sono stati mangiati ben 17 milioni di tonnellate di pasta, un milione in più rispetto al 2019. Ancora più fragoroso il confronto rispetto a un decennio fa, quando le tonnellate consumate nel mondo erano la metà.

L'Italia è una potenza pastaiola

Il dato sui consumi di pasta è stato reso noto da Ipo (International Pasta Organisation), e Uif (Unione Italiana Food), a pochi giorni dalla festività del World Pasta Day, che si terrà il 25 ottobre.
E' facilmente intuibile che l'Italia è una delle prime potenze al mondo quando si tratta di pasta. Tanto per consumi quando per business, visto che secondo ati Istat le esportazioni della nostra pasta nel mondo sono cresciute di circa il 25% lo scorso anno.
Da noi la mangiano regolarmente quasi nove persone su dieci (88%). Una persona su tre la mangia ogni giorno. Del resto stiamo parlando del piatto simbolo della Dieta Mediterranea.

Solidarietà

Eppure, proprio nell'anno della pandemia, una grossa fetta di italiani ha dovuto fare grosse rinunce tagliando i consumi, a causa delle ripercussioni economiche del Covid.
Anche per questo motivo, il World Pasta Day di quest'anni verrà accompagnato da una iniziativa dei pastai italiani: donare un piatto di pasta ai meno fortunati. Per partecipare, basterà postare sui propri canali social, fino al 25 ottobre, lo scatto di un piatto di pasta usando l’hashtag #Haveagoodpasta.
Ogni foto verrà condivisa sul sito dedicato Al Dente e «caricherà» un contatore online fino al raggiungimento di 300 mila piatti di pasta, che gli addetti doneranno alle mense Caritas delle quattro grandi città Milano, Roma, Napoli e Palermo.

martedì 28 settembre 2021

Commercio internazionale, ad agosto cala l'export. Continuano a crescere le importazioni

L'andamento del commercio internazionale segna per l'Italia delle note in chiaroscuro. La stima del nostro saldo commerciale di agosto è pari a +1.583 milioni, in calo rispetto ad agosto 2020 (+3.581). Il calo si spiega soprattutto per via della frenata delle esportazioni, che però su base annua continuano ad essere molto forti.

Il quadro del commercio internazionale italiano

La fotografia della situazione la fornisce Istat. Nel mese di agosto (andamento congiunturale su base mensile) il commercio internazionale con i paesi extra UE27 ha evidenziato un  incremento delle importazioni (+6,5%) e un contemporano passo indietro dell'export (-5,0%).

A incidere sull'andamento delle esportazioni sono soprattutto i saldi negativi per i beni strumentali (-19,8%) e quelli dell'energia (-17,6%), mentre un forte saldo positivo si registra per i beni intermedi (+10,8%). Le importazioni sono invece cresciute ad agosto in ogni raggruppamento, tranne che l'energia (-4,9%).

L'andamento congiunturale su base trimestrale (ossia confrontando giugno-agosto 2021 con il periodo marzo-maggio 2021) vede una crescita sia dell'export (+3,1%) che delle importazioni (+6,7%).

L'andamento tendenziale

Cambia completamente lo scenario se si guarda all'andamento tendenziale del commercio internazionale, ossia agosto 2021 contro agosto 2020.
In questo caso infatti i saldi sono molto elevati, sia per l’export (+15,7%) ma soprattutto per le importazioni (+39,9%). Va segnalato in questo senso il balzo enorme dell'energia (+88,5%), seguito dai beni di consumo durevoli (+50,7%) e beni intermedi (+50,0%).

Connesso a questo dato, si spiega anche perché il saldo rispetto ai partner commerciali veda l'aumento dell'import dalla Russia al 107,0%. Infatti la Russia è il principale fornitore di gas. Crescono anche India (+87,3%), Turchia (+51,0%), Cina (+42,5%) e paesi OPEC (+37,4%).

mercoledì 9 dicembre 2020

Manifattura italiana, anche il settore del legno ha subito un duro contraccolpo da Covid

Non se ne sente parlare spesso, ma anche la filiera del legno ha subito un contraccolpo durissimo a causa del Covid. Eppure parliamo di una eccellenza della manifattura italiana. Ma due lockdown a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, hanno spinto il fatturato declino del 15-16%. E in questo clima ancora incerto, è difficile immaginare come potrà esserci una ripresa.

Legno e Manifattura italiana

Le prospettive perché il 2020 sia ricordato coma l'unico annus horribilis causa Covid, e che il 2021 sia quello della ripresa, ci sono. I settori del legno-arredo e del design potranno ripartire, anche se occorrerà un grosso sforzo sia da parte delle imprese che un sostegno da parte della politica. 

Fino a oggi le imprese hanno dovuto pensare a resistere alla crisi, adesso dovranno pensare a come ripartire. Uno spiraglio di luce lo dà il rimbalzo inatteso dell’arredamento. Tanto forte che molte aziende si sono ritrovate con ordini imprevisti a cui qualche volta hanno fatto fronte con difficoltà.

Ripensare il business

Nell'ambito della manifattura italiana, la filiera del legno ha una cosa su cui puntare: una reputazione internazionale altissima legata alla creatività, al saper far bene su cui si fonda il Made in Italy. Anche se l'export italiano ha subito una contrazione forte, in futuro si riprenderà. Inoltre la capacità di resilienza alla pandemia, ha dimostrato che il tessuto produttivo di questa manifattura è sano. 

Ma bisognerà lavorare in modo intenso sui propri modelli produttivi. Capire cosa è ormai superato e cosa è invece indispensabile fare. Bisognerà che questo settore della manifattura italiana riorganizzi spazi, qualità del lavoro delle persone e recuperi produttività. Ricordando che la parola d’ordine adesso è sostenibilità. Su di essa di costruisce un modello vincente per il futuro.

Il sostegno dello Stato

Ma serve anche un forte sostegno politico. Ad esempio, spingendo la domanda con politiche come il prolungamento e il rafforzamento del bonus mobili. Oppure con un bonus idrico per coniugare investimenti e sistemi idrici a basso consumo. Oppure incentivare la bioedilizia, ovvero le costruzioni in legno, come sta facendo l'intera Europa per la lotta ai cambiamenti climatici.

venerdì 15 maggio 2020

Commercio con l'estero, l'ISTAT fotografa una situazione difficile

Le misure di lockdown decise dai governi per combattere l'epidemia di coronavirus, hanno provocato a marzo una forte contrazione del commercio con l'estero. Sia l'Italia che i nostri partner hanno infatti chiuso le frontiere, provocando un forte calo delle vendite.

I dati sul commercio con l'estero

E' quanto emerge dal quadro sul commercio con l'estero fornito da ISTAT. L'Ufficio di statistica stima una forte riduzione congiunturale durante il mese di marzo, pari a -16,8%, sia delle esportazioni sia delle importazioni. Questo riguarda soprattutto l'export di macchinari, autoveicoli e articoli in pelle. Al tempo stesso il calo di acquisti di autoveicoli, metalli, petrolio e gas naturale hanno innescato un calo dell'import.

Contrazione mensile a marzo

Per quanto riguarda il commercio con l'estero in uscita (export), la forte contrazione mensile si è avvertita sia verso i mercati extra UE (-18,5%) sia verso l'area UE (-15,2%). Anche per le importazioni i dati di marzo sono pesanti. Diminuiscono drasticamente (-18,1%) da entrambi i mercati, in misura più marcata da quelli extra UE (-21,7%) rispetto all'area UE (-15,5%).

Ti può interessare anche: BCE, previsioni shock sul futuro dell'economia della Eurozona.

Trimestre e variazione annua

Nel primo trimestre 2020, rispetto al precedente, si rileva una diminuzione del 4,1% per le esportazioni e del 5,1% per le importazioni. Se invece consideriamo la variazione annua, l'export è sceso del 13,5%. Così come è accaduto negli altri ambiti, anche in questo caso la diminuzione si è registrata in entrambe le componenti: vendite verso l'area extra UE (-14,7%) e verso l'area UE (-12,2%).

Calo geografico del nostro export

A livello geografico, i paesi rispetto ai quali il commercio estero in uscita si è ridotto di più su base annua sono Francia (-18,3%), Regno Unito (-24,3%), Spagna (-19,8%), Svizzera (-18,9%), Germania (-7,2%) e paesi OPEC (-24,3%). Secondo le previsioni di ISTAT, il saldo commerciale dovrebbe crescere a marzo di 1.106 milioni di euro (da +4,5 milioni a +5,6). Il bilancio al netto dei prodotti energetici è invece maggiore: +7,6 milioni.

martedì 5 maggio 2020

Export e Covid, il contraccolpo si sentirà almeno fino alla fine di quest'anno

Uno dei modi per misurare lo stato di salute di un paese, è guardare il suo export. In questo momento è fermo, e la ripresa potrà avvenire soltanto tra qualche mese. Forse bisognerà attendere l'ultimo trimestre del 2020. In alcuni settori anche il 2021.

Lo stato del nostro export

E' evidente che l'impatto della pandemia sul commercio internazionale è devastante. Non vale soltanto per l'export italiano, ma per l'intero flusso gli scambi di beni a livello globale. Ovunque la domanda economica si è contratta, e per farla riprendere servirà tempo. Secondo l'Organizzazione mondiale del commercio e il Fondo monetario internazionale, i numeri degli scambi internazionali scenderanno rispettivamente al -12,9% e al -11% quest’anno.
La speranza, come detto, è che dal quarto trimestre possa esserci una forte crescita. Ma le cautele sono d’obbligo.

E' chiaro che in caso di nuova ondata dei contagi, anche la fine del 2020 verrebbe coinvolta in uno scenario più pessimistico. E allora il calo dell'export potrebbe essere anche più marcato di quello che pensano OMC e FMI, magari al 13,1%. E poi va tenuto in conto anche il nuovo improvviso esacerbarsi delle relazioni tra USA e Cina. Se dovesse scoppiare una nuova guerra dei dazi, tutto il mondo sarebbe coinvolto negativamente.

I settori più colpiti

A livello di settori, quello che risentirà maggiormente del crollo dell'export è il turismo. Ma ci sono pure trasporto (anche merci) e logistica. Un brutto contraccolpo continuerà ad esserci per la filiera dell’automotive. In quest'ultimo caso, non solo per il coronavirus ma anche per motivi congiunturali (ad esempio l’incertezza sugli acquisti del diesel e il calo su mercati come la Cina).
La ripresa sarà lenta per settori come i beni di consumo durevoli (arredo, design) e quelli del lusso. La meccanica strumentale, che copre il 20% dell’export italiano, subirà un forte contraccolpo per via dei minori investimenti nel settore.

Per settori in cui l'export andrà ancora male, ci sono però altri in cui si potrà vedere presto un miglioramento. E' il caso dell’agroalimentare e soprattutto la farmaceutica. Bene le apparecchiature medicali.

martedì 6 agosto 2019

Export italiano in allarme: i nuovi dazi di Trump possono costarci circa 5 miliardi

Le ultime minacce di Trump hanno riacceso le tensioni sul fronte commerciale, coinvolgendo direttamente anche l'export italiano. Se la guerra dei dazi con la Cina avrà un impatto forte ma indiretto sulla nostra economia, molto più diretto sarà invece l'impatto delle tariffe sui prodotti che dall’Unione europea vanno negli USA.

La minaccia al nostro export

Trump ha aperto questo nuovo terreno di scontro come ritorsione per gli aiuti all’europea Airbus a svantaggio dell’americana Boeing. Pasta, formaggi, caffè sono alcuni dei prodotti finiti nella lista di merci europee che rischiano dazi all'export. Si tratta principalmente di prodotti alimentari, e questo ci coinvolge in particolar modo. Gli Stati Uniti sono infatti un mercato molto importante per l’economia italiana. Verso gli USA infatti il nostro export ammonta a 42,4 miliardi di euro di beni. In base alla black list di Trump, più di un decimo verrebbe colpito dalle tariffe.

Anche se occorrerà un lungo iter prima di arrivare ad una eventuale applicazione finale, l'Italia ha già fatto sentire la propria voce, informando gli Usa che ritiene la ripartizione dei dazi in discussione estremamente squilibrata. Il nostro export infatti sarebbe il più danneggiato dopo la Francia e prima di Germania, Spagna e Regno Unito.

Per i vini il conto è salatissimo

Sui prodotti della lista diramata dal Dipartimento del commercio statunitense, potrebbero essere applicati dazi fino al 100% del valore attuale. E' chiaro che tasse di accesso così elevate, finirebbero in buona parte per rendere insostenibile l'export italiano negli USA.

Il conto più salato ricadrebbe sul nostro settore agroalimentare. Complessivamente, il settore del vino (il cui export nel 2018 ha raggiunto il top in 5 anni) e liquori sarebbe colpito per 2,3 miliardi di dollari, gli alimentari e bevande (vino e liquori esclusi) per quasi 1,3 miliardi, la moda per poco più di 1 miliardo, i materiali da costruzione per 180 milioni, i metalli per 110 milioni, le moto per 74 milioni, la cosmetica per 42.

giovedì 4 aprile 2019

Mercato vinicolo, l'Italia continua a dominare la scena mondiale

L'economia italiana è in recessione, ma c'è un settore che fortunatamente continua a marciare spedito. E' il mercato vinicolo. L'Italia per il quarto anno consecutivo si è confermato al primo posto al mondo come produttore.

I numeri del mercato vinicolo

Viene evidenziato da una indagine Unicredit i cui risultati sono contenuti nel "Industry Book 2019" dedicato al comparto (sono stati mappati i bilanci depositati degli ultimi cinque anni di un campione di 685 imprese produttrici di vino). Da noi si producono infatti 50,4 milioni di ettolitri, con un volume di output di 11 miliardi di euro di vino l'anno, grazie all'attività svolta da oltre 2mila imprese.

Nel corso del 2018 la produzione di vino è cresciuta del 10,5% rispetto all'anno precedente, mentre la quota di mercato vinicolo mondiale del nostro paese è salita fino al 17%. E sono vini buoni, visto che solo il nostro paese ha ben 523 prodotti certificati IG (cioé Dop e Igp). La Francia è seconda a 435.

Tra le varie tipologie di vino prodotte, spicca la crescita di quello Dop. Dal 2017 al 2018 la sua produzione è cresciuta del 21,7%. In special modo sono i vini rossi Dop ad essere cresciuti in misura maggiore (23,4%) ma anche i bianchi hanno visto un notevole incremento (20,5%).

Le prospettive del mercato vinicolo

Se la nostra produzione mondiale è la più grande al mondo, lo è pure l'export di vino. L'Italia infatti detiene una quota del 19,8% dell'export vinicolo mondiale, con 6,2 miliardi di euro incassati nel 2018. La nostra produzione si indirizza soprattutto verso il mercato statunitense, e poi verso Germania e Regno Unito. Questi 3 mercati sono gli sbocchi principali ed assieme assorbono più della metà dell'export italiano globale. Sotto questo aspetto però, sono molto interessanti le prospettive future per il mercato vinicolo. Uno dei mercati dall'appeal maggiore è senza dubbio quello cinese, dove nel 2020 sono previste volumi di vendite in aumento dell'11,9%.

sabato 2 febbraio 2019

Export, occasione per l'Italia grazie all'accordo JEFTA

Con l'inizio di febbraio, è entrata in vigore la più grande area di libero scambio al mondo, quella tra UE e Giappone. Si chiama "accordo Jefta" (Japan-Ue Free Trade Agreement), e potrebbe aprire scenari molto interessanti per l'export italiano.

L'accordo Jefta e l'export

export jeftaQuesta partnership commerciale ha fatto sparire i dazi che il Giappone applicava sul 97% delle merci che vengono dall’Unione europea. Al tempo stesso il Vecchio Continente cancella il 99% delle tariffe che finora applicava ai beni in arrivo dal paese del Sol Levante.

La riduzione dei dazi avverrà in modo progressivo, e avrà una portata imponente. Bisogna considerare infatti che attualmente l'Unione Europea esporta oltre 58 miliardi di euro in beni e 28 miliardi in servizi. Sarà in special modo l'export a beneficiare di questa intesa, visto un mercato di circa 127 milioni di consumatori giapponesi. Quei consumatori che prima venivano "serviti" dal TTP, da cui Trump si è sfilato.

Le occasioni per l'Italia

Per l'Italia ci sono indiscutibili opportunità, visto che esporta per 6,6 miliardi e importa per 4,2 miliardi (dati 2017), con un surplus di 2,4 miliardi. Saranno eliminati i dazi sui formaggi (finora di circa il 30%), sulle esportazioni di vini (di circa il 15%) e sulle carni di maiale trasformate, mentre ridotti quasi a zero sulle carni fresche. Potrà ottenere dei benefici soprattutto il Food & Wine italiano, il cui export verso l'oriente sta attraversando una fase di stanca dopo il boom (fatturato di 715 milioni di euro) dello scorso anno. Va evidenziato che il Giappone oggi è al decimo posto dei nostri sbocchi alimentari, inoltre è il primo importatore al mondo di formaggi .Occhio però alle conseguenze negative: ovvero la presumibile invasione di prodotti giapponesi che "clonano" quelli genuini italiani.

Ma ad essere coinvolto sarà in special modo il settore tessile e l’abbigliamento. L’Italia è il secondo esportatore europeo verso il Sol Levante, dietro alla Germania, e il Giappone è il sesto partner commerciale dell’Italia al di fuori dell’Unione europea. Il nostro export nel Paese vale 6,6 miliardi l’anno con un surplus di 2,4 miliardi. In tutto sono 14.921 le compagnie italiane che vendono i loro prodotti in Giappone, di cui l’83% sono PMI, e queste esportazioni aiutano a sostenere 88.806 posti di lavoro.