domenica 30 dicembre 2018

Evasione fiscale, la situazione migliora ma il Mezzogirono resta dietro. La Calabria è la peggiore

La fotografia fiscale dell'Italia evidenzia che la piaga dell'evasione è ancora presente e molto forte. Su 100 euro di gettito dovuto all'Erario, 16 euro vengono sottratti illegalmente e restano nelle tasche degli evasori. Complessivamente sono circa 113 miliardi che ogni anno mancano all'appello dell'erario, secondo uno studio della CGIA riferiti al 2016.

La mappa dell'evasione fiscale

Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno resta l'area dove questa piaga è maggiormente radicata. Qui la percentuale di evasione giunge al 22% del dovuto. L'area più virtuosa è il Nord-Ovest, con 13,3%. Segue il Nord-Est con il 13,3%, quindi il Centro con il 16,5%. La Regione dove si registra l'evasione più alta è la Calabria, dove si stima un tasso del 24,2%. Situazioni altrettanto gravi ci sono in Campania (23,2%), Sicilia (22,2%) e Puglia (22%). Dato drammatico: tutte le regioni del meridione hanno un tasso di evasione più alto della media Nazionale. La situazione si capovolge invece nel Nord Italia, dove l'evasione c'è ma è molto più contenuta. La Lombardia è la regione più virtuosa, con un tasso del 12,5%. Un dato migliore si registra soltanto nella Provincia autonoma di Bolzano, dove ci si ferma al 12%.

Va detto che in mezzo a tutti questi dati negativi, un aspetto positivo c'è. Negli ultimi anni infatti la piaga dell’evasione fiscale è leggermente andata in calo. L'infedeltà dei contribuenti nel 2014 sottraeva 17,1 miliardi ogni 100 dovuti, mentre nel 2016 è scesa a 16. Complessivamente sono stati "recuperati" diversi miliardi dalla lotta all'evasione.

Le armi contro l'evasione

Le soluzioni per risolvere o comunque ridurre la portata del problema sono diverse. In linea di massima molti ritengono utile ridurre il carico fiscale: cioè pagare meno per pagare tutti, contemporaneamente punendo in modo fortissimo i furbetti, così da scoraggiarli. Inoltre va ridotto il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori, perché spesso anche la farraginosa organizzazione amministrava dello Stato e delle sue articolazioni territoriali, induce all'evasione. Questo vale soprattutto per le piccole e micro aziende che, a differenza delle realtà piu' grandi, non dispongono di una struttura amministrativa in grado di farsi carico autonomamente di tutte queste incombenze.

giovedì 27 dicembre 2018

Borse Europee in calo, si sta chiudendo un anno pessimo

La penultima seduta del 2018 è stata all'insegna del rosso per le Borse europee. Tutte le grandi piazze del Vecchio Continente hanno infatti chiuso in territorio negativo, spinte al ribasso anche dalla debole performance di Wall Street.

Cosa frena le Borse europee

Sui mercati sta prevalendo l'orientamento alla prudenza, visto che se ne sta andando il peggiore anno dell'ultimo decennio e che rimangono ancora molte incertezze riguardo al futuro. Il rallentamento dell’economia mondiale infatti si manifesta in modo sempre più concreto, e come se ciò non bastasse ci si mettono pure le tensioni a livello internazionale a creare un clima di avversione al rischio nelle Borse europee.

In attesa che il prossimo 29 dicembre venga approvata la nuova legge di Bilancio, Milano ha lasciato sul parterre l’1,81%. Ma come detto c'è stata una chiusura in forte calo per tutti i principali indici delle Borse europee. Francoforte (-2,37%) ha accusato la performance peggiore del Vecchio Continente, risentendo dell’andamento del comparto auto. Male Londra (-1,5%) e Parigi (-0,6%). Lo spread BtP-Bund è sceso a 251,5 punti.

A livello di singoli titoli, possiamo ottenere i dati dalle piattaforme di trading online migliori. A Piazza Affari è andata malissimo per i bancari. Banco Bpm è scivolato del 2,45%, mentre fuori dal paniere principale va registrato il crollo del 18,7% di Banca Carige, dopo che l’assemblea di sabato scorso ha bloccato l’aumento di capitale. Telecom Italia ha perso il 3,7%, riavvicinandosi ai minimi che non si vedevano dall’estate 2013. Sono andate male le Saipem (-3,3%), le Fca (-3,86%) e le Ferrari (-2,97%), sulla scia della debolezza dei titoli auto tedeschi. In evidenza le Juventus (+1,14%) nel primo giorno di contrattazione nel Ftse Mib.

Il mercato valutario

Dalle Borse europee passiamo al fronte dei cambi. L'euro è scambiato a 1,14 dollari (occhio al ventaglio di gann trading fan). Contro lo Yen la valuta unica scambia a 126,48 yen, mentre il dollaro-yen si attesta a quota 110,8 (111,16). Va evidenziato che la Banca Centrale Europea nel suo Bollettino mensile ha ribadito che i tassi rimarranno attorno allo zero almeno fino all’estate 2019.

sabato 22 dicembre 2018

Budget USA, nessun accordo: è scattato lo shutdown

L'accordo sul budget americano non è stato trovato, e alla mezzanotte è scattato lo shutdown (alle 6 del mattino ora italiana) che paralizzerà molti uffici federali, almeno nelle attività non considerate essenziali.

Nessun accordo sul budget

La tensione era scoppiata sulla richiesta di quasi 6 miliardi di dollari avanzata da Trump per costruire un muro anti-immigrati ai confini con il Messico. Richiesta che era stata approvata alla Camera (a maggioranza repubblicana) ma non al Senato. Fino alla fine s'è provato a raggiungere un accordo, almeno per finanziare temporaneamente il governo fino agli inizi di febbraio. Ma la Casa Bianca ha rifiutato ogni ipotesi del genere, neppure quando è stato proposto di inserire nel budget altre misure di rafforzamento della sicurezza ai confini. Trump, che sembrava aver abbracciato un approccio più flessibile qualche tempo fa, si è invece di nuovo irrigidito, minacciando anche un lungo shutdown se i democratici non si piegheranno alla sua volontà.

Le cosneguenze dello shutdown

A causa dello shutdown ben 420mila lavoratori federali (quelli indispensabili) andranno al lavoro senza essere pagati, mentre 380mila (quelli non indispensabili) rimarranno a casa, ovviamente non remunerati.Lo shutdown coinvolgerà 9 ministeri, diverse agenzie e enti federali come il Dipartimento del Tesoro, quello del Commercio, dell'Agricoltura, della Giustizia, dei Trasporti e anche il Dipartimento di Stato. Saranno coinvolti musei, monumenti federali, parchi nazionali, ecc. Solo per alcuni di essi la presenza di fondi di riserva nei loro budget consentirà comunque l'apertura dei servizi per alcuni giorni.

Va detto che lo shutdown non è certo una rarità negli USA. Dal 1981 fino ad oggi ce ne sono stati già 12, e quello più grave fu nel 2013 sotto la presidenza Obama a causa della riforma sanitaria Obamacare: ben 16 giorni. Tuttavia, il loro impatto economico è sempre difficilmente quantificabile, anche perché possono durare da 1 giorno solo fino a diverse settimane. Si stima che il loro costo stimato sia di circa 6,5 miliardi di dollari alla settimana.

giovedì 20 dicembre 2018

Bank of Japan ancora immobile. Ma intanto lo Yen sale sui mercati

Ancora una volta la Bank of Japan non ha regalato alcuna sorpresa. L'istituto centrale nipponico ha infatti deciso di confermare i tassi d'interesse allo 0,10% in negativo, e a zero sui titoli di Stato decennali. Questo livello del costo del denaro fu deciso con una mossa storica nel meeting del gennaio 2016.

La scelta della Bank of Japan

La decisione di politica monetaria della BoJ è giunta poche ore dopo la mossa della Federal Reserve americana, che ha deciso invece di procedere con il quarto ritocco dell'anno. All'interno del board dell'istituto centrale nipponico, ci sono stati 7 pareri favorevoli a mantenere lo status quo, mentre due membri hanno votato contro. La BoJ ha deciso inoltre di mantenere il piano di espansione monetaria, che prevede l'acquisto titoli per 80.000 miliardi di yen l'anno (627 miliardi di euro al cambio attuale).

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Riguardo le previsioni future sull'economia giapponese, la Bank of Japan ha ribadito la sua precedente valutazione secondo cui l'economia del Sol Levante dovrebbe continuare a espandersi moderatamente. "Al momento non c'è alcun cambiamento nel nostro modo di vedere l'economia giapponese", ha detto il governatore Haruhiko Kuroda. In particolare si prevede una crescita moderata delle esportazioni e un trend rialzista della domanda interna. Uno dei grossi problemi dell'economia giapponese rimane l'inflazione core, che è intorno all'1% e quindi molto lontana dal target del 2%. L'istituto ha anche posto l'accento su una serie di rischi esterni, tra cui proprio l'impatto dei crescenti tassi d'interesse Usa. Sulla crescita economica del paese pesano le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, che potrebbero indebolire le aziende che maggiormente esportano e avere ripercussioni anche sulle altre economie d'oltreoceano.

La reazione dello Yen

Sul mercato valutario intanto lo Yen marcia molto forte. La valuta nipponica guadagna terreno contro dollaro ed euro (con un indicatore Awesome Oscillator trading in fase rialzista), spinta dal terremoto sull’equity statunitense che ha innalzato il livello dell'avversione al rischio. Il calo dei rendimenti dei Treasury a 10 anni dopo gli annunci FOMC, ha riacceso le preoccupazioni sull'inversione della curva dei rendimenti . La coppia Usd-Jpy  è arrivata a toccare il livello più basso dalla fine di ottobre a 111,55.

martedì 18 dicembre 2018

Wall Street si avvia a chiudere l'anno peggiore dal 2008

Addio ai guadagni. Il pesante crollo che è stato registrato a Wall Street, ha finito per cancellare tutti quello che di buono era stato fatto nel corso del 2018. Ma ancora peggio, getta pesantissime ombre sul prossimo futuro.

L'aria che tira a Wall Street

Alla fine di una giornata nerissima, il Nasdaq ha perso il 2,27%. Malissimo sia lo S&P 500 che perde il 2,08% che il Dow Jones in retromarcia del 2,11 per cento. Ma lo scivolone di questi giorni a Wall Street non è stato certo un fatto isolato e improvviso. Anzi, il crollo di Wall Street era nell'aria già da diverso tempo. Infatti è dal mese di settembre che la borsa americana ha vissuto una impennata di volatilità, dopo aver bucato tutti i record. E il bilancio complessivo di quest'anno è tale che il ribasso accumulato dagli indici di borsa potrebbe configurare il peggiore anno dai tempi della grande crisi finanziaria del 2007-09.

Ma cosa ha determinato questa corsa alle vendite? Hanno coagito diversi fattori.

I motivi del calo

Anzitutto l'evidenza che la marcia spedita dell'economia a stelle e strisce s'è fermata. Lo dimostrano diversi indici (l'ultimo è stato l'Empire State manufacturing index), anche se le stime proiettano una crescita del 2,5% anche per l’anno a venire. Per questo molti investitori sono adesso in attesa della guidance di politica monetaria della Fed, che verrà resa nota mercoledì al termine della due giorni di meeting della Banca centrale Usa (che intanto dovrebbe aumentare i tassi). A tutto questi si sommino le negative notizie per quello che riguarda l'Obamacare (decretato incostituzionale, con conseguente crollo di tutti gli undici settori del comparto sanitario) e le solite dichiarazioni del presidente americano Trump, che hanno creato tensione con la FED.

E poi c'è la curva dei rendimenti. Le ultime sei recessioni (dal 1978 al 2008) sono state anticipate da un’inversione della curva dei rendimenti tra la scadenza a 10 e quella 2 anni. In sostanza quando i tassi dei titoli a 2 anni hanno superato quelli a 10. Oggi come oggi la differenza è di appena 15 punti base, per cui siamo vicini.

domenica 16 dicembre 2018

Norges Bank, l'aumento dei tassi avverrà a ritmo più lento del previsto

La Norges Bank procederà con un restringimento della propria politica monetaria, ma a un ritmo più lento di quanto ipotizzato in precedenza. E la Corona ha perso quota sul mercato valutario.

Le scelte della Norges Bank

Questo è il succo della settimana per la valuta norvegese, caratterizzata dal meeting della banca centrale di Oslo. Con una decisione unanime la NB ha confermato - come era atteso - il tasso di politica chiave allo 0,75%, ma ha annunciato che il percorso restrittivo procederà a un ritmo leggermente più lento di quanto pianificato in precedenza, a causa delle preoccupazioni sulle prospettive dell'economia globale. La banca centrale ha dichiarato di voler aumentare i tassi a marzo del prossimo anno, dopo averlo fatto a settembre per la prima volta in 7 anni. Il percorso di normalizzazione dovrebbe procedere con 5 aumenti entro la fine del 2021: due nel 2019, uno nel 2020 e due nel 2021, secondo quanto dichiarato dal governatore Oeystein Olsen in conferenza stampa.

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I rischi secondo la Norges Bank

Secondo la Norges Bank, l'aumento del protezionismo e l'incertezza politica hanno indebolito le prospettive di crescita a livello internazionale (in special modo si guarda a Eurozona e Svezia, i principali partner commerciali per la Norvegia). "I persistenti conflitti commerciali e le turbolenze che circondano i processi politici in Europa potrebbero frenare la crescita tra i partner commerciali". Ha inoltre citato in particolare come una Brexit senza accordo possa aumentare le turbolenze sui mercati finanziari. Su consiglio di Norges Bank, il ministero delle finanze ha aumentato simultaneamente l'ammontare dei capitali che le banche devono tenere nei loro bilanci, aumentando il requisito di riserva anticiclica per proteggerle meglio da una potenziale recessione.

Circa l'inflazione, dopo il rallentamento di novembre ci sono stati nuovi segnali di rialzo recenti che hanno portato il livello ai massimi di quasi due anni (3,5%, come a gennaio 2017).
Sui siti trading forex gratis possiamo vedere che la Corona (che solo subito dopo la decisione della Norges Bank si è rafforzata) ha chiuso la settimana in territorio negativo sia contro il dollaro che contro l'euro. La valuta norvegese ha perso oltre un punto percentuale contro l'euro, tanto che la coppia Eur-Nok è salita a 9,7495, a pochi passi dal livello che a settmebre spinse la NB ad alzare i tassi. Perdite ancora maggiori sono state registrate contro il dollaro. Il cross Usd-Nok è infatti salito a 8,6274 (+1,71% settimanale).

giovedì 13 dicembre 2018

Investitori italiani pronti a cambiare strategie con la fine del QE

La fine del Quantitative Easing spingerà gli investitori italiani a cambiare strategia, diversificando il proprio portafoglio. E' questa la conclusione che emerge leggendo il Global Investment Survey 2018 di Legg Mason, il colosso mondiale di gestione patrimoniale di Baltimora.

Gli investitori italiani e la fine del QE

Il QE è una misura con cui la BCE ha effettuato acquisti programmati di titoli (in particolare di bond) sul mercato. In questo modo, a intervalli regolari, ha immesso nel sistema finanziario una massiccia dose di liquidità che serve. Se gli anni della grande crisi e dello stimolo monetario hanno spinto gli investitori italiani ad aumentare la loro "passione" verso i bond (domestici o europei), che oggi sono il 25% della loro allocazione, una bella fetta (67%) cambierà orientamento in vista della fine del quantitative easing della BCE previsto per fine anno. Tutto questo ci renderà un poco più simili al resto del mondo, dove la quota destinata dagli investitori ai bond è al 17%, (quindi molto meno che nel Belpaese).

La consapevolezza forte è che la fine del QE cambierà gli scenari del mercato. Il reddito fisso diventerà meno attraente di quanto sia adesso. Lo evidenzia il fatto che sul campione di 17.000 investitori internazionali ascoltato da Legg Mason, il 29% crede che il 2019 sarà l'anno su cui puntare all’azionario internazionale, anche alla luce della volatilità tornata ai livelli standard.

Gli spostamenti nel portafoglio

Un investitore su cinque prevede inoltre di aumentare il peso nel suo portafoglio delle azioni internazionali, e la stessa frazione si orienterà invece sulle obbligazioni dei mercati emergenti. Sempre bond quindi, ma fuori dai confini euro-domestici. Il resto degli investitori italiani ha annunciato che si orienterà ancora sui bond del Vecchio Continente (22%), mentre il 16% rimarrà ancorato all’azionario italiano. La quota più piccola (13%) investirà nelle commodities.

martedì 11 dicembre 2018

Inflazione, la Romania centra il target fissato dalla BNR

Torna nel target fissato dalla banca centrale, l'inflazione della Romania. Secondo i dati del National Institute of Statistics infatti, la crescita dei prezzi al consumo è diminuita al 3,43% rispetto al 4,25% registrata nel mese precedente. Su base comparativa mensile invece, l'indice dei prezzi al consumo (IPC) è sceso dello 0,1% a novembre. Il rallentamento della crescita dell'inflazione è dovuto alla minore evoluzione dei prezzi alimentari (aumentati del 2,86% su base annua). I prezzi non alimentari sono aumentati del 4,24%, quelli dei servizi sono cresciuti del 2,50% a novembre.

Inflazione e politica monetaria

Come detto, adesso l'inflazione è rientrata nel target fissato dalla banca centrale della Romania (BNR), nella fascia 1,5%-3,5%. L'istituto rumeno a novembre ha mantenuto il tasso di politica monetaria al 2,50%. L'ultimo cambiamento risale a maggio, quando il costo del denaro venne portato al 2,50% dal 2,25% (tre rialzi quest'anno: gennaio, febbraio e maggio). A novembre il Governatore Isarescu precisò che i tassi di interesse "sono dove dovrebbero essere e dove li vediamo nel prossimo periodo". Questo tono molto dovish (causato dai timori esterni circa la guerra dei dazi, l'equilibrio dell'eurozona e le politiche delle banche centrali) ha messo in dubbio l'ipotesi di altri 3 rialzi nel 2019.

In realtà il vero motivo di preoccupazione per la banca rumena è la debolezza del LEU. Dopo aver scelto qual è il miglior broker forex gratis, possiamo infatti vedere i dati. La valuta nazionale infatti ha subito un grosso deprezzamento in estate, e la coppia EurRon è rimasta ferma in prossimità dei massimi di luglio a 4.66. La coppia UsdRon invece resta oltre la soglia psicologica di 4.00 superata a fine settembre.

Altri dati macro

Oltre al report sull'inflazione, è stato anche reso noto che la retribuzione mensile media netta reale è cresciuta 9,1% su base annua a ottobre, dal 7,7% di settembre. Su base comparativa mensile, il salario netto reale è stato dello 0,7% più alto a ottobre. In termini nominali invece il salario mensile netto medio è aumentato del 13,7% sull'anno e è salito dell'1,2% sul mese di ottobre, a 2.720 Leu. Il più alto salario medio netto di 6.380 lei è stato registrato nel settore IT, mentre il più basso, di 1.580 Leu, è stato registrato nel settore alberghiero e della ristorazione.

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Ieri era stato anche reso noto il saldo della bilancia commerciale, che aveva evidenziato una crescita del deficit commerciale a 11,85 miliardi di euro ($ 13,4 miliardi) nei primi dieci mesi dell'anno, a fronte di un deficit di 10,22 miliardi di euro nello stesso periodo del 2017.

giovedì 6 dicembre 2018

Redditi e famiglia: in italia 3 persone su 10 sono a rischio povertà

Sono drammatici i numeri che ha pubblicato l'Istat riguardo lo stato di salute economia dell'Italia, ovvero la condizione di redditi e famiglie. Una persona su 10 si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, e addirittura quasi tre su dieci (28,9%) sono a rischio povertà o esclusione sociale.

Redditi e condizioni di vita

Nel report sulle '​Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie' emerge però un lieve miglioramento rispetto al 2016. Risulta stabile al 20,3% la percentuale di individui a rischio di povertà, mentre sono diminuiti quelli che vivono in famiglie gravemente deprivate oppure a bassa intensità lavorativa. Miglioramenti molto lievi comunque.

L'Istat ha reso noto che nel 2016 il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è risultato pari a 30.595 euro. Significa circa 2.550 euro mensili. La crescita è stata del 2% in termini nominali e del +2,1% in termini di potere d'acquisto rispetto al 2015 (visto che la variazione dei prezzi al consumo è stata pari a -0,1%). La contrazione complessiva dei redditi rispetto ai livelli pre-crisi del 2009 resta notevole, con una perdita in termini reali dell'8,5% per il reddito familiare.

Sono le famiglie numerose  - ovvero con 5 o più componenti - ad essere ancora le più esposte al pericolo di povertà o esclusione sociale. L'indice infatti per loro è del 42,7%. Se la famiglia poi è composta di due o più nuclei allora il pericolo cresce ulteriormente del 5,4%.

Rischio a livello geografico

A livello geografico, il Mezzogiorno resta l'area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (44,4%). Anche in questo caso il rischio si è ridotto rispetto al 2016 (quando era 46,9%). Il rischio più basso si vive al Nord-est (16,1% da 17,1%) e Nord-ovest (20,7% da 21,0%). Nel Centro il coefficiente sale al 25,3%.

martedì 4 dicembre 2018

Investitori più cauti, il sentiment è peggiorato a novembre

Il mondo degli investitori ha perso un po' di fiducia, stando ai risultati dell'analisi di State Street Global Exchange. L'indice che descrive l'andamento di questo fenomeno è sceso infatti a novembre di 1,7 punti. Pesa soprattutto la componente Nord America, dove è sceso da 81,6 a 79,2 punti. In Europa è salito di 0,4 punti ma comunque il trend è calante, in Asia addirittura la crescita è stata di 2,6 punti.

Il sentiment degli investitori

Il panorama è quindi abbastanza variegato. Ad eccezione degli investitori asiatici il sentiment è peggiorato. Il motivo è da ricercare in un contesto caratterizzato dalle turbolenze di mercato. Di conseguenza gli investitori stanno fortemente modificando la propria esposizione agli asset di rischio. Chi ha visto le previsioni cambio dollaro franco svizzero, avrà notato che molti analisti ritengono che la valuta elvetica, ritenuta da sempre porto sicuro, è data in possibile ascesa.

Non ci si deve sorprendere, se pensiamo a quanto accaduto negli ultimi mesi. In primavera è scoppiata la questione dei dazi commerciali, mentre in estate a dominare la scena è stata la crisi turca, che ha travolto tutte le valute emergenti. Sullo sfondo sono rimaste sempre la tensione Italia-Bruxelles sulla manovra economica del Belpaese, nonché la questione dei negoziati su Brexit. Insomma di fronti caldi ce ne sono stati parecchi, e questo giustifica il perché molti trader hanno seguito strategie trend following (breakout trading) ribassiste più che rialziste su molti asset.

Il calo registrato in quest'ultimo periodo è stato tra i più pesanti degli ultimi dieci anni. I peggioramenti di agosto e settembre sono infatti stati interpretati come un campanello d’allarme della volatilità di mercato, che ha dominato il quarto trimestre. La cosa che per certi versi sorprende è la crescita dell'indice in Asia. Tenuto conto infatti dei timori sulla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, ci si sarebbe atteso un calo forse ancora più drastico che altrove. Invece proprio lì il sentiment degli investitori è migliorato.

sabato 1 dicembre 2018

Lavoro, il ciclo vita di un 15enne italiano è il più basso in Europa

L'indagine Eurostat sul mercato del lavoro mette in evidenza un dato negativo per l'Italia, che è fanalino di coda della UE come aspettativa del ciclo lavorativo.

La fotografia del mondo del lavoro

Da noi infatti un ragazzo di 15 anni può sperare di lavorare in media 31,6 anni nella sua vita, contro i 36 che in media vantano i suoi "amici" europei. Gli va malissimo se si mette a paragonare la sua aspettativa con un ragazzo islandese, che invece può ragionevolmente sperare di lavorare ben 47 anni. Nel ranking ci piazziamo ultimi, ma al di là della eclatante differenza rispetto all'Islanda, emerge comunque una velocità maggiore di tutti i paesi nordici rispetto a quelli mediterranei ed alcuni dell'Est. Tra le prime dieci posizioni ci sono infatti anche altri paesi nordici: Svezia, Olanda, Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Germania e Finlandia.Compare anche la Svizzera (seconda con 42 anni e mezzo).

Anche se in generale questo dato sul lavoro evidenzia ancora un problema per l'Italia, le cose rispetto al passato vanno meglio. Nel 2000 infatti la durata della vita lavorativa era di 28,5 anni, quindi in questi 18 anni è salita in media di tre anni. Il miglioramento maggiore riguarda soprattutto le donne, la cui vita lavorativa sale da 21,9 anni del 2000 a 26,8 del 2017. Tra gli uomini invece si è passati dai 34,8 anni del 2000 ai 36,2 anni dello scorso anno.

L'enorme incidenza degli inattivi

Come detto però, nonostante il livello sia migliorato, rimane comunque il fatto che siamo ultimi in Europa. L’aspettativa lavorativa italiana è così bassa anche perché c'è una grossa porzione di soggetti che rimane inattiva. La quota infatti è del 24,7%. In sostanza un soggetto su 4 non prende parte al mondo del lavoro. Secondo le ultime rilevazioni siamo a oltre 13 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni, un'enormità se paragonata ai 23,3 milioni di occupati (e al conto vanno aggiuinti i 2,7 milioni di disoccupati).

giovedì 29 novembre 2018

Dollaro debole sui mercati dopo l'intervento di Powell

Le parole del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, avevano frenato lo slancio del dollaro americano, che anche oggi sta perdendo quota contro le principali valute.

Le parole di Powell e il dollaro

Il numero uno della FED nel suo discorso di ieri ha ammorbidito i toni della posizione ufficiale sulla politica monetaria. Powell ha affermato che il costo del denaro Usa si trova ad un livello “appena al di sotto” della neutralità. Una frase che alle orecchie degli investitori è suonata come una mezza marcia indietro rispetto al percorso di stretta monetaria che pareva tracciato sinora. In sostanza non è affatto sicuro che il prossimo anno ci saranno altri 3 rialzi dei tassi di interesse. Anzi, attualmente il consensus di mercato è per due nuovi interventi restrittivi da parte della Fed, di cui uno nel meeting del mese prossimo.

Sui miglior broker di trading online autorizzati abbiamo visto che il Dollar index - dopo una discesa fino a quota 96,626 - ha poi recuperato terreno e si è riportato oltre 97, per poi arretrare nuovamente sotto questo livello.

Gli eventi clou in calendario

L'attenzione degli investitori è orientata alla pubblicazione delle minute della banca centrale di Washington, in calendario oggi.

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I mercati stanno mantenendo un atteggiamento di cautela comunque, perché è ormai imminente il vertice del G20 di Buenos Aires. I presidenti di Usa e Cina, Donald Trump e Xi Jinping, s’incontreranno per parlare dei temi commerciali, che hanno creato tensioni propagatesi a tutti i mercati. Al momento non c'è alcuna schiarita in vista, e proprio questo ha indotto gli investitori a non abbandonare gli asset considerati sicuri, come il dollaro, in favore degli investimenti più rischiosi.

martedì 27 novembre 2018

Azienda Pernigotti salva? Non ancora, ma c'è una speranza

Per una delle storiche aziende italiane di maggior successo, la Pernigotti, si apre una doppia speranza. Nelle scorse settimane la holding turca Toksz, che ha in portafoglio l'azienda italiana, ha avviato la procedura per la chiusura dello stabilimento storico nell'alessandrino, giacché intenzionata a spostare la produzione addirittura in Turchia.

L'incontro per salvare l'azienda

Ma da ieri c'è una schiarita. L'incontro avvenuto tra il premier Conte, il vicepremier Di Maio e la proprietà turca Toksz ha prodotto un risultato. Infatti Pernigotti sospende fino al 31 dicembre la procedura di licenziamento dei 100 addetti dello stabilimento di Novi Ligure e apre con il Governo un percorso intorno all'ipotesi di reindustrializzazione dello stabilimento di Novi Ligure. Il gruppo turco farà richiesta di cassa integrazione per reindustrializzazione - e non ristrutturazione come nell'ipotesi originaria - per garantire che i dipendenti abbiano l'ammortizzatore sociale. Verrà inoltre nominato un soggetto terzo che si occuperà di verificare quali opportunità produttive ci sono nel sito italiano del Gruppo.

L'ipotesi Sperlari

Sempre ieri era parsa concreta anche un'altra ipotesi. Il famoso gruppo Sperlari si sarebbe infatti fatto avanti per acquisire sia lo stabilimento di Novi Ligure che il marchio della famosa impresa dolciaria. Sperlari (di Cremona) a metà dello scorso anno è entrata a fare parte della tedesca Katjes international. Quest'ultima non ha ne' confermato ne' smentito la notizia, anche perché l'iniziativa sarebbe partita direttamente dall'azienda italiana. Al di là dell'aspetto romantico dell'operazione, la stessa avrebbe sorpattutto un fortissimo valore economico strategico. L'integrazione di un marchio celebre come Pernigotti con un altro brand storico come Sperlari (che possiede Saila, Galatine, Dietor e Dietorelle) sarebbe un gran colpo.

L'incontro col governo e il nuovo dialogo con la Toksz, però sembrano raffreddare l'ipotesi di una disponibilità dell'azienda a cedere le attività italiane legate al brand Pernigotti, almeno nei prossimi mesi.

sabato 24 novembre 2018

Franco svizzero, il futuro dipende molto dal contesto globale

Il Franco svizzero continua ad aver un andamento divergente rispetto a euro e dollaro. Nei confronti della valuta unica guadagna terreno da un bel po' di settimane, mentre il contrario succede contro la valuta americana.

Per capire cosa sta succedendo e cosa potrebbe succede al franco svizzero, occorre sottolineare che non si tratta di una valuta qualunque. Infatti esplica il ruolo di valuta rifugio, per cui è attenzionata dai trader soprattutto quando il clima generale è teso e si adottano delle strategie di tipo difensivo. In pratica in un contesto ad alto rischio e con la volatilità fuori controllo, il franco svizzero rappresenta un porto sicuro. E nel contesto attuale qualche turbolenza c'è eccome. Basta pensare alla guerra commerciale Usa-Cina oppure alla tensione che c'è tra Roma e Bruxelles riguardo alla manovra economica.

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L'incidenza dei dati marco sul franco svizzero

Però questo non basta per poter prevedere una crescita in futuro. Ci sono anche i fattori macro. Le stime sul paese elvetico per il prossimo anno sono positive. La crescita dell'economia svizzera potrebbe giungere all'1,7 per cento, che è un valore assolutamente positivo anche se sarebbe un calo rispetto al 1,9% previsto per quest'anno. L'economia svizzera resta in salute, e questo avrà un impatto sulle quotazioni del Franco. Tenuto conto dell'andamento attuale, si potrebbe ipotizzare un ritorno del cambio Euro Franco Svizzero a quota 1,10, valore raggiunto nell'agosto dell'anno scorso. Attualmente la coppia è a 1,13.

Riguardo invece al rapporto con il dollaro, va precisato che nel corso del 2018 la quotazione del Franco ha superato la parità (occhio sempre all'Indicatore relative vigor index RVI), ma fino a poco tempo fa la situazione era pià difficile. Non c'è da stupirsi se c'è chi prevede un ritorno al prezzo di 1,1 ma molto dipenderà dal rito di aumenti dei tassi che la FED farà il prossimo anno, cosa che solo a dicembre sapremo con maggiore chiarezza.

mercoledì 21 novembre 2018

Spread alto, il contraccolpo sarà su titoli di Stato e banche

Lo spread continua ad essere il termine più temuto delle ultime settimane, se non mesi. Colpa degli intrecci tra politica ed economia, che hanno reso molto nervosi i rapporti tra Italia e Ue, che proprio oggi ha deciso di bocciare la nostra manovra economica.

Le conseguenze dello spread

Lo spread - ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli di stato Italiano (Btp a 10 anni) e i titoli di stato tedeschi (bund a 10 anni) - è praticamente raddoppiato negli ultimi mesi. Il giorno dopo le elezioni della scorsa primavera era a 137 punti, adesso sfora i 300 punti. Ma cosa accade quando sale lo spread, e quali ripercussioni potrebbero esserci nella nostra vita di tutti i giorni? A dispetto di quello che si sente,al momento non comporterà nessun aumento delle rate di mutui e prestiti. Ma ciò non vuol dire che non ci saranno delle ripercussioni sulle nostre vite.

Il primo problema è per i conti dello Stato. Uno spread alto significa che i titoli di stato italiani sono considerati più rischiosi, e quindi devono essere resi "appetibili" con rendimenti molto più alti di quelli tedeschi. L’Italia sarà cioè costretta a finanziare il suo enorme debito pubblico (oltre 2.300 miliardi di euro) emettendo nuovi titoli con interessi più alti. Tutto ciò farà crescere ulteriormente il nostro debito pubblico.

Non c'è invece alcuna conseguenza diretta sui mutui alle famiglie. Questi tassi infatti vengono decisi dalle banche con cui si stipula il mutuo. Nel breve periodo non c'è nulla da temere. Nel lungo termine invece qualcosa potrebbe cambiare per i nuovi contratti. Lo spread alto infatti inciderà sui bilanci delle banche italiane, che hanno nei loro portafogli un’ingente quantità di titoli di Stato. Per riequilibrare i bilanci, aumenteranno i costi dei servizi e probabilmente irrigidiranno la politica di concessione dei finanziamenti. Un ulteriore colpo per la crescita economica.

lunedì 19 novembre 2018

Mercato del greggio sulle montagne russe: prima sale, poi crolla ancora

Dopo lunghissimi giorni di calo, il greggio sembrava avere temporaneamente invertito la rotta. Per il quarto giorno di fila infatti, la quotazione dell'oro nero stava risalendo. La gioia però è durata poco, visto che nel pomeriggio l'oro nero è nuovamente crollato.

Le voci che agitano il mercato del greggio

A spingere la quotazione del petrolio erano state le prospettive che l’Arabia Saudita faccia pressione sull’Opec per ridurre la produzione. I sauditi vorrebbero che tutti i Paesi aderenti riducano la produzione di un milione a 1,4 milioni di barili al giorno per evitare un aumento delle scorte. Un'ipotesi che sembra trovare d'accordo anche la Russia, pronta a sua volta a tagliare le forniture per la fine dell’anno.

Questa eventualità stava spingendo le quotazioni del greggio sui mercati. A metà giornata il contratto sul Brent saliva di 15 cent a 66,95 dollari. Il greggio leggero Usa Wti guadagnava invece 19 cent a quota 56,65. Poi c'è stata una nuova inversione di rotta, con i prezzi che sono ridiscesi in modo pesante, con perdite di oltre un punto percentuale tanto per il Brent che per il WTI. Va ricordato che il mercato del petrolio continua ad accusare un pesantissimo calo nell'ultimo mese e mezzo. Ad esempio il Brent è quasi il 25% sotto il picco di ottobre a 86,74 dollari. Chi fa trading con medie mobili ha potuto vedere il prezzo attraversare le medie di diversi periodi.

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Il mercato si muove con cautela e soprattutto continua a monitorare attentamente il possibile impatto di un taglio alle forniture. Al momento questa ipotesi sembra essere presa con molta considerazione, ma è chiaro che soltanto dopo il meeting del prossimo 6 dicembre si potrà sapere se si andrà in questa direzione oppure no.

sabato 17 novembre 2018

Fatturazione elettronica, il Garante dice no: "viola la privacy"

Quando manca poco più di un mese all’entrata in vigore dell’obbligo di fatturazione elettronica, il Garante della Privacy ha emesso un provvedimento nei confronti dell’Agenzia delle Entrate: non è pienamente in linea con la normativa in materia di protezione dei dati personali. Per questo motivo va ripensata, e si aspetta che l'Agenzia risponda con urgenza sugli accorgimenti che intende adottare per risolvere il problema. Questo intervento del Garante è il primo che sfrutta il nuovo "potere di avvertimento", attribuito dal Regolamento europeo.

Le criticità della fatturazione elettronica

fatturazione elettronicaRicordiamo che l'obbligo di fatturazione elettronica verrà esteso dal 1 gennaio 2019 anche ai rapporti tra fornitori, nonché tra fornitori e consumatori. Secondo il Garante questo obbligo implica un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala. Questo trattamento inoltre è potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell'intera popolazione, e questo lo rende del tutto sproporzionato rispetto all'obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito.

Per fare un esempio, quando l'Agenzia recapitato una fatture come "postino" attraverso il sistema di interscambio (SDI), oltre ai dati necessari per fini fiscali finisce per archiviare anche i dati sui beni e servizi acquistati. Questo significa venire a sapere le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni o addirittura la descrizione delle prestazioni sanitarie o legali. Ne consegue che esiste un fortissimo rischio di mancata tutela dei diritti e delle libertà degli interessati, con conseguente potenziale rischio che un'enorme quantità di dati sensibili possa essere gestito con finalità non sempre appropriate.

Molti rilievi sollevati dal Garante sono peraltro già stati condivisi dagli operatori del settore. L'Ordine dei Commercialisti ha sempre chiesto una maggior gradualità. Finora dall’Agenzia delle Entrate si limitano a dire che risponderanno al Garante nel più breve tempo possibile, e che comunque è ancora presto per parlare di rinvio dell’obbligo. Anche perché spetterebbe comunque a una nuova norma farlo.

giovedì 15 novembre 2018

Mercato delle criptovalute sotto pressione, sell-off diffuso per tutte le altcoin

Una bella scossa ha fatto tremare il mercato delle criptovalute. Il Bitcoin è infatti improvvisamente crollato sotto quota 6000 dollari, toccando il valore più basso da 13 mesi a questa parte.

Le ragioni del crollo del mercato delle criptovalute

La valuta virtuale più famosa del mondo ha accusato una perdita violenta, innescato dalle ultime notizie relative al Bitcoin Cash. Il BTC (criptovaluta nata proprio dal BTC nell’agosto 2017 con lo scopo di processare un numero più elevato di transazioni) si prepara ad un hard fork per giovedì 15 novembre. Solitamente questo finisce per dare una spinta al mercato delle criptovalute, ma stavolta è successo l'opposto. L'hard fork del Bitcoin Cash infatti è stato accolto nel modo peggiore dal mercato perchè l'operazione è poco chiara. Nessuno sembra essere d'accordo su questo upgrade, e questo potrebbe minare solidità e unità della comunità.

I dati dello scivolone

Si è diffuso così un sentimento di avversione al rischio sul mercato delle criptovalute, che avrebbe finito per travolgere tutti. Il Bitcoin ha infranto il supporto dal forte valore psicologico a quota 6000, poi è sceso fino a 5312 ma successivamente ha tentato il recupero dei 5.500 (è interessante osservare questo andamento con un grafico Heikin Ashi strategie). La capitalizzazione inoltre è precipitata sotto i 100 miliardi di dollari. Infatti non è andata meglio alle altre criptovalute, tutte coinvolte in questo scenario ribassista. Ethereum ha perso oltre il 14% e le cospicue vendite di ieri l'hanno riportato al di sotto del supporto a 200 dollari, facendo registrare nuovi minimi a 60 giorni. Ripple più dell’11%.

Suggerimento: se vi interessa fare investimenti su qualsiasi tipo di asset, non state a cercare solo broker con trading con bonus senza deposito.

Il crollo sul mercato delle criptovalute ha portato i livelli di capitalizzazione sotto quota 200 miliardi di dollari. Questo è sintomatico del fatto che sulle criptovalute sia un corso un vero e proprio sell-off. A un solo anno dai record registrati da Bitcoin, Ethereum e Ripple, per BTC, ETH e XRP, la realtà di oggi è completamente diversa.

martedì 13 novembre 2018

Reddito di cittadinanza: a Napoli ben 230mila famiglie aventi diritto

Una delle misure più discusse previste dal contratto di governo Lega-M5S è senza dubbio il reddito di cittadinanza. Per esso sono previsti 9 miliardi di spesa pubblica annui a decorrere dal 2019.

A chi andrà il reddito di cittadinanza

Ma dove andranno a finire queste somme? Al momento previsioni certe non si possono fare, visto che i paletti esatti non sono ancora stati fissati. Tuttavia il Sole24Ore ha fatto delle stime in base ai dati storici dell’Isee ordinari presentati in Italia nel 2016 (ultimo dato disponibile) e monitorati dal ministero del Lavoro.

La cittadina con la maggiore percentuale di beneficiari rispetto alla popolazione totale è Crotone. Nella città calabrese infatti una famiglia su 4 rientrerebbe nei parametri ISEE (ovvero minore di 9360 euro annui) tali da far scattare il diritto al reddito di cittadinanza. Per la precisione, il 27,9% delle famiglie residenti ne avrà diritto. Poco distaccata c'è Napoli, dove una famiglia su 5 rientra nel raggio di applicazione della misura assistenziale (lo stesso vale per Palermo e Caltanissetta). Nel capoluogo campano inoltre si registra il record del numero di beneficiari, ben 230mila famiglie).

Proseguendo nella Top10 ci sono anche Medio Campisano (18,6%); Catanzaro (18,4%); Catania (18%); Caserta (17,9%); Barletta (17,5%); Reggio Calabria (16,9%). Tutte città del Sud (dove complessivamente c'è il 49% degli aventi diritto). Al Nord invece si concentrano le città col minor numero di aventi diritto. Fanalino di coda è Bolzano, dove soltanto 2 persone su 100 soddisfano i requisiti del reddito di cittadinanza.

L'importo medio del reddito di cittadinanza

A livello di risorse invece, i 780 euro indicati come obiettivo sono molto lontani. Tenuto conto della platea degli aventi diritto, a ognuno di essi dovrebbero andare in media 294 euro mensili. Siamo anche sotto i 305 euro che sono oggi il valore medio del reddito d’inclusione (che però finisce nelle tasche di un numero di soggetti sei volte minore).

sabato 10 novembre 2018

Tassi di interesse, la RBNZ cambierà qualcosa?

Nella notte tra giovedì e venerdì la Reserve Bank of New Zealand ha lasciato invariati i tassi di interesse ai minimi dell'1,75%, livello che si mantiene invariato da circa due anni (a novembre 2016 ci fu un taglio di 25 punti base). La decisione è stata prevista dagli economisti. Tuttavia, il tono sembra essere più ottimista.

Cosa cambia per i tassi di interesse

Anche se nelle dichiarazioni di accompagnamento l'istituto centrale di Wellington ha ribadito di voler lasciare il costo del denaro su questi livelli per tutto il prossimo anno, qualcosa sembra muoversi. Dalle dichiarazioni della RBA è infatti scomparsa l'indicazione riguardo la prossima mossa sui tassi di interesse ("potrebbe essere verso l'alto o verso il basso"), il che potrebbe far pensare ad un orientamento più aggressivo. A sostenere questa possibilità sono peraltro i dati macro e le prospettive economiche future.

La crescita più rapida di quest'anno e di quella successiva, così come il continuo miglioramento del mercato del lavoro, hanno permesso alla RBNZ di alzare le previsioni di inflazione. Il governatore Orr ha segnalato che le forti perdite per il Dollaro neozelandese quest'anno, daranno sostegno all'economia rendendo le esportazioni più competitive. Inoltre il mercato del lavoro ha raggiunto il suo "massimo livello sostenibile". Cosa positiva per le prospettive dei tassi d'interesse, che si sono scurite nel 2018 grazie alla debolezza dei prezzi al consumo e all'incertezza sull'economia.
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Tassi di interesse e mercati

Ricordiamo che dopo aver a lungo tenuto in conto l'ipotesi di un ulteriore taglio dei tassi di interesse, dopo i dati macro molto positivi qualche settimana fa sui mercati era avanzata l'ipotesi opposta, ovvero di una mossa restrittiva già a metà 2019. I dati economici migliori hanno quindi spinto gli speculatori ad abbandonare alcune delle loro scommesse contro la valuta Kiwi.

Dall'inizio di novembre infatti il dollaro neozelandese ha marciato spedito contro il dollaro USA (ma anche contro l'euro), con un Adx indicatore trading forex che ora invia segnali rialzisti. La coppia Nzd-Usd ha guadagnato più del 5% nell'ultimo mese ed è arrivata a 0.673, dopo aver toccato i massimi da inizio agosto. Solo nel finale di settimana c'è stato un lieve calo, probabilmente innescato dal rallentamento dell'inflazione dei produttori in Cina, il principale partner commerciale della Nuova Zelanda. Va però ricordato che dall'inizio dell'anno il cross Nzd-Usd è però in calo del 4,25%.

giovedì 8 novembre 2018

Produzione, con la Pernigotti se ne va un altro pezzo d'Italia

La chiusura della storica azienda di cioccolato Pernigotti è solo l'ultimo capitolo di una serie di colpi al cuore della produzione made in Italy. Martedì i sindacati, al termine di una riunione con i vertici dell'azienda, hanno comunicato l'abbandono dello stabilimento italiano di Novi Ligure. Tradotto: 100 lavoratori perderanno il posto mentre altrettanti verranno dirottati altrove.

Produzione flop nelle mani turche

produzione pernigottiL'azienda di produzione dolciaria fondata nel 1860 era passata al gruppo turco Tuksoz nell'estate del 2013, ceduta dalla Fratelli Averna. All'epoca parlando dello storico marchio che identifica nel mondo la gianduia e il torrone italiano, la nuova proprietà annunciò la volontà di sviluppare l'attività in nuove e interessanti aree geografiche, sfruttando la forza del marchio Pernigotti.

Il punto è che nello stabilimento italiano non è stato mai investito un solo euro. Inoltre in 5 anni sono stati accumulati 13 milioni di perdite. Un fatto che il Sindaco ha definito "inspiegabile, visto che il settore dolciario tira ancora". Inoltre in questi ultimi anni diversi tipi di produzione erano già state trasferite in Turchia, e c'erano state flessioni anche nel comparto dei preparati per gelato, di cui la Pernigotti ha sempre vantato la leadership.

Fa ancora più male sapere che non sono stati i proprietari a comunicare la decisione, ma semplici emissari di uno studio milanese ingaggiato poche settimane fa dopo l’allontanamento dell’amministratore delegato Massimiliano Bernardini.

I danni degli investitori stranieri

La gestione turca in sostanza è stata drammaticamente disastrosa. E l'epilogo è identico a quello visto per altre storiche aziende italiane: le proprietà straniere prima comprano e poi licenziano e chiudono, mantenendo però la proprietà del marchio che spesso è prestigioso (come in questo caso), e vanno poi a produrre all'estero. Il tutto a danno dei lavoratori e della qualità dei nostri prodotti. E' recentissima ad esempio Cla chiusura della fabbrica di Torino HAG e Splendid.

Di tutti gli impiegati nella fabbrica di viale Rimembranza, soltanto pochi si salveranno. Sono quelli del settore commerciale, che però dovranno trasferirsi a Milano. In città è già partita la mobilitazione della città che non ci sta a perdere un patrimonio di storia e tradizione, mentre i sindacati stanno intraprendendo tutte le iniziative volte a contrastare questa scelta. I lavoratori hanno indetto uno sciopero a oltranza e l'assemblea permanente. Ma intanto l'azienda ha già fatto partire la richiesta di cassa integrazione straordinaria da dicembre fino al novembre del prossimo, per «parziale cessazione dell’attività aziendale».

martedì 6 novembre 2018

Banca centrale d'Australia, niente ritocco dei tassi ma la stretta si avvicina

La scorsa notte la Reserve Bank of Australia ha deciso di mantenere il suo tasso di interesse di riferimento invariato all'1,50%, ovvero al livello al quale si trova da agosto 2016. L'ultima volta che la banca centrale ha operato un intervento tagliò il costo del denaro di 25 punti base (minimo storico per il 26esimo incontro consecutivo).

La mossa della banca centrale

Nel corso della conferenza di accompagnamento (l'evento più interessante per chi adotta strategie trading giornaliero Forex), il governatore della banca centrale Philip Lowe ha spiegato che il board ha valutato che il mantenimento dei tassi ai livelli attuali è considerato coerente con la crescita sostenibile dell'economia dell'Australia e con il raggiungimento nel tempo dei target d'inflazione, sebbene tali progressi saranno probabilmente graduali. In sostanza la posizione rimane analoga a quella già assunta in occasione dei precedenti meeting.

Circa le previsioni macro invece c'è stato un ritocco. Dopo aver evidenziato che l'economia australiana ha registrato buoni risultati (crescita del PIL del 3,4% e tasso di disoccupazione in calo al 5% nell'ultimo anno), la RBA ha rivisto le sue previsioni di crescita economica per il 2018 e il 2019. La crescita economica dovrebbe essere intorno al 3,5% in questi due anni, prima di rallentare nel 2020 a causa della più lenta crescita delle esportazioni di risorse. Proprio questi ritocchi al rialzo fanno pensare che la banca centrale australiana si sta avvicinando alla politica restrittiva.

Consiglio: prima di fare investimenti sulle valute, scegliete bene i Consob broker autorizzati e siti trading.

Sotto il profilo valutario, il divario tra i commenti da falco della Federal Reserve e quelli prudenti della Reserve Bank of Australia (RBA) hanno provocato un recente calo del dollaro australiano, che di recente ha toccato un minimo di pluriannuale contro l'USD. Ricordiamo che la valuta australiana è una cartina al tornasole della propensione al rischio che c'è sui mercati, e tra gli spettri di guerre commerciali e tensioni geopolitiche varie, non ha certo trovato gran sostegno. Quello che invece gli hanno dato una serie di forti dati locali e flussi di fondi da carry trades. Ma è importante sottolineare che l'ambiente globale continua a dominare le mosse, e potrebbe richiedere un pedaggio sul dollaro australiano.

venerdì 2 novembre 2018

Economia italiana, comincia il tour de force per la Legge di Bilancio

Il futuro prossimo dell'economia italiana, che ha appena evidenziato un rallentamento della crescita dopo 3 anni, è aggrappato al percorso a ostacoli che dovrà affrontare la Legge di Bilancio. Il testo è giunto con un ritardo di due settimane in Parlamento, dove è in corso il primo passaggio di un iter che - se tutto va bene - dovrà chiudersi entro fine anno con l'approvazione. Lo slalom tra esami europei e parlamentari è appena cominciato. 

L'economia italiana e l'iter della legge di bilancio

La legge di Bilancio è il fulcro attorno al quale gira l'economia italiana, poiché da essa dipendono i conti pubblici per l'anno che verrà e gli obiettivi finanziari da perseguire nei successivi 3 anni. Attualmente il provvedimento è all'esame della Commissione Bilancio della Camera, che avrà circa un mese di tempo per esaminare il testo e votare gli emendamenti, dopo il classico ciclo di audizioni che potrebbe tenersi tra la fine della prossima settimana e l'inizio della successiva.

Nel frattempo però le cose continuano a muoversi anche sul fronte europeo. La nostra manovra è già stata bocciata dalla UE. A inizio settimana prossima il 'caso Italia' sul tavolo approderà all'eurogruppo, dove il ministro dell'Economia Tria si confronterà con 18 colleghi (che non la pensano come lui). L'8 novembre la Commissione UE pubblicherà le previsioni economiche aggiornate, che terranno già conto dei saldi inseriti dall'Italia in manovra. Daranno quindi un'idea aggiornata degli scostamenti dagli obiettivi e dell'impatto delle misure italiane sulla crescita.

La dead line fissata dalla UE

Una data cruciale però sarà il 13 novembre, ovvero il termine ultimo fissato da Bruxelles per ricevere una nuova bozza della legge di bilancio e anche la relazione con i 'fattori rilevanti' che, secondo l'Italia, giustificano lo scostamento dagli obiettivi. Questo passaggio potrebbe spianare la strada a una procedura di infrazione, che potrebbe già arrivare il 21 novembre, giorno in cui la Commissione pubblicherà il parere definitivo sulla legge di bilancio. Essa potrebbe comportare una multa fino allo 0,2% del Pil.

Per l'economia italiana la successiva data da cerchiare sul calendario è 29-30 novembre, quando la manovra passerà per la prima volta in Aula alla Camera. A dicembre la manovra approderà prima in Commissione Bilancio e poi all'aula del Senato per la seconda lettura. Il termine ultimo per l'approvazione definitiva è quello del 31 dicembre.

mercoledì 31 ottobre 2018

Bitcoin, 10 anni tra alti e bassi, speculazioni e accuse

Malgrado le previsioni funeste dei sui primi mesi di vita, il Bitcoin è ancora vivo e continua a far parlare di sé. A dieci anni di distanza, molti ancora non sono riusciti a inquadrarlo bene: è una opportunità o una fronde (come disse il CEO di Jp Morgan)?

L'ascesa del Bitcoin

La prima volta che un Bitcoin venne quotato fu nel 2009, quasi un decennio fa. All'epoca il valore di questa criptovaluta era minimo. Infatti bastava un solo dollaro per avere 1.309,03 Bitcoin. Oggi quell'ammontare di BTC potrebbe essere scambiato con circa 8 milioni di dollari. Appena qualche mese fa sarebbero stati addirittura 25 milioni. Già perché la capostipite di tutte le cryptocurrencies ai suoi albori valeva neppure un decimo di pence, mentre oggi vale circa 6 mila dollari.

Certo, questo decennio è stato un continuo saliscendi dalle montagne russe. Anche se proprio gli ultimi mesi sorprendono per la "ordinaria" stabilità delle quotazioni. Cosa davvero anomala per uno strumento abituato a rally clamorosi e cadute rovinose. L'esempio più evidente risale a un annetto fa. L'ondata speculativa spinse il BTC da 1000 dollari verso i 20mila dollari nel giro di pochi mesi, e i trader non facevano che parlarne. Si chiedevano quale fosse il time frame trading migliore, quale fosse lo scenario futuro più probabile, se si potesse giungere a 100 mila dollari. Ma con altrettanta violenza c'è stato un tracollo fino a 10 mila nell'arco di 20 giorni. Manipolazione dei prezzi, come sostengono in molti? Forse, ma nessuno può saperlo.

Consiglio: prima di fare trading studiate bene le piattaforme sul mercato. Qui trovate le recensioni FxORO segnali è affidabile.

Quello che invece è chiaro a tutti è che il Bitcoin ha un po' perso la sua funzione originaria. Avrebbe dovuto essere una moneta elettronica senza intermediari non basata sulla fiducia. Così non è. Infatti la valuta digitale più nota al mondo è stata usata assai più spesso come oggetto di speculazione che come moneta. Peraltro gli intermediari ci sono eccome, e non tutti sono veramente affidabili. Inoltre una vera moneta il Bitcoin non potrà mai neppure essere. Ma tutte queste contraddizioni sono la vita stessa del Bitcoin, che dopo 10 anni è ancora qui a far parlare di sé.

sabato 27 ottobre 2018

Standard & Poor's avverte l'Italia: outlook negativo anche se stabile a BBB

Dopo il declassamento deciso da Moody's solo una settimana fa, c'era molta attesa per conoscere il rating e il giudizio di Standard & Poor's nei confronti dell'Italia. Alla fine è stato confermato il valore BBB, ma è stato rivisto al ribasso l'outlook, che è cambiato da stabile a negativo. Con un avvertimento: le misure del governo 'peseranno sulla performance economica e finanziaria' del Paese, e potrebbero minare la ripresa e la sostenibilità dei conti pubblici.

Rating e outlook negativo

La conferma della valutazione BBB da parte dell'agenzia di rating si basa sul fatto che l'economia italiana è ricca e diversificata. Tuttavia l'outlook è stato portato al livello "negativo". Questo soprattutto per via delle misure che il Governo vuole varare con la legge di bilancio (Che peraltro ha portato allo scontro aperto con la UE). La volontà di aumentare l'indebitamento pubblico per sostenere la crescita, secondo gli analisti dell'azienda di rating potrebbero finire per minare la crescita stessa. Secondo S&P le stime sul futuro dell'economia italiana sono troppo ottimistiche, e le rivede all'1,1% sia per quest'anno che per il prossimo. Inoltre prevede che il deficit si attesti l'anno prossimo al 2,7%, superiore quindi al 2,4% previsto da Palazzo Chigi. La virata rispetto al recente passato, in special modo per quel che riguarda il debito, "indebolirà probabilmente la posizione di bilancio dell'Italia e le sue prospettive economiche''.

L'agenzia newyorkese ha parlato anche di banche, evidenziando gli effetti negativi dell'aumento dei rendimenti sui titoli di stato italiani sull'accesso ai finanziamenti. Ha parlato anche di pensioni, sottolineando che capovolgere la legge Fornero significa azzerare i guadagni' realizzati con la riforma e minacciare la sostenibilità di lungo termine dei conti pubblici. Ha parlato di reddito di cittadinanza, giudicato rischioso perché potrebbe mettere sotto pressione i salari e disincentivare chi cerca un'occupazione.

Cosa accade adesso

Ma cosa comporta l'outlook negativo? Nell'immediato nulla, ma apre un periodo di 24 mesi durante i quali S&P potrebbe tagliare il rating. Questo accadrà qualora il PIL dovesse crescere meno delle attese oppure se deficit e il debito saranno superiori alle attese. D'altra parte però, se la ripresa dovesse effettivamente accelerare allora sarà possibile anche un ritorno all'outlook stabile.